Ordinazioni diaconali della Chiesa catanese. Tra gli ordinati, il biancavillese Giosuè Messina.

Sono stati ordinati “Diaconi” questa sera alcuni seminaristi dell’arcidiocesi di Catania. Si tratta, come già annunciato, di Giosuè Messina, biancavillese, Gabriele Serafica, nicolosita, entrambi appartenenti all’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina” di Biancavilla e altri tre giovani: Ivan Incognito, Filippo M. Rapisarda e Andrea Pellegrino. Due adulti sposati, invece, sono stati ordinati “Diaconi permanenti”. A celebrare la solenne Eucarestia col rito di ordinazione, è stato l’arcivescovo Mons. Salvatore Gristina, nel giorno anniversario della sua ordinazione presbiterale avvenuta nel 1970 a Roma per le mani del beato Papa Paolo VI.

La celebrazione odierna ha avuto luogo in una Basilica Metropolitana affollata di amici, parenti e parrocchiani dei nuovi diaconi. Il diaconato è il primo grado del sacramento dell’Ordine; gli altri due sono il presbiterato e l’episcopato. Il ministero del diacono è sintetizzato dal Concilio Vaticano II con la triade “diaconía della liturgia, della predicazione e della carità”, con cui serve “il popolo di Dio, in comunione col vescovo e con il suo presbiterio”. Pertanto, il diacono, può “amministrare il battesimo, conservare e distribuire l’Eucaristia, assistere e benedire il matrimonio in nome della Chiesa, portare il viatico ai moribondi, leggere la Sacra Scrittura ai fedeli, istruire ed esortare il popolo, presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli.

Suggestivo è stato il rito di Ordinazione, così come prescritto dal “pontificale romano”, che prevede la prostrazione dei candidati, gli impegni degli eletti, il canto della litania dei santi, l’imposizione delle mani del vescovo e la preghiera di ordinazione; e poi ancora i cosiddetti “riti esplicativi”, con la vestizione della stola diaconale e la dalmatica, la consegna del libro dei Vangeli e, a conclusione, l’abbraccio di pace.

Nella sua omelia, mons. Gristina, ha evidenziato come il servizio diaconale, e in genere, quello di tutti i consacrati a Dio è, e deve essere sempre più reso a vantaggio di tutta la Chiesa e, nello specifico, quello diaconale deve porre l’eletto in un atteggiamento umile e gioioso verso tutti i fratelli che la Provvidenza gli farà incontrare, indossando il grembiule che ha cinto i fianchi di Cristo nel lavare i piedi ai suoi discepoli, così da versare sui piedi di tutti, sempre, “sino alla fine” l’acqua dell’amore e del perdono, sull’esempio del Signore-Maestro.

Alla fine della celebrazione, i novelli diaconi, sono stati “abbracciati” dalle rispettive comunità ecclesiali che continueranno a pregare per loro fino ed oltre la meta del sacerdozio. A tutti i diaconi, vanno gli auguri da parte dell’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina” per un fecondo apostolato, ricco di abbondanti frutti spirituali sotto l’amorevole sguardo della bella Madre dell’Elemosina.

Posa della prima pietra per la chiesa del SS. Salvatore

La Comunità parrocchiale del SS. Salvatore in Biancavilla pone le fondamenta per la costruzione della sua chiesa-edificio. L’arcivescovo Salvatore Gristina: “Dio rimane fedele al Suo Popolo e pone la Sua tenda in mezzo ad esso”. Il Parroco Don Salvatore Verzì: “Ha fatto tutto Lei, Maria”.

La Comunità parrocchiale del SS. Salvatore in Biancavilla, gioisce oggi, sabato 28 aprile 2018 per la posa della prima pietra per l’edificazione dell’edificio di culto. L’arcivescovo mons. Salvatore Gristina, che ha presieduto il rito di benedizione dell’area dove sorgerà la chiesa, ha ricordato come Dio ancora una volta pone la “Sua tenda” in mezzo al Suo Popolo, e ha auspicato che con la costruzione dell’edificio sacro, la comunità che in esso si radunerà, diventi sempre più luogo spirituale  privilegiato per ascoltare la Parola di Dio, celebrare i Sacramenti della fede e “lenire le lacrime”, venendo così incontro ai bisogni dei fratelli.

Al sacro rito hanno partecipato le varie componenti ecclesiali della parrocchia, il presbiterio cittadino, con l’anziano P. Placido Brancato, iniziatore della realtà parrocchiale; e il Sindaco di Biancavilla, che con la sua Amministrazione ha sostenuto parte del finanziamento economico elargito in gran parte dalla Conferenza Epicopale Italiana.

Alla conclusione della cerimonia, il parroco don Salvatore Verzì, intervistato dalla redazione del Sito SME-Madre di Misericordia, ha rivelato come la Vergine Santissima, Madre di Misericordia e Stella del mattino, abbia amorevolmente intercesso presso il Suo Figlio, affinchè il Popolo di “Spartiviale”, avesse la “casa della Chiesa”, per cantare come Maria il proprio “Magnificat” al Signore.

Ai diversi fedeli dell’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina”, residenti in quel territorio benedetto da Dio e da Maria, e al parroco don Salvatore Verzì, e a tutto il Popolo Santo di Dio, vanno gli auguri del Consiglio direttivo SME.

Carmelo Mazzaglia tornato alla casa del Padre

Carmelo, campione della fede e delle relazioni umane, circondato dall’affetto dei suoi cari, è salito al cielo per contemplare in eterno le meraviglie del Signore. La Celebrazione eucaristica e il rito delle esequie avranno luogo domani, lunedì 16 aprile – ore 17,00 presso la chiesa parrocchiale dell’Idria.  

di Giuseppe Sant’Elena

È ritornato alla casa del Padre Carmelo Mazzaglia, giovane biancavillese conosciuto, apprezzato e voluto bene da tutti. Affetto da una forma di disabilità muscolare, è stato fondatore dell’Associazione “CittAccessibile” che da anni promuove progetti di integrazione e manifestazioni culturali sul tema della disabilità. In Santuario lo si ricorda per la devozione alla Madonna dell’Elemosina, per la sua significativa testimonianza in occasione del Giubileo del Malato il 7 febbraio 2016 e le attività svolte insieme ai ragazzi dell’Oratorio “don Pino Puglisi”.

In prima persona, in occasione del suddetto Giubileo della Misericordia, è stato promotore di un evento rivolto all’integrazione dei disabili nelle parrocchie, nel quale diversi disabili hanno potuto servire all’altare, durante la Celebrazione eucaristica per gli ammalati presieduta da S. E. Mons. Alfio Rapisarda. L’estate scorsa è stato protagonista di una testimonianza durante il Campo estivo dei giovani animatori dell’Oratorio, nel quale ha raccontato ai ragazzi come negli anni ha trovato la forza di affrontare la sua malattia col sorriso nella preghiera e nell’amore alla Vergine Santa.

Lo scorso venerdì 6 Aprile, presso la sede della sua Associazione, ha incontrato una rappresentanza di giovani del Santuario per una catechesi e per organizzare, nei prossimi mesi, eventi legati all’integrazione dei disabili. Carmelo, in diverse occasioni, ha prestato il suo contributo umano e cristiano in seno alla redazione del sito dell’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina”, occupandosi di dare sempre credibile testimonianza dell’amore di Cristo per ogni creatura.

Si ripropone un articolo di Carmelo del 9 febbraio 2012:

Carmelo Mazzaglia: accettare la sofferenza come un dono di Dio

 

La Madonna dell’Elemosina in pellegrinaggio a Catania

In un clima di festa e profonda devozione, ha avuto inizio ieri mattina la peregrinatio dell’Icona della Madonna dell’Elemosina a Catania. Fortemente voluta dalla comunità dei Padri Carmelitani della locale Basilica dell’Annunziata al Carmine, la venerata Effigie e stata accolta presso la piccola chiesa di San Gaetano alle Grotte, dove ad attenderla, oltre al popolo, erano presenti il rettore della chiesa, il canonico Antonio De Maria, il parroco territoriale P. Franco  Collodoro O. C., il Terz’ordine carmelitano ed alcuni Ordini cavallereschi.

Il momento di preghiera svoltosi in chiesa si è concluso con la processione dell’Icona in piazza Carlo Alberto, luogo del tradizionale mercato cittadino infrasettimanale. L’Icona è stata recata a Catania dai membri dell’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina” e dal prevosto don Pino Salerno che ha anche presieduto l’Eucaristia al Santuario del Carmine al termine della processione mariana.

Un evento cittadino per la città di Catania, essendo la chiesa di piazza Carlo Alberto meta spirituale per tanti fedeli e devoti catanesi. Nella sua omelia, don Salerno, commentando il Vangelo della II Domenica di Pasqua ha ribadito che “Sono beati quelli che credono in Dio senza averlo visto coi loro occhi, e che lo hanno sperimentato con la grazia della sua infinita misericordia”.

Nella mattinata di oggi, invece, la Sacra Icona è rimasta esposta in Santuario e ha ricevuto la visita delle Scolaresche degli istituti del centro storico catanese, che, grazie all’ausilio dei giovani volontari del Santuario, guidati da Angelo Giuffrida si sono potuti accostare alla storia e alla plurisecolare devozione che il popolo biancavillese nutre nei confronti della sua madre e regina e in particolare hanno beneficiato del messaggio d’amore e di tenerezza che la Vergine santissima dona ai cristiani credenti in questa epoca.

Ricordato inoltre il viaggio a Roma dell’Icona con la venerazione della stessa da parte dei Papi Francesco e Benedetto XVI. Dopo la celebrazione liturgica e una breve processione intorno all’isolato del Santuario previsti in serata, l’Icona sarà consegnata ai biancavillesi per far rientro nella Sua Basilica Santuario.

La Settimana Santa è seguire una Persona

La Settimana Santa nella Chiesa Cattolica, il programma delle celebrazioni liturgiche nella Basilica Santuario “S. Maria dell’Elemosina” e le tradizionali manifestazioni di pietà popolare a Biancavilla.

di don Nicola Bux*

 

La liturgia della Settimana Santa, e nello stesso tempo la vita cristiana, vuol dire seguire Cristo nel suo culmine, l’offerta di sé al padre Onnipotente per salvare l’umanità dal peccato. Seguire i riti della Settimana Santa vuol dire seguire le orme di Cristo. Non si possono seguire i riti e nello stesso tempo non vivere quello che Cristo stesso è, cioè seguire la sua persona.

La Settimana santa, che è chiamata così perché è il cuore di tutto l’anno, vuol dire che Gesù non è un’idea ma è una persona da seguire. E il fatto che noi scorriamo attraverso la liturgia i momenti drammatici, conclusivi della vicenda terrena di Gesù, vuol dire che per ottenere da Cristo la vita bisogna seguirne le orme ed essere così guariti, come dice san Pietro: “Egli ci ha dato l’esempio perché ne seguiamo le orme”. Non è soltanto un messaggio o uno sguardo esteriore ma significa guardare Cristo e unirsi a lui nella medesima offerta totale nel sacrificio di sé. 

Questo comincia già con la Domenica di Passione, chiamata comunemente delle Palme, ma che è domenica di Passione perché è il primo termine del binomio, il secondo è la domenica pasquale. La domenica di Passione sta alla domenica di Pasqua come la morte di Cristo sta alla sua Glorificazione. Sin dall’antichità il racconto della Passione ha impressionato profondamente la comunità cristiana e viene considerato un unicum che non si può frazionare. Viene proposto già alla domenica perché la domenica della Passione è la domenica che introduce Cristo non solo in Gerusalemme, ma anche nel Sacrificio. Nella liturgia bizantina l’ingresso in Gerusalemme viene evocato al momento dell’offertorio, quando si portano i doni del pane e del vino per l’eucarestia; si fa una processione che nel simbolismo orientale sta ad indicare l’ingresso di Cristo in Gerusalemme, perché Cristo è entrato a Gerusalemme per dare compimento al suo sacrificio. 

E’ anche il senso del trionfo delle palme, perché la palma vuol dire vittoria: la vittoria è quella del martirio, i martiri vengono rappresentati in genere con la palma. Cristo è il martire per eccellenza, entra nel santuario per dare testimonianza dell’offerta totale di sé, è l’immolazione sacrificale per i peccati del mondo.

Giustamente quindi la Chiesa ha trattenuto nella domenica – e non solo il venerdì – che precede la Resurrezione la meditazione sulla Passione di Cristo, che così è davanti allo sguardo di tutta la Chiesa. La Passione del Signore, dice la preghiera di colletta della scorsa domenica, deve portare a vivere e agire secondo la carità che spinse il figlio di Dio a dare la vita per noi. Quindi guardare a Cristo significa proprio questo: vivere e agire in quella carità che lo spinse a dare la vita per noi. Per fare questo c’è bisogno del suo aiuto, della sua grazia. Anche la colletta delle Palme ha un significato simile: si prega il Signore onnipotente che avendoci dato come modello Cristo nostro salvatore che si è fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, noi possiamo sempre aver presente l’insegnamento della sua Passione per partecipare alla gloria della Resurrezione. Qui si dimostra la natura esemplare della Passione di Cristo, ma non solo. Non è solo un esempio da seguire ma anche una grazia da ricevere, perché attraverso la sua Passione, la sua efficacia, noi siamo fatti partecipi della gloria, della Resurrezione.

Ancora una volta, come dice il Papa nel libro “Gesù di Nazaret”, si rivela che l’onnipotenza di Dio, il suo essere vicino al mondo, il suo salvare il mondo, non passa attraverso i criteri mondani o la potenza o la forza del mondo, ma attraverso quella debolezza, quella discrezione, quella vicinanza che è propria di un essere che è libero e ci ha creati liberi, che vuole vincere convincendoci con il suo amore. 

Questo è il senso della apertura della Domenica delle Palme e della Settimana Santa, che possiamo descrivere come una grande sinfonia, usando un linguaggio musicale. Si passa dalla gioia dell’ingresso in Gerusalemme alla tristezza della Passione per poi tornare, dopo la gioia della mistica cena, all’angoscia del Getsemani, poi ancora al dramma che sfiora quasi la tragedia del Venerdì Santo, la morte di Cristo che sarebbe una tragedia se Cristo non fosse resuscitato; e quindi poi alla speranza, l’attesa del sabato e alla gioia prorompente, ma tutta profonda e interiore, della Domenica di Resurrezione.

Il triduo pasquale richiama i tre giorni promessi da Cristo, in cui avrebbe sofferto, sarebbe stato crocifisso, sepolto, però al terzo giorno sarebbe resuscitato. Il triduo, il terzo giorno visto come il giorno creato dal Signore, terzo giorno che coincide con l’ottavo della Creazione: il primo giorno dopo il sabato, ovvero dopo i sette giorni della Creazione, l’ottavo è la nuova Creazione. 

All’interno di questo grande affresco si colloca il triduo pasquale che ha un anticipo il Giovedì santo, perché il triduo pasquale strettamente inteso è venerdì, sabato e domenica. Però nella liturgia latina c’è un inizio il giovedì sera con la commemorazione della Cena del Signore, per cui i tre giorni vanno dal vespro del giovedì fino al vespro della domenica. E’ l’unico momento dell’anno in cui si celebra una messa per commemorare la Cena del Signore, perché – contrariamente a quanto molti credono – la messa non commemora l’ultima cena. La messa è la ripresentazione del sacrificio di Cristo sulla croce e quindi la cena di Cristo, l’ultima cena, in realtà non è più celebrata perché i gesti che Gesù ha compiuto in quella cena sono stati trasfigurati nell’offerta del suo corpo e del suo sangue sulla Croce. 

Una nota va dedicata alla lavanda dei piedi, che si ricorda nella messa del Giovedì santo. Solo Giovanni parla della lavanda dei piedi, con cui vuole sottolineare che quanto Cristo ha fatto e ha detto, cioè l’eucarestia ovvero l’offerta di sé, ha un simbolo nel gesto della purificazione compiuta. E’ un servizio che egli fa perché vuole indicare che l’eucarestia è un culto che implica un servizio, l’eucarestia deve essere obbedita, non può essere creata, inventata, manipolata. Bisogna obbedire. Siamo in un’epoca di grande anarchia liturgica, invece proprio la lavanda dei piedi è un atto sacro che è tranquillamente speculare a quello della consacrazione del pane e del vino. Gesù ha voluto dire: guardate che dovete lasciarvi lavare i piedi da me, dovete lasciarvi fare da me, non dovete mettere voi davanti a me. Lo ha detto chiaramente quando Pietro gli disse che giammai si sarebbe fatto lavare i piedi, e sappiamo come Gesù gli ha risposto. Aldilà di riduzionismi di natura caritatevole o sociologica, la lavanda dei piedi ha un profondo significato sacramentale, richiama che il sacramento dell’eucarestia è il sacramento dell’obbedienza dell’uomo a Dio perché Cristo ha obbedito al padre facendosi – come lui dice – battezzare con un battesimo di sangue. Battesimo che a nessuno è dato di poter ricevere se non lo vuole, se non lo decide lui, il Signore. E quindi  ogni sacramento non è un bene disponibile, nemmeno da parte della Chiesa. La Chiesa non dispone dei sacramenti, li amministra. Tantomeno un prete o un laico può immaginare di manipolare i sacramenti. Egli deve servirli – servire la messa, si diceva una volta – deve servirli come Cristo ha servito i discepoli. 

Poi il Venerdì santo è dedicato tutta alla Passione di Cristo, non c’è nemmeno la messa. Già la messa del Giovedì santo si celebra solo in Occidente, ma si è introdotta come un momento commemorativo, mentre la vera grande messa è quella della veglia pasquale, l’unica messa che ricorda tutto il mistero pasquale: dall’eucarestia alla morte sulla croce, alla sepoltura, alla Resurrezione. Il Venerdì santo non c’è messa ma è tutto dedicato alla commemorazione liturgica attraverso le preghiere, il centro è l’adorazione della Croce dopo aver meditato sulla Passione secondo San Giovanni.

Il Sabato santo è un giorno senza alcuna liturgia perché dedicato alla meditazione e all’attesa. Meditazione su Cristo sepolto e attesa della sua Resurrezione. E’ il giorno del silenzio dove Dio parola tace. Ma parla attraverso il figlio che è sceso fino nel profondo della terra per mostrare la sua condivisione con la condizione umana. Morto e sepolto. Ed è proprio colui che parola eterna si è incarnato, venuto nella nostra carne, sceso in terra, che è sceso anche sotto terra, “agli inferi” come dice il Credo apostolico. Cioè è sceso laddove secondo la tradizione ebraica c’erano le ombre dei morti, coloro che l’avevano preceduto ma non erano entrati in Paradiso perché il Paradiso era serrato dopo la cacciata di Adamo. Cristo, morendo, ha riaperto il Paradiso ed è sceso agli inferi: ha preso per mano i progenitori Adamo ed Eva, e poi tutti i patriarchi e tutti i giusti che, pur essendo stati giusti, non avevano potuto entrare nel Paradiso perché chiuso, Paradiso che invece la morte di Cristo ha riaperto. 

Cristo scende fino agli inferi, un mistero poco conosciuto anche perché non ha una sua rappresentazione liturgica; ce l’ha iconografica ma non liturgica. Il Sabato santo è la discesa dell’anima di Cristo fino agli inferi, mentre il corpo rimane sepolto in attesa del ricongiungimento anima, corpo e spirito per risorgere. Questo viene celebrato nella notte di Pasqua quando tanta gente (celebrare vuol dire numerosi) accorre per ricordare, per vivere l’avvenimento che certamente è avvenuto nella storia, come ricordava Benedetto XVI, ma che ha superato la storia. La resurrezione di Cristo è un avvenimento storico ma nello stesso tempo ha superato la storia, ha inaugurato una nuova storia, la storia di Dio aperta al compimento futuro. E quindi viene celebrata la veglia attraverso alcuni elementi fondamentali anche per la stessa natura: il fuoco, la luce, l’acqua, il vino, il pane, l’olio: tutti i sacramenti entrano in gioco la notte di Pasqua per indicare che Cristo ha fatto nuove tutte le cose. Attraverso il rinnovamento delle cose, anche quelle materiali, fa passare la potenza della sua resurrezione. 

Dall’efficacia della Croce alla potenza della Resurrezione nella notte della domenica. Efficacia e potenza, sono due termini piuttosto dimenticati oggi perché nella pastorale e nella catechesi ormai Cristo è ridotto a un’idea, a un progetto, addirittura a un sogno, come si può leggere in tanti titoli, anche ecclesiastici. Ma Cristo non è un progetto e neanche un sogno, Cristo è una persona, un fatto presente con il quale noi siamo chiamati a vivere. Non solo a condividere un’idea o seguire un esempio, ma vivere per ricevere una vita, che noi chiamiamo con una parola tradizionale: Grazia, cioè una vita donata gratis. A motivo dell’offerta sacrificale Cristo ha reso efficace ogni offerta, ogni pur minima azione umana, e quindi da questa efficacia si passa alla potenza della Resurrezione perché se Cristo non fosse risorto la nostra fede non esisterebbe, come ricorda l’apostolo Paolo. 

Quindi il prorompere del fuoco all’inizio della veglia indica proprio questa potenza divina che dalla Creazione passa attraverso la liberazione di Israele dall’Egitto, giunge fino alla Resurrezione e alla Pentecoste, il fuoco dello Spirito Santo. E poi naturalmente tutto è meditato con quella trilogia di lettura-salmo-preghiera che caratterizza la liturgia della Parola, la lunga liturgia della Parola della notte pasquale. Si passa quindi all’acqua – terza parte della veglia – che distrugge il peccato e regala una vita che salva, che rigenera. E dalla rigenerazione del Battesimo si passa al quarto momento della veglia che è l’Eucarestia, il Signore risorto che con le sue cicatrici si mostra  spezzando il pane e consacrando il vino. E quindi tutti sono riconciliati e tutti sono veramente gioiosi, quella gioia che l’exultet, questo celebre inno che apre la veglia pasquale, fa risalire al cielo, agli angeli e a tutte le schiere degli angeli per la Resurrezione che viene partecipata anche ai mortali. In un certo senso in questa unione di angeli e uomini si riprende anche il tema della notte di Natale, il Gloria in excelsis deo.

Ecco così che si arriva alla domenica di Pasqua che vede le donne di primo mattino andare al sepolcro, trovarlo vuoto, non poter compiere, pur premurose, quell’atto di compassione che non avevano potuto fare per l’imminenza della festa il venerdì al tramonto. Ma quella premura questa volta è stata preceduta da un’altra premura sorprendente, quella del Padre onnipotente che ha visto il sacrificio del Figlio e gli ha restituita una vita più bella e più grande, come dice Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica Redemptor Hominis: la Resurrezione non è il ritorno alla vita precedente, ma è una vita più grande, una vita che nasce dall’amore. Così la ragione eterna, il logos eterno coincide con l’amore indistruttibile, perché Dio è il logos, è il vero, è parola, è ragione, perché Dio è essenzialmente amore. 

così si chiude con il vespro di Pasqua il triduo, che poi ovviamente riecheggia per ben otto giorni nell’ottava di Pasqua e poi per 50 giorni fino alla Pentecoste, come se fosse – dice Sant’Agostino – una sola grande domenica.

* Docente Facoltà Teologica pugliese e ISSR di Bari, Consultore Congregazione Cause dei Santi e Dottrina della Fede.

Vincenza Sangiorgio si è addormentata nella pace di Cristo

“Le anime dei giusti, sono nelle mani di Dio,
nessun tormento le toccherà”
(Sap 3,1)

Oggi, martedì 27 febbraio
è tornata alla Casa del Padre
la Sig.ra VINCENZA SANGIORGIO
membro dell’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina” dall’agosto 2003

Il Presidente, il Consiglio Direttivo, i Fedeli associati
ricordano con affetto la sua presenza in seno alla famiglia associativa, e testimoniano la sua sincera devozione alla Madonna dell’Elemosina.
Fiduciosi nella Misericordia di Dio, elevano al Signore preghiere di suffragio per la sua anima.

Vincenzina, siamo certi nella speranza cristiana, contempla già il volto del Signore Gesù.
La luce della fede che ha illuminato i suoi passi su questa terra, la guidi alla Meta Celeste ricevendo la corona incorruttibile di Gloria.

La S. Messa e il Rito esequiale avranno luogo domani,
Mercoledì 28 Febbraio alle ore 15,30
presso la Basilica Santuario di S. Maria dell’Elemosina.

L’Associazione Mariana la ricorderà con una S. Messa celebrata in Suo suffragio
Sabato 3 marzo p.v., primo sabato di mese.

Requiem aeternam dona ei Domine,
et Lux perpetua luceat ei.
Requiescat in pace.

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