Dopo i lavori di restauro, il nuovo volto della Chiesa Madre di Biancavilla che domenica 12 gennaio riapre le porte.

di Giuseppe Santangelo

Dopo quindici mesi di chiusura e nove di restauro, la Basilica Santuario di S. Maria dell’Elemosina, Chiesa Madre di Biancavilla, è pronta per essere restituita al Popolo di Dio per la celebrazione del culto divino e la fruizione di fedeli locali e dei pellegrini che giungono per la venerazione della prodigiosa Icona di Maria SS. dell’Elemosina.

La riapertura avrà luogo domenica prossima, 12 gennaio, e si tratta della prima chiesa in diocesi di Catania ad essere riaperta, tra quelle danneggiate dal sisma del 6 ottobre 2018, grazie ai lavori di messa in sicurezza, consolidamento e restauro a cui ha fatto fronte per il momento il parroco e la comunità parrocchiale.




Il restauro ha visto il coinvolgimento di tutti gli enti preposti alla tutela e alla salvaguardia del patrimonio storico-artistico in questione: Protezione Civile, Comune, Ufficio Beni Culturali della Curia Metropolitana, Soprintendenza, nonché progettisti e maestranze locali che con dedizione e autentica passione hanno reso possibile la restituzione del gioiello più insigne della città, grazie alla caparbietà e tenacia del prevosto Agrippino Salerno, in tempi tecnici tutto sommato brevi.

Chi scrive ha collaborato attivamente al restauro e può attestare, da studio fatto in loco, che nel settecento, tutti gli intonaci interni della chiesa erano unicamente dipinti di bianco, colore principalmente ottenuto dal carbonato di calcio. Erano presenti anche due combinazioni di azzurro, ottenute da miscela di lapislazzulo macinato; così come anche varie parti di rosa “antico”, un colore tipico delle terre dell’Etna con cui fino a pochi decenni addietro venivano dipinte molte facciate di abitazioni ed edifici. Tutto miscelato con acqua e calce spenta.

Più tardi, intorno alla metà ottocento, tutto l’edificio sacro venne ricoperto da “latte di calce”, molto probabilmente a motivo di disinfettazione resasi necessaria per far fronte all’epidemia da colera, così come intimato da parte delle autorità (sanitarie) del tempo; quindi colorato di bianco.




Nel secondo dopoguerra del secolo scorso l’interno della Basilica è stato interamente ridipinto con tonalità che vanno dal bianco-avorio, al giallo “paglierino”, giallo “ocra” e qualche velatura di verde “marcio”.

Nel restauro degli anni 1986-88, sotto la prepositura di don Giosuè Calaciura e la direzione dei lavori dell’architetto Salvatore Pappalardo, il tempio si dipinse interamente con varianti di rosa, mentre col bianco puro si rifecero tutte le modanature architettoniche. In questa grande campagna di lavori che interessarono anche coperture e pluviali, si indorarono con foglia d’oro zecchino molte parti decorative dell’apparato architettonico interno che venne ulteriormente ampliato.

Il restauro attuale (2019), intervenuto a seguito del suddetto sisma, ha consentito di riportare alla luce gli originali colori settecenteschi (in piccola parte originali, in gran parte rifatti dello stesso pigmento) e di completare (ancora non del tutto) le dorature rimaste incompiute negli anni ‘80 per mancanza di fondi.

Dall’esame e dai “saggi” effettuati in varie porzioni murarie eseguite principalmente con bisturi, è stato possibile risalire ai vari strati di colore che nei secoli si sono avvicendati all’interno della basilica biancavillese. Per gli interventi più recenti è stato di aiuto anche una buona documentazione fotografica storica.




I lavori hanno anche reso possibile anche alcune piccole scoperte:

  • La pietra lavica con le modanature in gesso delle basi delle colonne settecentesche (in questo caso lesene), della controfacciata (interna), che è stata lasciata “a vista”.

  • Una data (1691) incisa su pezzo di marmo di Carrara, incastonato sulla pavimentazione novecentesca attuale; ritrovato sotto la pavimentazione, probabilmente trattasi di parte dell’antico pavimento sottostante o di materiale di risulta incastonato come “riempimento”.

  • Un’altra data (1958?) realizzata con piccoli cocci di tegola frantumata ed incastonati su malta cementizia (a formare la data) al centro dell’abside esterno alla Basilica, (visibile da via Castriota). Molto probabilmente indica la data dell’intonaco esterno messo a protezione dell’abside stesso.

Possiamo affermare, pertanto, che la Basilica che viene restituita e riconsegnata è in grandissima parte quella che vollero e videro i decoratori, le maestranze e le persone del settecento, che con il gusto dell’epoca seppero consegnare ai posteri un monumento degno di ammirazione e bellezza che gode oggi dei titoli più belli che la cristianità cattolica possa dare ad alcuni dei suoi edifici: Basilica Pontificia, Collegiata Insigne e Santuario Mariano diocesano.

Note storiche  

La Basilica di Biancavilla, com’è noto, è il maggior monumento della cittadina etnea. In essa è racchiusa la più antica storia spirituale e civile della comunità.

Iniziata ai primi del cinquecento, cioè negli anni a seguire lo stanziamento della colonia greco-albanese nel territorio, viene gradualmente ampliata, fino a raggiungere il suo assetto attuale, con le tre navate e le sette arcate, intorno alla prima metà del 1700. Risalgono alla fine del secolo XIX gli interventi sul prospetto dell’architetto milanese Carlo Sada che, agli elementi strutturali e decorativi settecenteschi di pietra lavica, come portali e finestre, affianca con una certa “modernità” forme classiche e neobarocche, rendendolo un edificio eclettico tra i più imponenti e garbati della Sicilia cristiana.

L’interno, molto ampio e luminoso, di impianto basilicale, a croce latina, si rifà alle basiliche romane, sebbene plasticamente decorata e rifinita con gusto barocco siciliano, con forme e caratteristiche proprie rispetto a quello romano o nordico.