La festa di Ognissanti: la speranza del Cielo!

I Santi ci insegnano che è possibile evitare il male e fare il bene.

di P. Mario Piatti icms

Il 1° di Novembre la Chiesa cattolica festeggia la festa di Ognissanti. La santità è la giovinezza della Chiesa, che non esige condizioni storiche, sociali o psicologiche speciali per realizzarsi. Si incarna in ogni epoca, attraverso il cuore di chi la accoglie; irradia di luce il mondo, feconda i solchi aridi della terra, produce, dovunque passi, il frutto dolcissimo della carità.

I Santi non si arrendono mai. Non cedono neppure di fronte alle loro fragilità, alle proprie incostanze, ma fiduciosamente si abbandonano in Dio. Sanno ricominciare sempre, anche dopo qualunque fallimento, perché confidano in Lui e non nelle proprie forze. Non tremano per il baratro dell’umana miseria, ma si inabissano totalmente nella infinita Misericordia di Dio. Non si scandalizzano per il quadro desolante della ingiustizia umana, ma si appellano al solo Giusto, al solo buono, al solo misericordioso.

I Santi sono le persone più libere, che non si lasciano condizionare dagli eventi, ma in tutto contemplano il sapiente progetto di Dio. Perseguono tenacemente la meta, con il cuore sempre fisso al Cielo e camminano fiduciosi in terra. Sanno ritrovare la “via di casa”: non si smarriscono lungo gli inquieti sentieri della storia, perché i loro passi seguono quelli del Maestro (cfr. 1Pt 2,21 ss), tracciando, a loro volta, un sentiero percorribile e indicando a noi la direzione di marcia. Non si lasciano sedurre dalle mode che passano, ma pongono tutta la loro vita e la loro speranza su ciò che è essenziale, su ciò che non muta.

I Santi attestano che, in fondo, per Grazia di Dio, non è difficile amare, patire, offrire con gioia, perdonare, evitare il male e operare sempre per il bene, accogliendo le tante ispirazioni che il Signore infonde nel cuore. Ci insegnano a far tesoro delle prove e del dolore, della morte stessa, non più considerata sciagura e catastrofe ineluttabile, ma consolante porta di accesso per l’eterna beatitudine.

«È importante avere anche dei compagni di viaggio nel cammino della nostra vita cristiana: penso al Direttore spirituale, al Confessore, a persone con cui si può condividere la propria esperienza di fede, ma penso anche alla Vergine Maria e ai Santi. Ognuno dovrebbe avere qualche Santo che gli sia familiare, per sentirlo vicino con la preghiera e l’intercessione, ma anche per imitarlo. Vorrei invitarvi a conoscere maggiormente i Santi, a iniziare da quello di cui portate il nome, leggendone la vita, gli scritti. Siate certi che diventeranno buone guide per amare ancora di più il Signore e validi aiuti per la vostra crescita umana e cristiana» (Benedetto XVI, Castel Gandolfo, 25 agosto 2010). Anche noi, guardando ai Santi, dovremmo dire ogni giorno: non vogliamo meno del Cielo! Non ci accontentiamo dei “surrogati”, che il mondo propone: siamo più ambiziosi. Non ci bastano né l’oro, né il denaro, né il successo né la “fama”: “tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura… (cfr. Fil 3,7ss).

Anche noi, come loro, non siamo fatti per arrenderci, per ritornare indietro, ripiegandoci fatalmente su noi stessi, ma piuttosto per “guardare oltre”, per raggiungere la meta del nostro desiderio. Talmente in alto volai, che raggiunsi la preda… Perché speranza di cielo ottiene quanto spera… ché tanto in alto arrivai, che raggiunsi la preda (San Giovanni della Croce).I Santi non hanno ceduto, hanno continuato a credere, contro ogni logica e contro ogni ostacolo. Da loro impariamo a salire, spesso faticosamente, l’erta via della vita, sostenuti dalla Grazia e accompagnati da un popolo, come noi, peregrinante nella storia. Anche noi vogliamo puntare in alto, “ad afferrare la preda”, a conquistare il Cuore di Dio. Non ci basta essere “bravi”: vogliamo diventare santi! La salvezza è calarsi in Cristo, pensare, amare e operare in Lui e per Lui.

I volti familiari, la strada di casa, il lavoro, le consuete mura domestiche nascondono, per tutti, un segreto, intessuto nella trama dei nostri giorni, così vicino a noi, ma spesso così distante, perché velato dalle nostre distrazioni e dalla quotidiana “fatica di vivere”. In realtà, la nostra vera cittadinanza è il Cielo, la nostra vera identità è quella di essere figli di Dio, la nostra familiarità è con i Santi (cfr. Ef 2,19-20).

Ripeteva, sul suo letto di dolore e di amore, la giovanissima beata Chiara Badano: «Non ho più niente, ma ho ancora il cuore e con quello posso sempre amare». E, pensando ai suoi coetanei: «… I giovani sono il futuro. Io non posso più correre, però vorrei passare loro la fiaccola come alle Olimpiadi. I giovani hanno una vita sola e vale la pena di spenderla bene!».

Attingiamo alla sorgente di luce e di Grazia e raccogliamo il testimone, a noi trasmesso dai Santi. Il tempo della vita – unico e prezioso – ci è dato proprio per questo.

L’articolo in questione è stato pubblicato su “Maria di Fatima”, rivista della Famiglia del Cuore Immacolato di Maria.

Restauro preziosi

Redazione SME

Foto: A. Zappalà

Sono stati affidati ieri sabato 29 ottobre ad una qualificata ditta di orafi artigiani palermitani, alcuni preziosi del tesoro della Collegiata di Biancavilla per la loro pulizia e messa a nuovo. Tra questi la riza argentea dell’Icona della Madonna dell’Elemosina che sarà oggetto di ri-sistemazione degli ex voto, dono di ecclesiastici, corporazioni religiose e fedeli. La piccola delegazione di biancavillesi, è stata giudata dal prevosto, don Pino Salerno e dal presidente dell’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina”, Giuseppe Santangelo.

Il Papa da Assisi: rendiamo accessibile ad ogni uomo il volto di Dio

Pubblichiamo, di seguito, il mirabile discorso tenuto stamane dal Santo Padre, PP Benedetto XVI, in occasione del pellegrinaggio di tutte le religioni ad Assisi. Ancora una volta il Pontefice regnante offre al mondo una lucida analisi della realtà, cogliendo i desideri e le inquietudini dell’uomo del nostro tempo.

Redazione SME

Cari fratelli e sorelle,

distinti Capi e rappresentanti delle Chiese e Comunità ecclesiali e delle religioni del mondo, cari amici, sono passati venticinque anni da quando il beato Papa Giovanni Paolo II invitò per la prima volta rappresentanti delle religioni del mondo ad Assisi per una preghiera per la pace. Che cosa è avvenuto da allora? A che punto è oggi la causa della pace? Allora la grande minaccia per la pace nel mondo derivava dalla divisione del pianeta in due blocchi contrastanti tra loro. Il simbolo vistoso di questa divisione era il muro di Berlino che, passando in mezzo alla città, tracciava il confine tra due mondi. Nel 1989, tre anni dopo Assisi, il muro cadde – senza spargimento di sangue. All’improvviso, gli enormi arsenali, che stavano dietro al muro, non avevano più alcun significato. Avevano perso la loro capacità di terrorizzare. La volontà dei popoli di essere liberi era più forte degli arsenali della violenza. La questione delle cause di tale rovesciamento è complessa e non può trovare una risposta in semplici formule. Ma accanto ai fattori economici e politici, la causa più profonda di tale evento è di carattere spirituale: dietro il potere materiale non c’era più alcuna convinzione spirituale. La volontà di essere liberi fu alla fine più forte della paura di fronte alla violenza che non aveva più alcuna copertura spirituale. Siamo riconoscenti per questa vittoria della libertà, che fu soprattutto anche una vittoria della pace. E bisogna aggiungere che in questo contesto si trattava non solamente, e forse neppure primariamente, della libertà di credere, ma anche di essa. Per questo possiamo collegare tutto ciò in qualche modo anche con la preghiera per la pace. Ma che cosa è avvenuto in seguito? Purtroppo non possiamo dire che da allora la situazione sia caratterizzata da libertà e pace. Anche se la minaccia della grande guerra non è in vista, tuttavia il mondo, purtroppo, è pieno di discordia. Non è soltanto il fatto che qua e là ripetutamente si combattono guerre – la violenza come tale è potenzialmente sempre presente e caratterizza la condizione del nostro mondo. La libertà è un grande bene. Ma il mondo della libertà si è rivelato in gran parte senza orientamento, e da non pochi la libertà viene fraintesa anche come libertà per la violenza. La discordia assume nuovi e spaventosi volti e la lotta per la pace deve stimolare in modo nuovo tutti noi. Cerchiamo di identificare un po’ più da vicino i nuovi volti della violenza e della discordia. A grandi linee – a mio parere – si possono individuare due differenti tipologie di nuove forme di violenza che sono diametralmente opposte nella loro motivazione e manifestano poi nei particolari molte varianti. Anzitutto c’è il terrorismo, nel quale, al posto di una grande guerra, vi sono attacchi ben mirati che devono colpire in punti importanti l’avversario in modo distruttivo, senza alcun riguardo per le vite umane innocenti che con ciò vengono crudelmente uccise o ferite. Agli occhi dei responsabili, la grande causa del danneggiamento del nemico giustifica ogni forma di crudeltà. Viene messo fuori gioco tutto ciò che nel diritto internazionale era comunemente riconosciuto e sanzionato come limite alla violenza. Sappiamo che spesso il terrorismo è motivato religiosamente e che proprio il carattere religioso degli attacchi serve come giustificazione per la crudeltà spietata, che crede di poter accantonare le regole del diritto a motivo del “bene” perseguito. La religione qui non è a servizio della pace, ma della giustificazione della violenza.

La critica della religione, a partire dall’illuminismo, ha ripetutamente sostenuto che la religione fosse causa di violenza e con ciò ha fomentato l’ostilità contro le religioni. Che qui la religione motivi di fatto la violenza è cosa che, in quanto persone religiose, ci deve preoccupare profondamente. In un modo più sottile, ma sempre crudele, vediamo la religione come causa di violenza anche là dove la violenza viene esercitata da difensori di una religione contro gli altri. I rappresentanti delle religioni convenuti nel 1986 ad Assisi intendevano dire – e noi lo ripetiamo con forza e grande fermezza: questa non è la vera natura della religione. È invece il suo travisamento e contribuisce alla sua distruzione.

Contro ciò si obietta: ma da dove sapete quale sia la vera natura della religione? La vostra pretesa non deriva forse dal fatto che tra voi la forza della religione si è spenta? Ed altri obietteranno: ma esiste veramente una natura comune della religione, che si esprime in tutte le religioni ed è pertanto valida per tutte? Queste domande le dobbiamo affrontare se vogliamo contrastare in modo realistico e credibile il ricorso alla violenza per motivi religiosi. Qui si colloca un compito fondamentale del dialogo interreligioso – un compito che da questo incontro deve essere nuovamente sottolineato.

Come cristiano, vorrei dire a questo punto: sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura. Il Dio in cui noi cristiani crediamo è il Creatore e Padre di tutti gli uomini, a partire dal quale tutte le persone sono tra loro fratelli e sorelle e costituiscono un’unica famiglia. La Croce di Cristo è per noi il segno del Dio che, al posto della violenza, pone il soffrire con l’altro e l’amare con l’altro. Il suo nome è “Dio dell’amore e della pace” (2 Cor 13,11).

È compito di tutti coloro che portano una qualche responsabilità per la fede cristiana purificare continuamente la religione dei cristiani a partire dal suo centro interiore, affinché – nonostante la debolezza dell’uomo – sia veramente strumento della pace di Dio nel mondo. Se una tipologia fondamentale di violenza viene oggi motivata religiosamente, ponendo con ciò le religioni di fronte alla questione circa la loro natura e costringendo tutti noi ad una purificazione, una seconda tipologia di violenza dall’aspetto multiforme ha una motivazione esattamente opposta: è la conseguenza dell’assenza di Dio, della sua negazione e della perdita di umanità che va di pari passo con ciò. I nemici della religione – come abbiamo detto – vedono in questa una fonte primaria di violenza nella storia dell’umanità e pretendono quindi la scomparsa della religione.

Ma il “no” a Dio ha prodotto crudeltà e una violenza senza misura, che è stata possibile solo perché l’uomo non riconosceva più alcuna norma e alcun giudice al di sopra di sé, ma prendeva come norma soltanto se stesso. Gli orrori dei campi di concentramento mostrano in tutta chiarezza le conseguenze dell’assenza di Dio. Qui non vorrei però soffermarmi sull’ateismo prescritto dallo Stato; vorrei piuttosto parlare della “decadenza” dell’uomo, in conseguenza della quale si realizza in modo silenzioso, e quindi più pericoloso, un cambiamento del clima spirituale. L’adorazione di mammona, dell’avere e del potere, si rivela una contro-religione, in cui non conta più l’uomo, ma solo il vantaggio personale.

Il desiderio di felicità degenera, ad esempio, in una brama sfrenata e disumana quale si manifesta nel dominio della droga con le sue diverse forme. Vi sono i grandi, che con essa fanno i loro affari, e poi i tanti che da essa vengono sedotti e rovinati sia nel corpo che nell’animo. La violenza diventa una cosa normale e minaccia di distruggere in alcune parti del mondo la nostra gioventù. Poiché la violenza diventa cosa normale, la pace è distrutta e in questa mancanza di pace l’uomo distrugge se stesso. L’assenza di Dio porta al decadimento dell’uomo e dell’umanesimo. Ma dov’è Dio? Lo conosciamo e possiamo mostrarLo nuovamente all’umanità per fondare una vera pace?

Riassumiamo anzitutto brevemente le nostre riflessioni fatte finora. Ho detto che esiste una concezione e un uso della religione attraverso il quale essa diventa fonte di violenza, mentre l’orientamento dell’uomo verso Dio, vissuto rettamente, è una forza di pace. In tale contesto ho rimandato alla necessità del dialogo, e parlato della purificazione, sempre necessaria, della religione vissuta. Dall’altra parte, ho affermato che la negazione di Dio corrompe l’uomo, lo priva di misure e lo conduce alla violenza. Accanto alle due realtà di religione e anti-religione esiste, nel mondo in espansione dell’agnosticismo, anche un altro orientamento di fondo: persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio. Persone del genere non affermano semplicemente: “Non esiste alcun Dio”. Esse soffrono a motivo della sua assenza e, cercando il vero e il buono, sono interiormente in cammino verso di Lui. Sono “pellegrini della verità, pellegrini della pace”. Pongono domande sia all’una che all’altra parte. Tolgono agli atei combattivi la loro falsa certezza, con la quale pretendono di sapere che non c’è un Dio, e li invitano a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista e che noi possiamo e dobbiamo vivere in funzione di essa. Ma chiamano in causa anche gli aderenti alle religioni, perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri.

Queste persone cercano la verità, cercano il vero Dio, la cui immagine nelle religioni, a causa del modo nel quale non di rado sono praticate, è non raramente nascosta. Che essi non riescano a trovare Dio dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio. Così la loro lotta interiore e il loro interrogarsi è anche un richiamo per i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile.

Per questo ho appositamente invitato rappresentanti di questo terzo gruppo al nostro incontro ad Assisi, che non raduna solamente rappresentanti di istituzioni religiose. Si tratta piuttosto del ritrovarsi insieme in questo essere in cammino verso la verità, dell’impegno deciso per la dignità dell’uomo e del farsi carico insieme della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto. In conclusione, vorrei assicurarvi che la Chiesa cattolica non desisterà dalla lotta contro la violenza, dal suo impegno per la pace nel mondo. Siamo animati dal comune desiderio di essere “pellegrini della verità, pellegrini della pace”.

Benedetto XVI

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