Come orientarsi nel voto… da cristiani!

Redazione SME

Domenica e lunedì prossimi gli italiani sono chiamati al voto per il rinnovo del Parlamento. Tra promesse e battaglie di piazza, in  che modo i cattolici possono orientarsi nel voto? L’Arcivescovo di Bologna, il Card. Carlo Caffarra, offre questa lucida riflessione che richiama il magistero della Dottrina Sociale della Chiesa, ampiamente ribadito da Benedetto XVI, per una scelta più consapevole. E auspica un nuovo futuro impegno dei cattolici in politica, per l’edificazione di una Società più “umana”. 

Cari fedeli, solo dopo lunga riflessione ho deciso di dirvi parole di orientamento per il prossimo appuntamento elettorale. Di parole ne avete sentite tante in queste settimane; di promesse ne sono state fatte molte. Io non ho nessuna promessa da farvi. Spero solo che le mie parole non siano confuse con altre, perché non nascono da preoccupazioni politiche.

E’ come pastore della Chiesa che vi parlo.

1. La vicenda culturale dell’Occidente è giunta al suo capolinea: una grande promessa largamente non mantenuta.

I fondamenti sui quali è stata costruita vacillano, perché il paradigma antropologico secondo cui ha voluto coniugare i grandi vissuti umani [per esempio l’organizzazione del lavoro, il sistema educativo, il matrimonio e la famiglia …] è fallito, e ci ha portato dove oggi ci troviamo.

Non è più questione di restaurare un edificio gravemente leso. E’ un nuovo edificio ciò di cui abbiamo bisogno. Non sarà mai perdonato ai cristiani di continuare a essere culturalmente irrilevanti.

2. E’ necessario avere ben chiaro quali sono le linee architettoniche del nuovo edificio; e quindi anche quale profilo intendiamo dare alla nostra comunità nazionale. Ve lo indico, alla luce del grande Magistero di Benedetto XVI.

٭ La vita di ogni persona umana, dal concepimento alla sua morte naturale, è un bene intangibile di cui nessuno può disporre. Nessuna persona può essere considerata un peso di cui potersi disfare, oppure un oggetto – ottenuto mediante procedimenti tecnici [procreazione artificiale] – il cui possesso è un’esigenza della propria felicità.

٭ La dicotomia Stato–Individuo è falsa perché astratta. Non esiste l’individuo, ma la persona che fin dalla nascita si trova dentro relazioni che la definiscono. Esiste pertanto una società civile che deve essere riconosciuta.

Lo Stato è un bene umano fondamentale, purché rispetti i suoi confini: troppo Stato e niente Stato sono ugualmente e gravemente dannosi.

٭ Nessuna civiltà, nessuna comunità nazionale fiorisce se non viene riconosciuto al matrimonio e alla famiglia la loro incomparabile dignità, necessità e funzione. Incomparabile significa che nel loro genere non hanno uguali. Equipararle a realtà che sono naturalmente diverse, non significa allargare i diritti, ma istituzionalizzare il falso. «Non parlare come conviene non costituisce solo una mancanza verso ciò che si deve dire, ma anche mettere in pericolo l’essenza stessa dell’uomo» [Platone].

٭ Il sistema economico deve avere come priorità il lavoro: l’accesso al e il mantenimento del medesimo. Esso non può essere considerato una semplice variabile del sistema.

Il mercato, bene umano fondamentale, deve configurarsi sempre più come cooperazione per il mutuo vantaggio e non semplicemente come competizione di individui privi di legami comunitari.

٭ Tutto quanto detto sopra è irrealizzabile senza libertà di educazione, che esige un vero pluralismo dell’offerta scolastica pubblica, statale e non statale, pluralismo che consenta alle famiglie una reale possibilità di scelta.

3. Non possiamo astenerci dal prendere posizione su tali questioni anche mediante lo strumento democratico fondamentale del voto. La scelta sia guidata dai criteri sopraindicati, che sintetizzo: rispetto assoluto di ogni vita umana; costruzione di un rapporto giusto fra Stato, società civile, persona; salvaguardia dell’incomparabilità del matrimonio – famiglia e loro promozione; priorità del lavoro in un mercato non di competizione, ma di mutuo vantaggio; affermazione di una vera libertà di educazione.

Se con giudizio maturo riteniamo che nessun programma politico rispetti tutti e singoli i suddetti beni umani, diamo la nostra preferenza a chi secondo coscienza riteniamo meno lontano da essi, considerati nel loro insieme e secondo la loro oggettiva gerarchia.

4. Raccomando ai sacerdoti e ai diaconi permanenti di rimanere completamente fuori dal pubblico dibattito partitico, come richiesto dalla natura stessa del ministero sacro e da precise norme canoniche.

5.  Invochiamo infine con perseveranza e fede i santi patroni d’Italia Francesco e Caterina da Siena affinché, per loro intercessione, la nostra preghiera per il Paese trovi ascolto presso il Padre nostro che ‘ci libera dal male’.

+ Carlo Card. Caffarra, Arcivescovo

Benedetto XVI: Maria, modello e madre di tutti i credenti

Copia di madonna con riza

 

Di seguito la catechesi tenuta da papa Benedetto XVI durante la tradizionale Udienza Generale del mercoledì, svoltasi ieri nell’Aula Paolo VI.

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Cari fratelli e sorelle,

nel cammino dell’Avvento la Vergine Maria occupa un posto particolare come colei che in modo unico ha atteso la realizzazione delle promesse di Dio, accogliendo nella fede e nella carne Gesù, il Figlio di Dio, in piena obbedienza alla volontà divina. Oggi vorrei riflettere brevemente con voi sulla fede di Maria a partire dal grande mistero dell’Annunciazione.

«Chaîre kecharitomene, ho Kyrios meta sou», «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,28). Sono queste le parole – riportate dall’evangelista Luca – con cui l’arcangelo Gabriele si rivolge a Maria. A prima vista il termine chaîre, “rallegrati”, sembra un normale saluto, usuale nell’ambito greco, ma questa parola, se letta sullo sfondo della tradizione biblica, acquista un significato molto più profondo. Questo stesso termine è presente quattro volte nella versione greca dell’Antico Testamento e sempre come annuncio di gioia per la venuta del Messia (cfr Sof 3,14; Gl 2,21; Zc 9,9; Lam 4,21). Il saluto dell’angelo a Maria è quindi un invito alla gioia, ad una gioia profonda, annuncia la fine della tristezza che c’è nel mondo di fronte al limite della vita, alla sofferenza, alla morte, alla cattiveria, al buio del male che sembra oscurare la luce della bontà divina. E’ un saluto che segna l’inizio del Vangelo, della Buona Novella.

Ma perché Maria viene invitata a rallegrarsi in questo modo? La risposta si trova nella seconda parte del saluto: “il Signore è con te”. Anche qui per comprendere bene il senso dell’espressione dobbiamo rivolgerci all’Antico Testamento. Nel Libro di Sofonia troviamo questa espressione «Rallégrati, figlia di Sion,… Re d’Israele è il Signore in mezzo a te… Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente» (3,14-17). In queste parole c’è una duplice promessa fatta ad Israele, alla figlia di Sion: Dio verrà come salvatore e prenderà dimora proprio in mezzo al suo popolo, nel grembo della figlia di Sion. Nel dialogo tra l’angelo e Maria si realizza esattamente questa promessa: Maria è identificata con il popolo sposato da Dio, è veramente la Figlia di Sion in persona; in lei si compie l’attesa della venuta definitiva di Dio, in lei prende dimora il Dio vivente.

Nel saluto dell’angelo, Maria viene chiamata “piena di grazia”; in greco il termine “grazia”, charis, ha la stessa radice linguistica della parola “gioia”. Anche in questa espressione si chiarisce ulteriormente la sorgente del rallegrarsi di Maria: la gioia proviene dalla grazia, proviene cioè dalla comunione con Dio, dall’avere una connessione così vitale con Lui, dall’essere dimora dello Spirito Santo, totalmente plasmata dall’azione di Dio. Maria è la creatura che in modo unico ha spalancato la porta al suo Creatore, si è messa nelle sue mani, senza limiti. Ella vive interamente della e nella relazione con il Signore; è in atteggiamento di ascolto, attenta a cogliere i segni di Dio nel cammino del suo popolo; è inserita in una storia di fede e di speranza nelle promesse di Dio, che costituisce il tessuto della sua esistenza. E si sottomette liberamente alla parola ricevuta, alla volontà divina nell’obbedienza della fede.

L’Evangelista Luca narra la vicenda di Maria attraverso un fine parallelismo con la vicenda di Abramo. Come il grande Patriarca è il padre dei credenti, che ha risposto alla chiamata di Dio ad uscire dalla terra in cui viveva, dalle sue sicurezze, per iniziare il cammino verso una terra sconosciuta e posseduta solo nella promessa divina, così Maria si affida con piena fiducia alla parola che le annuncia il messaggero di Dio e diventa modello e madre di tutti i credenti.

24150AEVorrei sottolineare un altro aspetto importante: l’apertura dell’anima a Dio e alla sua azione nella fede include anche l’elemento dell’oscurità. La relazione dell’essere umano con Dio non cancella la distanza tra Creatore e creatura, non elimina quanto afferma l’apostolo Paolo davanti alle profondità della sapienza di Dio: «Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (Rm 11,33). Ma proprio colui che – come Maria – è aperto in modo totale a Dio, giunge ad accettare il volere divino, anche se è misterioso, anche se spesso non corrisponde al proprio volere ed è una spada che trafigge l’anima, come profeticamente dirà il vecchio Simeone a Maria, al momento in cui Gesù viene presentato al Tempio (cfr Lc 2,35). Il cammino di fede di Abramo comprende il momento di gioia per il dono del figlio Isacco, ma anche il momento dell’oscurità, quando deve salire sul monte Moria per compiere un gesto paradossale: Dio gli chiede di sacrificare il figlio che gli ha appena donato. Sul monte l’angelo gli ordina: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito» (Gen 22,12); la piena fiducia di Abramo nel Dio fedele alle promesse non viene meno anche quando la sua parola è misteriosa ed è difficile, quasi impossibile, da accogliere. Così è per Maria, la sua fede vive la gioia dell’Annunciazione, ma passa anche attraverso il buio della crocifissione del Figlio, per poter giungere fino alla luce della Risurrezione.

Non è diverso anche per il cammino di fede di ognuno di noi: incontriamo momenti di luce, ma incontriamo anche passaggi in cui Dio sembra assente, il suo silenzio pesa nel nostro cuore e la sua volontà non corrisponde alla nostra, a quello che noi vorremmo. Ma quanto più ci apriamo a Dio, accogliamo il dono della fede, poniamo totalmente in Lui la nostra fiducia – come Abramo e come Maria – tanto più Egli ci rende capaci, con la sua presenza, di vivere ogni situazione della vita nella pace e nella certezza della sua fedeltà e del suo amore. Questo però significa uscire da sé stessi e dai propri progetti, perché la Parola di Dio sia la lampada che guida i nostri pensieri e le nostre azioni.

Vorrei soffermarmi ancora su un aspetto che emerge nei racconti sull’Infanzia di Gesù narrati da san Luca. Maria e Giuseppe portano il figlio a Gerusalemme, al Tempio, per presentarlo e consacrarlo al Signore come prescrive la legge di Mosé: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» (cfr Lc 2,22-24). Questo gesto della Santa Famiglia acquista un senso ancora più profondo se lo leggiamo alla luce della scienza evangelica di Gesù dodicenne che, dopo tre giorni di ricerca, viene ritrovato nel Tempio a discutere tra i maestri. Alle parole piene di preoccupazione di Maria e Giuseppe: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo», corrisponde la misteriosa risposta di Gesù: «Perché mi cercavate? Non sapevate che devo essere nelle cose del Padre mio?» (Lc 2,48-49). Cioè nella proprietà del Padre, nella casa del Padre, come lo è un figlio. Maria deve rinnovare la fede profonda con cui ha detto «sì» nell’Annunciazione; deve accettare che la precedenza l’abbia il Padre vero e proprio di Gesù; deve saper lasciare libero quel Figlio che ha generato perché segua la sua missione. E il «sì» di Maria alla volontà di Dio, nell’obbedienza della fede, si ripete lungo tutta la sua vita, fino al momento più difficile, quello della Croce.

Davanti a tutto ciò, possiamo chiederci: come ha potuto vivere Maria questo cammino accanto al Figlio con una fede così salda, anche nelle oscurità, senza perdere la piena fiducia nell’azione di Dio? C’è un atteggiamento di fondo che Maria assume di fronte a ciò che avviene nella sua vita. Nell’Annunciazione Ella rimane turbata ascoltando le parole dell’angelo – è il timore che l’uomo prova quando viene toccato dalla vicinanza di Dio –, ma non è l’atteggiamento di chi ha paura davanti a ciò che Dio può chiedere. Maria riflette, si interroga sul significato di tale saluto (cfr Lc 1,29). Il termine greco usato nel Vangelo per definire questo “riflettere”, “dielogizeto”, richiama la radice della parola “dialogo”. Questo significa che Maria entra in intimo dialogo con la Parola di Dio che le è stata annunciata, non la considera superficialmente, ma si sofferma, la lascia penetrare nella sua mente e nel suo cuore per comprendere ciò che il Signore vuole da lei, il senso dell’annuncio. Un altro cenno all’atteggiamento interiore di Maria di fronte all’azione di Dio lo troviamo, sempre nel Vangelo di san Luca, al momento della nascita di Gesù, dopo l’adorazione dei pastori. Si afferma che Maria «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19); in greco il termine è symballon, potremmo dire che Ella “teneva insieme”, “poneva insieme” nel suo cuore tutti gli avvenimenti che le stavano accadendo; collocava ogni singolo elemento, ogni parola, ogni fatto all’interno del tutto e lo confrontava, lo conservava, riconoscendo che tutto proviene dalla volontà di Dio. Maria non si ferma ad una prima comprensione superficiale di ciò che avviene nella sua vita, ma sa guardare in profondità, si lascia interpellare dagli eventi, li elabora, li discerne, e acquisita quella comprensione che solo la fede può garantire. E’ l’umiltà profonda della fede obbediente di Maria, che accoglie in sé anche ciò che non comprende dell’agire di Dio, lasciando che sia Dio ad aprirle la mente e il cuore. «Beata colei che ha creduto nell’adempimento della parola del Signore» (Lc 1,45), esclama la parente Elisabetta. E’ proprio per la sua fede che tutte le generazioni la chiameranno beata.

Cari amici, la solennità del Natale del Signore che tra poco celebreremo, ci invita a vivere questa stessa umiltà e obbedienza di fede. La gloria di Dio non si manifesta nel trionfo e nel potere di un re, non risplende in una città famosa, in un sontuoso palazzo, ma prende dimora nel grembo di una vergine, si rivela nella povertà di un bambino. L’onnipotenza di Dio, anche nella nostra vita, agisce con la forza, spesso silenziosa, della verità e dell’amore. La fede ci dice, allora, che l’indifesa potenza di quel Bambino alla fine vince il rumore delle potenze del mondo.

Il primato della Vergine Maria – nell’Anno della Fede

 All’inizio dell’Anno della Fede, in preparazione al Tempo di Avvento, i fedeli sono invitati a guardare a Maria, Madre della Chiesa, Modello di Fede, Regina dei Santi. In Lei, ogni cattolico trova la strada sicura per una fede sincera e autentica.

Redazione SME

La Chiesa Cattolica da sempre riconosce alla Vergine Maria un primato di eccellenza. Al riguardo è emblematica la preghiera del canone romano, la più antica preghiera eucaristica, che recita: “In comunione con tutta la Chiesa… ricordiamo e veneriamo anzitutto la gloriosa e sempre vergine Maria, Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo, san Giuseppe, suo sposo, i santi apostoli e martiri e tutti i santi; per i loro meriti e le loro preghiere, donaci sempre aiuto e protezione”.

Dice inoltre il cap. VIII della Lumen Gentium, la Costituzione Dogmatica sulla Chiesa emanata dal Concilio Ecumenico Vaticano II: “(la Vergine Maria) è anche riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa, figura ed eccellentissimo modello per essa nella fede e nella carità; e la Chiesa cattolica, istruita dallo Spirito Santo, con affetto di pietà filiale la venera come madre amatissima“. 

L’Immacolata Vergine Maria, pura e libera da ogni peccato, terminò la sua esistenza terrena e fu assunta in cielo alla Gloria di Dio e così dal Signore fu eletta Regina dell’Universo. Gesù disse, salendo alla gloria di Dio Padre, “Io vado a prepararvi un posto”, e non è arduo comprendere che quel posto fosse, prima di tutto, una promessa di salvezza e consolazione per sua madre. Questa versione è da sempre stata accolta dalla Chiesa: Pio XII proclamò questa definizione come verità di fede rivelata, dopo aver consultato tutti i vescovi del mondo e dopo aver ottenuto l’unanimità dei voti sulla questione, il primo novembre, in occasione della Festa di Tutti i Santi, come a voler enfatizzare il primato della Vergine Maria e la sua assunzione al regno dei Cieli come Regina Sovrana onorata da tutti i Santi.

Fu Lutero a contestare il culto cattolico della Madonna, perchè ritenuto eccessivo e paganeggiante; egli negò che Maria avesse il potere di intercedere a favore dei suoi fedeli. La reazione del popolo autenticamente cattolico, tuttavia, che da sempre ha guardato a Maria come Madre amorevole e consolatrice, non ha mai dubitato di questa verità di fede.

Nessuno, autenticamente cattolico, può contestare il primato della Vergine Maria nella Chiesa.

A Biancavilla, questo primato d’onore si è espresso nella venerazione “ab immemorabile” della Vergine Maria dell’Elemosina, alla quale è legata la fondazione stessa della città. Al punto che dire Biancavilla è dire Maria Santissima. Riconoscendo tale legame viscerale e genetico della città con la Madre di Dio, nel 1948 lo stesso Consiglio Comunale deliberò l’atto di consacrazione della Città al Cuore Immacolato della Vergine Maria, proclamando la Madonna dell’Elemosina Regina di Biancavilla, nel contesto del solenne rito di incoronazione della Madonna, il 3 ottobre 1948 sul sagrato della Basilica. Tale atto venne sancito anche nella lapide commemorativa dell’evento che l’allora Prevosto, Mons. Gateano Messina, fece realizzare, “ad perpetuam rei memoriam”, collocandola a ridosso di una colonna del transetto della Basilica.

Questa preminenza, che si concreta nel titolo di “Patrona Principale” è sancita in testi ufficiali e non fa torto a nessuno. Come detto, infatti, si tratta di un primato storico e teologico incontestabile. Che nessuno ha inventato.

Anche la Sicilia ha una “Patrona Principale”: proprio la Madonna, invocata col titolo di Immacolata.

Occorre precisare, infine, che nella Chiesa il primato è per il servizio. A Maria spetta un posto di onore perché ella si è dichiarata ed è stata effettivamente “Serva del Signore”. Per questo motivo, nella Chiesa l’unica competizione possibile è quella nella ricerca della santità e nella carità. Chi concorre, lo fa per primeggiare nel servizio.

Nell’Anno della Fede, indetto dal Santo Padre Benedetto XVI, guardiamo a Lei, maestra della Fede, che “ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”. Maria è la Madre dei credenti: con Lei crediamo, a Lei rivolgiamo la nostra supplica, insieme con tutti i Santi che in Lei hanno trovato forza e sostegno per conseguire la meta alta della vita cristiana.

Maria, Regina di tutti i Santi, prega per noi!

 

Sacerdoti ortodossi venerano l’Icona della Madonna dell’Elemosina di Biancavilla

Redazione SME

Oggi domenica 11 novembre hanno visitato la Basilica Santuario di Biancavilla due sacerdoti ortodossi facenti capo al Patriarcato di Mosca. I religiosi provenienti da Siracusa dove hanno fatto tappa per una loro breve permanenza in Sicilia, hanno venerato l’Icona bizantina della Madonna dell’Elemosina, cantando in lingua russa la preghiera dell’Ave Maria.
Ad accoglierli il Presidente dell’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina” e una rappresentanza di giovani della Parrocchia che hanno portato loro il saluto del Prevosto don Pino Salerno, al momento fuori sede.20121111-213611.jpg
I sacerdoti hanno ricevuto del materiale informativo sulla storia e delle immagini della Madonna dell’Elemosina che serviranno loro per una pubblicazione sulla spiritualità delle icone mariane in Occidente ed in particolare quelle italiane: dalla Vergine Nicopeja di Venezia alla Elèusa di Biancavilla.
Entusiasti e soddisfatti della bellezza dell’Icona etnea, i padri ortodossi hanno assicurato di far pervenire in Santuario copia del loro saggio a lavoro ultimato.

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Oggi si apre l'Anno della FEDE!

Redazione SME
 
Nel giorno che ricorda, cinquant’anni dopo, l’apertura del Concilio Vaticano II, e nel 20° anniversario della promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, il Santo Padre Benedetto XVI apre ufficialmente l’Anno della Fede. Queste “aperture”, nuovi inizi, vogliono essere compresi in sintonia e sostenersi a vicenda. Anche a noi è richiesto di aprirci alla Fede; e riaprire di nuovo, per tutti, la porta della Fede. Come afferma il Papa: “La porta della Fede (cfr At 14,27) che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa è sempre aperta per noi” (Porta Fidei).La Fede è il nostro tesoro più prezioso. Lo è per noi, lo è per tutti. Non possiamo perderla, non vogliamo corromperla, non intendiamo affogarla in un gergo per iniziati, né dissiparla a poco prezzo pur di trarne vantaggio per noi. Non è solo il tema del nostro impegno, è la sua forza migliore.
“Attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che dura tutta la vita” afferma Benedetto XVI (Porta Fidei).

 
La Fede è una forza bella. Ricominciamo a guardarla con occhio più limpido e scopriamo che la potenza della Fede e l’inizio dell’evangelizzazione coincidono fin dal primo momento:   infatti si comunica la Fede che si ha, e la Fede che si dona è proprio quella più allegra, che non cede mai.La Fede stessa è la nostra vera ricchezza, il nostro lato migliore, la nostra bellezza realmente guardabile. Essa è in grado di trasformare l’acqua in vino migliore. Essa genera santi e saggi: pochi noti, moltissimi quasi invisibili.

 
Parafrasando l’appello profetico di Giovanni Paolo II, ripreso anche da Benedetto XVI, possiamo dire oggi: “Apriamo le nostre porte alla Fede, a Cristo. Egli non toglie nulla e dona tutto!”. Riapriamo le porte delle nostre case, lasciamoci sorprendere da Dio che ci viene incontro.
 
“Professare la fede nella Trinità – Padre, Figlio e Spirito Santo – equivale a credere in un solo Dio che è Amore (cfr 1Gv 4,8): il Padre, che nella pienezza del tempo ha inviato suo Figlio per la nostra salvezza; Gesù Cristo, che nel mistero della sua morte e risurrezione ha redento il mondo; lo Spirito Santo, che conduce la Chiesa attraverso i secoli nell’attesa del ritorno glorioso del Signore”.

La gioia di incontrare il Papa!

di Alessandro Scaccianoce

All’Udienza Generale del Santo Padre Benedetto XVI di mercoledì 1° agosto a Castel Gandolfo, tra gli oltre 1500 pellegrini, era presente la delegazione biancavillese composta dai membri dell’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina” in pellegrinagghio “Ad Petri Sedem” in occasione del decimo anniversario della nascita del sodalizio. Per l’occasione, i fedeli hanno indossato lo scapolare con la medaglia argentea raffigurante la Madonna dell’Elemosina.

Ad accompagnare i fedeli biancavillesi c’erano il Prevosto Parroco e Assistente Spirituale, Don Pino Salerno, il Vicario foraneo, Don Giovanni Zappalà, e il Socio  Don Ambrogio Monforte. All’Udienza sono intervenuti anche il Sindaco di Biancavilla, Pippo Glorioso, e l’Assessore al Bilancio, Gaetano Sant’Elena

Alla delegazione si è unito anche S. E. Mons. Alberto Tricarico, Arcivescovo Titolare di Sistroniana, Nunzio Apostolico in Russia (nella foto in alto, al centro).

Ad accrescere la gioia dei fedeli anche la presenza di Angela Galizia (nella foto in alto, a destra), la giovane biancavillese, già membro dell’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina”, che si trovava a Roma in preparazione alla professione religiosa presso le Figlie di Maria Ausiliatrice, che ha avuto luogo stamane.

Al Papa sono stati offerti in dono una riproduzione dell’Icona bizantina della Madonna dell’Elemosina, un servizio di lini per la Messa, elegantemente ricamato e confezionato dalla Socia Sig.ra Piera Furnari Marcellino. L’Amministrazione Comunale ha offerto al Santo Padre una raffigurazione su pietra lavica ceramizzata dello stemma comunale di Biancavilla e la pubblicazione della tesi di baccellierato di Don Ambrogio Monforte sulla storia e la devozione dei biancavillesi per la Madonna dell’Elemosina.

La delegazione è stata salutata all’inizio dell’Udienza e ha fatto sentire la propria presenza e il proprio calore al Santo Padre intonando il “Christus Vincit” non appena è apparso sul portone del Palazzo Apostolico, anche grazie ad una fortunata vicinanza fisica con la sede del Papa, essendo tra le primissime file. Il canto sacro è stato riproposto nel momento in cui il Pontefice si è rivolto ai pellegrini di lingua italiana. All’omaggio canoro il Papa ha risposto con un illuminante sorriso, fermandosi ad ascoltare il canto dei fedeli biancavillesi

Un grande striscione, inoltre, campeggiava sulla piazza di Castel Gandolfo, recante la scritta: “Tu, Pietro, confermaci nella Fede –  Associazione “Maria SS. dell’Elemosina” – BIANCAVILLA (CT)”.

Nel discorso in lingua italiana, il Papa ha presentato la figura di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Vescovo e Dottore della Chiesa, nel giorno in cui la Chiesa ne fa memoria liturgica, soffermandosi in particolare sugli insegnamenti del santo riguardo alla preghiera.

Quindi ha rivolto un saluto in varie lingue ai gruppi di pellegrini presenti. L’Udienza si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica.

 

Di seguito, la catechesi del Santo Padre in lingua italiana:

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Cari fratelli e sorelle!

Ricorre oggi la memoria liturgica di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Vescovo e Dottore della Chiesa, fondatore della Congregazione del Santissimo Redentore, Redentoristi, patrono degli studiosi di teologia morale e dei confessori. Sant’Alfonso è uno dei santi più popolari del XVIII secolo, per il suo stile semplice e immediato e per la sua dottrina sul sacramento della Penitenza: in un periodo di grande rigorismo, frutto dell’influsso giansenista, egli raccomandava ai confessori di amministrare questo Sacramento manifestando l’abbraccio gioioso di Dio Padre, che nella sua misericordia infinita non si stanca di accogliere il figlio pentito.

L’odierna ricorrenza ci offre l’occasione di soffermarci sugli insegnamenti di sant’Alfonso riguardo alla preghiera, quanto mai preziosi e pieni di afflato spirituale. Risale all’anno 1759 il suo trattato Del gran mezzo della Preghiera, che egli considerava il più utile tra tutti i suoi scritti. Infatti, descrive la preghiera come «il mezzo necessario e sicuro per ottenere la salvezza e tutte le grazie di cui abbiamo bisogno per conseguirla» (Introduzione). In questa frase è sintetizzato il modo alfonsiano di intendere la preghiera.

Innanzitutto, dicendo che è un mezzo, ci richiama al fine da raggiungere: Dio ha creato per amore, per poterci donare la vita in pienezza; ma questa meta, questa vita in pienezza, a causa del peccato si è, per così dire, allontanata – lo sappiamo tutti – e solo la grazia di Dio la può rendere accessibile. Per spiegare questa verità basilare e far capire con immediatezza come sia reale per l’uomo il rischio di «perdersi», sant’Alfonso aveva coniato una famosa massima, molto elementare, che dice: «Chi prega si salva, chi non prega si danna!».

A commento di tale frase lapidaria, aggiungeva: «Il salvarsi insomma senza pregare è difficilissimo, anzi impossibile … ma pregando il salvarsi è cosa sicura e facilissima» (II, Conclusione). E ancora egli dice: «Se non preghiamo, per noi non v’è scusa, perché la grazia di pregare è data ad ognuno … se non ci salveremo, tutta la colpa sarà nostra, perché non avremo pregato» (ibid.).

Dicendo quindi che la preghiera è un mezzo necessario, sant’Alfonso voleva far comprendere che in ogni situazione della vita non si può fare a meno di pregare, specie nel momento della prova e nelle difficoltà. Sempre dobbiamo bussare con fiducia alla porta del Signore, sapendo che in tutto Egli si prende cura dei suoi figli, di noi. Per questo, siamo invitati a non temere di ricorrere a Lui e di presentargli con fiducia le nostre richieste, nella certezza di ottenere ciò di cui abbiamo bisogno.

Cari amici, questa è la questione centrale: che cosa è davvero necessario nella mia vita? Rispondo con sant’Alfonso: «La salute e tutte le grazie che per quella ci bisognano» (ibid.); naturalmente, egli intende non solo la salute del corpo, ma anzitutto anche quella dell’anima, che Gesù ci dona. Più che di ogni altra cosa abbiamo bisogno della sua presenza liberatrice che rende davvero pienamente umano, e perciò ricolmo di gioia, il nostro esistere.

E solo attraverso la preghiera possiamo accogliere Lui, la sua Grazia, che, illuminandoci in ogni situazione, ci fa discernere il vero bene e, fortificandoci, rende efficace anche la nostra volontà, cioè la rende capace di attuare il bene conosciuto. Spesso riconosciamo il bene, ma non siamo capaci di farlo. Con la preghiera arriviamo a compierlo. Il discepolo del Signore sa di essere sempre esposto alla tentazione e non manca di chiedere aiuto a Dio nella preghiera, per vincerla.

Sant’Alfonso riporta l’esempio di san Filippo Neri – molto interessante –, il quale «dal primo momento in cui si svegliava la mattina, diceva a Dio: “Signore, tenete oggi le mani sopra Filippo, perché se no, Filippo vi tradisce”» (III, 3) Grande realista! Egli chiede a Dio di tenere la sua mano su di lui. Anche noi, consapevoli della nostra debolezza, dobbiamo chiedere l’aiuto di Dio con umiltà, confidando sulla ricchezza della sua misericordia. In un altro passo, dice sant’Alfonso che: «Noi siamo poveri di tutto, ma se domandiamo non siamo più poveri. Se noi siamo poveri, Dio è ricco» (II, 4).

E, sulla scia di sant’Agostino, invita ogni cristiano a non aver timore di procurarsi da Dio, con le preghiere, quella forza che non ha, e che gli è necessaria per fare il bene, nella certezza che il Signore non nega il suo aiuto a chi lo prega con umiltà (cfr III, 3). Cari amici, sant’Alfonso ci ricorda che il rapporto con Dio è essenziale nella nostra vita.

Senza il rapporto con Dio manca la relazione fondamentale e la relazione con Dio si realizza nel parlare con Dio, nella preghiera personale quotidiana e con la partecipazione ai Sacramenti, e così questa relazione può crescere in noi, può crescere in noi la presenza divina che indirizza il nostro cammino, lo illumina e lo rende sicuro e sereno, anche in mezzo a difficoltà e pericoli. Grazie.

[Dopo la catechesi, il Papa ha salutato i pellegrini nelle diverse lingue. Rivolgendosi ai fedeli italiani presenti ha detto:]

Saluto i pellegrini di lingua italiana (a questo putno il Papa si è fermato ad ascoltare il canto del Christus Vincit eseguito dai pellegrini biancavillesi).

Tutti esorto a rendere ovunque una gioiosa testimonianza evangelica.