Il Papa nella solennità del Corpus Domini: riprendere l'adorazione eucaristica e riscoprire il sacro

Redazione SME

Ieri a Roma il Santo Padre Benedetto XVI ha celebrato la solennità del Corpus Domini, con la Santa Messa sul piazzale antistante la Basilica di San Giovanni in Laterano e la solenne processione eucaristica che è giunta sino a Santa Maria Maggiore dove il Sommo Pontefice ha impartito la benedizone eucaristica. Una straordinaria folla di fedeli ha seguito per le strade l’omaggio solenne a Gesù sacramentato. Molti anche i fedeli che hanno potuto seguire le celebrazioni attraverso Sat 2000.

“Questa folla – ha commentato Gigi De Palo, assessore ai servizi sociali del Comune di Roma – testimonia la volontà di tanti di stare vicino al Papa: e’ un bel segnale di Roma al suo Vescovo”. 

Il valore del culto eucaristico e la sacralità dell’Eucaristia: a questi due aspetti ha dedicato la sua omelia Benedetto XVI alla messa.
E’ importante, esordisce il Papa nella sua omelia, riprendere in considerazione due aspetti del Mistero eucaristico oggi in parte trascurati: il culto dell’Eucaristia, in particolare l’adorazione del Santissimo Sacramento, e la sua sacralità. Un’interpretazione parziale del Concilio Vaticano II, osserva, ha portato a restringere in pratica l’Eucaristia al solo momento celebrativo in cui il Signore convoca in assemblea il suo popolo. La valorizzazione della celebrazione eucaristica è andata però a scapito dell’adorazione rivolta al Signore Gesù realmente presente nel Sacramento dell’altare e questo con ripercussioni negative sulla vita spirituale dei fedeli. Infatti, concentrando tutto il rapporto con Gesù Eucaristia nel solo momento della Santa Messa, si rischia di svuotare della sua presenza il resto del tempo. “E così si percepisce meno il senso della presenza costante di Gesù in mezzo a noi e con noi, una presenza concreta, vicina, tra le nostre case, come «Cuore pulsante» della città, del paese, del territorio con le sue varie espressioni e attività. Il Sacramento della Carità di Cristo deve permeare tutta la vita quotidiana”.                                                             Il culto del Santissimo Sacramento, continua il Papa, costituisce come l’ambiente spirituale entro cui la comunità può celebrare bene l’Eucaristia: “L’incontro con Gesù nella Messa si attua pienamente quando la comunità riconosce che Egli, nel Sacramento, abita la sua casa, ci invita alla sua mensa, e poi, dopo che l’assemblea si è sciolta, rimane con noi e ci accompagna continuando a raccogliere i nostri sacrifici spirituali e ad offrirli al Padre”.
Benedetto XVI ricorda l’esperienza tante volte vissuta, una, dice, delle esperienze più autentiche del nostro essere Chiesa, quella dello stare tutti insieme in silenzio prolungato davanti al Signore presente nel suo Sacramento. E per spiegare ciò che si vive in ginocchio davanti al Sacramento dell’Amore, il Papa fa riferimento a qualcosa che appartiene anche ai rapporti interpersonali:
Per comunicare veramente con un’altra persona devo conoscerla, saper stare in silenzio vicino a lei, ascoltarla, guardarla con amore. Il vero amore e la vera amicizia vivono sempre di questa reciprocità di sguardi, di silenzi intensi, eloquenti, pieni di rispetto e di venerazione, così che l’incontro sia vissuto profondamente, in modo personale e non superficiale”.
Passando all’aspetto della sacralità dell’Eucaristia, Benedetto XVI osserva che una certa mentalità secolaristica degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso ha portato ad un certo fraintendimento circa la novità cristiana che riguarda il culto. Se è vero che il centro del culto non sta più nei riti e nei sacrifici antichi, ma in Cristo stesso, tuttavia: “Egli non ha abolito il sacro, ma lo ha portato a compimento, inaugurando un nuovo culto, che è sì pienamente spirituale, ma che tuttavia, finché siamo in cammino nel tempo, si serve ancora di segni e di riti, che verranno meno solo alla fine, nella Gerusalemme celeste, dove non ci sarà più alcun tempio”.
Il sacro ha, per il Papa, una funzione educativa e la sua scomparsa inevitabilmente impoverisce la cultura, in particolare la formazione delle nuove generazioni. E cita l’esperienza delle celebrazione in corso:“Se, per esempio, in nome di una fede secolarizzata e non più bisognosa di segni sacri, venisse abolita questa processione cittadina del Corpus Domini, il profilo spirituale di Roma risulterebbe «appiattito», e la nostra coscienza personale e comunitaria ne resterebbe indebolita”.
Gesù, dunque, istituì il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue, ponendo se stesso al posto dei sacrifici antichi, ma all’interno di un rito, che comandò agli Apostoli di perpetuare. Con questa fede, conclude il Papa, celebriamo oggi e ogni giorno il Mistero eucaristico e lo adoriamo quale centro della nostra vita e cuore del mondo.

La visita del Papa a Milano: parole di speranza per la Chiesa e per il mondo

di Massimo Introvigne

«O amici, non questi toni, intoniamone altri di più attraenti e gioiosi». Quando il 1° giugno 2012 Benedetto XVI al Teatro alla Scala di Milano ha ricordato queste parole di Ludwig van Beethoven (1770-1827) nel recitativo dell’Inno alla Gioia, molti vi hanno visto un segno e un simbolo di tutta la visita apostolica del Papa nel capoluogo lombardo. Come, dopo la «terribile dissonanza» che annuncia la parte finale dell’Inno alla Gioia, le parole di Beethoven «in un certo senso, “voltano pagina”», così anche la Chiesa con la gioiosa visita del Pontefice a Milano ha idealmente voltato pagina dopo giornate di difficoltà e di polemiche. Certamente il Papa non poteva né voleva ignorare un contesto di crisi, all’esterno e all’interno della Chiesa. Tuttavia, più che un’analisi della crisi, in questo viaggio ha voluto trasmettere un messaggio di speranza, un richiamo alla bellezza che brilla di fronte al male del mondo e introduce alla verità e al bene.

1. La bellezza dell’arte

Bellezza, anzitutto, dell’opera d’arte, che il Papa musicologo nel dialogo con le famiglie del 2 giugno al Parco di Bresso ha evocato con riferimento alla sua giovinezza, dove in casa al sabato si preparava la Messa domenicale con particolare attenzione alla musica. «Così cominciava la domenica: entravamo già nella liturgia, in atmosfera di gioia. Il giorno dopo andavamo a Messa. Io sono di casa vicino a Salisburgo, quindi abbiamo avuto molta musica – Mozart, Schubert, Haydn – e quando cominciava il Kyrie era come se si aprisse il cielo».

Quanto alla musica di Beethoven – come aveva fatto per altri musicisti in occasione di concerti in suo onore – il Pontefice ne ha parlato alla Scala in termini non generici, e senza nascondere il fatto che l’Inno alla Gioia non è propriamente un inno cristiano. «È una visione ideale di umanità quella che Beethoven disegna con la sua musica: “la gioia attiva nella fratellanza e nell’amore reciproco, sotto lo sguardo paterno di Dio” (Luigi Della Croce). Non è una gioia propriamente cristiana quella che Beethoven canta, è la gioia, però, della fraterna convivenza dei popoli, della vittoria sull’egoismo, ed è il desiderio che il cammino dell’umanità sia segnato dall’amore, quasi un invito che rivolge a tutti al di là di ogni barriera e convinzione».

Ha senso, si è chiesto Benedetto XVI, celebrare la bellezza di un’opera d’arte dedicata alla gioia, in un’Italia in cui tanti piangono le vittime del terremoto? Le parole che Beethoven riprende dall’Inno alla gioia di Friedrich Schiller (1759-1805) «suonano come vuote per noi, anzi, sembrano non vere. Non proviamo affatto le scintille divine dell’Elisio. Non siamo ebbri di fuoco, ma piuttosto paralizzati dal dolore per così tanta e incomprensibile distruzione che è costata vite umane, che ha tolto casa e dimora a tanti. Anche l’ipotesi che sopra il cielo stellato deve abitare un buon padre, ci pare discutibile. Il buon padre è solo sopra il cielo stellato? La sua bontà non arriva giù fino a noi?».
Interrogativi drammatici, che l’uomo si pone ogni volta che si trova di fronte al dolore, alla morte, ai disastri naturali. E allora la retorica di Schiller non basta.

«In quest’ora – ha detto il Papa – le parole di Beethoven, “Amici, non questi toni …”, le vorremmo quasi riferire proprio a quelle di Schiller. Non questi toni. Non abbiamo bisogno di un discorso irreale di un Dio lontano e di una fratellanza non impegnativa. Siamo in cerca del Dio vicino. Cerchiamo una fraternità che, in mezzo alle sofferenze, sostiene l’altro e così aiuta ad andare avanti». «Noi cerchiamo un Dio che non troneggia a distanza, ma entra nella nostra vita e nella nostra sofferenza». È il Dio cristiano.

2. La bellezza della santità

La bellezza di cui ha parlato Benedetto XVI a Milano non è solo quella dell’arte. È la bellezza della vita santa, evocata sia come memoria nel ricordo dei santi milanesi sia come proposta ai ragazzi della Cresima. Già nel primo saluto a Milano in Piazza Duomo il 1° giugno, il Papa ha ricordato i santi che sono stati vescovi e arcivescovi di Milano: sant’Ambrogio, san Carlo Borromeo, il beato Andrea Carlo Ferrari, il beato Alfredo Ildefonso Schuster, il servo di Dio Paolo VI, «buono e sapiente, che, con mano esperta, seppe guidare e portare ad esito felice il Concilio Vaticano II», cui Benedetto XVI ha voluto affiancare un altro vescovo di Milano asceso al soglio di Pietro, Pio XI, «alla cui determinazione si deve la positiva conclusione della Questione Romana e la costituzione dello Stato della Città del Vaticano».

Venuto a Milano per il VII Incontro Mondiale delle Famiglie, tra tanti santi milanesi il Papa ha pure tenuto a «ricordare, proprio pensando alle famiglie, santa Gianna Beretta Molla, sposa e madre, donna impegnata nell’ambito ecclesiale e civile, che fece splendere la bellezza e la gioia della fede, della speranza e della carità». E di tutti questi santi il Pontefice ha voluto sottolineare lo speciale legame con Roma e l’indomita fedeltà al Papa, fin da sant’Ambrogio. «Come è noto, sant’Ambrogio proveniva da una famiglia romana e ha mantenuto sempre vivo il suo legame con la Città Eterna e con la Chiesa di Roma, manifestando ed elogiando il primato del Vescovo che la presiede. In Pietro – egli afferma – “c’è il fondamento della Chiesa e il magistero della disciplina” (De virginitate, 16, 105); e ancora la nota dichiarazione: “Dove c’è Pietro, là c’è la Chiesa” (Explanatio Psalmi 40, 30, 5). La saggezza pastorale e il magistero di Ambrogio sull’ortodossia della fede e sulla vita cristiana lasceranno un’impronta indelebile nella Chiesa universale e, in particolare, segneranno la Chiesa di Milano, che non ha mai cessato di coltivarne la memoria e di conservarne lo spirito».

Ai ragazzi della Cresima, il Papa – come aveva già fatto in Gran Bretagna il 17 settembre 2010 – ha chiesto di essere santi: «Siate santi! Ma è possibile essere santi alla vostra età? Vi rispondo: certamente! Lo dice anche sant’Ambrogio, grande Santo della vostra Città, in una sua opera, dove scrive: “Ogni età è matura per Cristo” (De virginitate, 40). E soprattutto lo dimostra la testimonianza di tanti Santi vostri coetanei, come Domenico Savio, o Maria Goretti. La santità è la via normale del cristiano: non è riservata a pochi eletti, ma è aperta a tutti». Si può anche ricordare a questo proposito l’impegno personale di Benedetto XVI per la ripresa della causa di beatificazione di Antonietta Meo, «Nennolina» (1930-1937), proclamata venerabile nel 2007 superando obiezioni su una presunta impossibilità di diventare santi a sette anni.

Ai cresimandi il Papa ha indicato pure la via verso la bellezza della santità: i doni dello Spirito Santo, «realtà stupende» e oggi tanto spesso purtroppo dimenticate. Vale dunque la pena di ricordarli. Il primo è la sapienza, «che vi fa scoprire quanto è buono e grande il Signore e, come dice la parola, rende la vostra vita piena di sapore, perché siate, come diceva Gesù, “sale della terra”». Il secondo è l’intelletto, «così che possiate comprendere in profondità la Parola di Dio e la verità della fede». Terzo: il consiglio, «che vi guiderà alla scoperta del progetto di Dio sulla vostra vita, vita di ognuno di voi». Quarto dono: la fortezza, «per vincere le tentazioni del male e fare sempre il bene, anche quando costa sacrificio». Quinto: il dono della scienza, «non scienza nel senso tecnico, come è insegnata all’Università, ma scienza nel senso più profondo che insegna a trovare nel creato i segni le impronte di Dio, a capire come Dio parla in ogni tempo e parla a me, e ad animare con il Vangelo il lavoro di ogni giorno; capire che c’è una profondità e capire questa profondità e così dare sapore al lavoro, anche quello difficile». Sesto dono: la pietà, «che tiene viva nel cuore la fiamma dell’amore per il nostro Padre che è nei cieli, in modo da pregarLo ogni giorno con fiducia e tenerezza di figli amati; di non dimenticare la realtà fondamentale del mondo e della mia vita: che c’è Dio e che Dio mi conosce e aspetta la mia risposta al suo progetto». E il settimo dono, forse il più difficile da capire per un giovane oggi, è il timore di Dio, da non confondersi con la paura. Il «timore di Dio non indica paura, ma sentire per Lui un profondo rispetto, il rispetto della volontà di Dio che è il vero disegno della mia vita ed è la strada attraverso la quale la vita personale e comunitaria può essere buona; e oggi, con tutte le crisi che vi sono nel mondo, vediamo come sia importante che ognuno rispetti questa volontà di Dio impressa nei nostri cuori e secondo la quale dobbiamo vivere; e così questo timore di Dio è desiderio di fare il bene, di fare la verità, di fare la volontà di Dio».

3. La bellezza nel sacerdozio e nella vita consacrata

 C’è una bellezza particolare anche nella vita sacerdotale. Celebrando l’ora media in Duomo a Milano con i sacerdoti, i seminaristi e le persone consacrate, Benedetto XVI ricordava come Paolo VI, allora arcivescovo di Milano, nel 1958 paragonava la vita sacerdotale a un poema: «Comincia la vita sacerdotale: un poema, un dramma, un mistero nuovo … fonte di perpetua meditazione …sempre oggetto di scoperta e di meraviglia; [il Sacerdozio] è sempre novità e bellezza per chi vi dedica amoroso pensiero … è riconoscimento dell’opera di Dio in noi» (Omelia per l’Ordinazione di 46 Sacerdoti, 21 giugno 1958). E il Papa, attento alla musica, ha paragonato la vita sacerdotale e consacrata a una «sinfonia», in cui tre elementi – unione personale con Dio, servizio alla Chiesa e servizio all’intera umanità – non si contrappongono ma s’incontrano armoniosamente.

Di questa bellezza della vita consacrata e sacerdotale sono parte integrante la castità e il celibato. Certo, «l’amore per Gesù vale per tutti i cristiani, ma acquista un significato singolare per il sacerdote celibe e per chi ha risposto alla vocazione alla vita consacrata: solo e sempre in Cristo si trova la sorgente e il modello per ripetere quotidianamente il “sì” alla volontà di Dio». Il Papa richiama le radici della Chiesa ambrosiana, il magistero di sant’Ambrogio. «“Con quali legami Cristo è trattenuto?” – si chiedeva sant’Ambrogio, che con intensità sorprendente predicò e coltivò la verginità nella Chiesa, promuovendo anche la dignità della donna. Al quesito citato rispondeva: “Non con i nodi di corde, ma con i vincoli dell’amore e con l’affetto dell’anima” (De virginitate, 13, 77)». E ancora il Pontefice cita un sermone di sant’Ambrogio alle vergini: «Cristo è tutto per noi: se desideri risanare le tue ferite, egli è medico; se sei angustiato dall’arsura delle febbre, egli è fonte; se ti trovi oppresso dalla colpa, egli è giustizia; se hai bisogno di aiuto, egli è potenza; se hai paura della morte, egli è vita; se desideri il paradiso, egli è via; se rifuggi le tenebre, egli è luce; se sei in cerca di cibo, egli è nutrimento» (De virginitate, 16, 99).

4. La bellezza del dono di sé nella famiglia

C’è una bellezza del sacerdozio e della vita consacrata e c’è una bellezza della famiglia. Nell’omelia della Messa del giugno al Parco di Bresso per il VII Incontro Mondiale delle Famiglie Benedetto XVI è partito dalla bellezza della Chiesa, «la famiglia di Dio», «sacrarium Trinitatis» come la definisce sant’Ambrogio con un’espressione che il Papa tiene a ricordare nel giorno della festa liturgica della Santissima Trinità, «popolo che – come insegna il Concilio Vaticano II – deriva la sua unità dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Lumen gentium, 4). La Chiesa quando comprende la sua natura diventa «capace di riflettere la bellezza della Trinità».

Ma chiamata a riflettere questa bellezza, «chiamata ad essere immagine del Dio Unico in Tre Persone non è solo la Chiesa, ma anche la famiglia, fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna». L’amore è infatti la bellezza ultima dell’uomo. «L’amore è ciò che fa della persona umana l’autentica immagine della Trinità, immagine di Dio». Questa immagine trinitaria si riflette anche nei tre significati dell’amore umano, che è tre volte fecondo: «fecondo – ha detto il Pontefice agli sposi – innanzitutto per voi stessi, perché desiderate e realizzate il bene l’uno dell’altro, sperimentando la gioia del ricevere e del dare». Fecondo, in secondo luogo, «nella procreazione, generosa e responsabile, dei figli, nella cura premurosa per essi e nell’educazione attenta e sapiente». E in terzo luogo «fecondo infine per la società, perché il vissuto familiare è la prima e insostituibile scuola delle virtù sociali, come il rispetto delle persone, la gratuità, la fiducia, la responsabilità, la solidarietà, la cooperazione». Così la famiglia riflette anch’essa, come la Chiesa, la bellezza della Trinità.

Questa bellezza dell’amore oggi spesso è compresa in modo sentimentale o superficiale. Nel dialogo del 2 giugno, il Papa ha ricordato che in molte società tradizionali e in molte zone dell’Europa, fino ai primi decenni del XX secolo – «mi ricordo, ha detto, che in un piccolo paese, nel quale sono andato a scuola, era in gran parte ancora così» –, il matrimonio era combinato tra le famiglie o i clan. «Ma poi, dall’Ottocento, segue l’emancipazione dell’individuo, la libertà della persona, e il matrimonio non è più basato sulla volontà di altri, ma sulla propria scelta; precede l’innamoramento, diventa poi fidanzamento e quindi matrimonio». Questo sviluppo è accolto dalle nuove generazioni con grande entusiasmo. «In quel tempo – ricorda il Pontefice – tutti eravamo convinti che questo fosse l’unico modello giusto e che l’amore di per sé garantisse il “sempre”, perché l’amore è assoluto, vuole tutto e quindi anche la totalità del tempo: è “per sempre”». La realtà, però, ha smentito questi entusiasmi: «si vede che l’innamoramento è bello, ma forse non sempre perpetuo, così come è il sentimento: non rimane per sempre. Quindi, si vede che il passaggio dall’innamoramento al fidanzamento e poi al matrimonio esige diverse decisioni, esperienze interiori. Come ho detto, è bello questo sentimento dell’amore, ma deve essere purificato, deve andare in un cammino di discernimento, cioè devono entrare anche la ragione e la volontà; devono unirsi ragione, sentimento e volontà».

È un durus sermo, quello del Papa, quando ricorda che l’essere sinceramente innamorati di per sé non fa il matrimonio. «Nel Rito del Matrimonio, la Chiesa non dice: “Sei innamorato?”, ma “Vuoi?”, “Sei deciso?”. Cioè: l’innamoramento deve divenire vero amore coinvolgendo la volontà e la ragione in un cammino, che è quello del fidanzamento, di purificazione, di più grande profondità, così che realmente tutto l’uomo, con tutte le sue capacità, con il discernimento della ragione, la forza di volontà, dice: “Sì, questa è la mia vita”». «Io penso spesso – ha confidato il Pontefice – alle nozze di Cana. Il primo vino è bellissimo: è l’innamoramento. Ma non dura fino alla fine: deve venire un secondo vino, cioè deve fermentare e crescere, maturare. Un amore definitivo che diventi realmente “secondo vino” è più bello, migliore del primo vino».

Testimoniare questa bellezza oggi non è facile. Come già nella visita del 3 maggio 2012 al Policlinico Gemelli e nell’omelia di Pentecoste, il Papa nella Messa del 3 giugno è tornato sul tema – centrale nell’enciclica Caritas in veritate – della tecnocrazia, del «mondo dominato dalla tecnica», che crea un mondo dove la vocazione al matrimonio cristiano «non è facile da vivere». Ultimamente, di fronte al mondo tentato dalla tecnocrazia la famiglia testimonia la verità che «l’amore è l’unica forza che può veramente trasformare il cosmo, il mondo». «Nel libro della Genesi – ha ricordato il Pontefice –, Dio affida alla coppia umana la sua creazione, perché la custodisca, la coltivi, la indirizzi secondo il suo progetto (cfr 1,27-28; 2,15). In questa indicazione della Sacra Scrittura, possiamo leggere il compito dell’uomo e della donna di collaborare con Dio per trasformare il mondo, attraverso il lavoro, la scienza e la tecnica. L’uomo e la donna sono immagine di Dio anche in questa opera preziosa, che devono compiere con lo stesso amore del Creatore».

La tecnocrazia, appunto, intende la trasformazione del mondo come qualche cosa che può essere valutato solo con il criterio dell’utile. Così, «nelle moderne teorie economiche, prevale spesso una concezione utilitaristica del lavoro, della produzione e del mercato. Il progetto di Dio e la stessa esperienza mostrano, però, che non è la logica unilaterale dell’utile proprio e del massimo profitto quella che può concorrere ad uno sviluppo armonico, al bene della famiglia e ad edificare una società giusta, perché porta con sé concorrenza esasperata, forti disuguaglianze, degrado dell’ambiente, corsa ai consumi, disagio nelle famiglie. Anzi, la mentalità utilitaristica tende ad estendersi anche alle relazioni interpersonali e familiari, riducendole a convergenze precarie di interessi individuali e minando la solidità del tessuto sociale».

Si moltiplicano così i fallimenti, le separazioni e i divorzi. Nel dialogo del 2 giugno il Papa ha confidato che «il problema dei divorziati risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa di oggi. E non abbiamo semplici ricette. La sofferenza è grande e possiamo solo aiutare le parrocchie, i singoli ad aiutare queste persone a sopportare la sofferenza di questo divorzio». Dopo avere ribadito quanto aveva affermato nelle sue Allocuzioni alla Rota Romana del 2007 e del 2011, che «molto importante sarebbe, naturalmente, la prevenzione», compreso un esame serio da parte dei parroci delle reali intenzioni delle coppie che si presentano per sposarsi, il Pontefice ribadisce alle coppie in situazione irregolare «che la Chiesa le ama, ma esse devono vedere e sentire questo amore. Mi sembra un grande compito di una parrocchia, di una comunità cattolica, di fare realmente il possibile perché esse sentano di essere amate, accettate, che non sono “fuori”». Naturalmente, la Chiesa accetta e ama le persone, non la loro irregolarità: devono essere accolte in chiesa ma «non possono ricevere l’assoluzione e l’Eucaristia». Ma, se pure non possono essere assolte in confessione, «tuttavia un contatto permanente con un sacerdote, con una guida dell’anima, è molto importante perché possano vedere che sono accompagnati, guidati». E, se pure non possono ricevere l’Eucarestia, «anche senza la ricezione “corporale” del Sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo Corpo. E far capire questo è importante. Che realmente trovino la possibilità di vivere una vita di fede, con la Parola di Dio, con la comunione della Chiesa e possano vedere che la loro sofferenza è un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere la stabilità dell’amore, del Matrimonio; e che questa sofferenza non èsolo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede. Penso che la loro sofferenza, se realmente interiormente accettata, sia un dono per la Chiesa. Devono saperlo, che proprio così servono la Chiesa, sono nel cuore della Chiesa».

La mentalità utilitarista e tecnocratica, che appunto non è tra le ultime cause del fallimento di tante famiglie, tende anche a ignorare, o a vedere con sospetto – ha detto il Papa nell’omelia del 3 giugno –, che «l’uomo, in quanto immagine di Dio, è chiamato anche al riposo e alla festa». Mette in crisi così la nozione della domenica come giorno del Signore e anche «giorno dell’uomo e dei suoi valori: convivialità, amicizia, solidarietà, cultura, contatto con la natura, gioco, sport». La Chiesa non può accettare questa crisi: «pur nei ritmi serrati della nostra epoca – invoca il Papa –, non perdete il senso del giorno del Signore! È come l’oasi in cui fermarsi per assaporare la gioia dell’incontro e dissetare la nostra sete di Dio».

Famiglia, lavoro e festa sono per Benedetto XVI «tre doni di Dio, tre dimensioni della nostra esistenza che devono trovare un armonico equilibrio. Armonizzare i tempi del lavoro e le esigenze della famiglia, la professione e la paternità e la maternità, il lavoro e la festa, è importante per costruire società dal volto umano». Per affermare la bellezza della famiglia occorre privilegiare «sempre la logica dell’essere rispetto a quella dell’avere: la prima costruisce, la seconda finisce per distruggere».

L'uomo di oggi è capace di vero culto a Dio?

L’Arcivescovo di Philadelphia offre a tutti i cattolici una splendida riflessione sul significato di liturgia e missione nel terzo millennio, in un contesto culturale che non facilita il rapporto autentico dell’uomo con Dio. La soluzione sta nel ritrovare il vero senso dell’atto di culto, non nnell’adeguarlo alla mentalità del mondo, sulla scorta delle autentiche intenzioni del Concilio Vaticano II.

di Mons. Charles Chaput*

Nel 1964 Romano Guardini affermava che la ‘Sacrosanctum Concilium’ avrebbe inaugurato una nuova fase nel movimento liturgico, ma scriveva tra l’altro:L’atto liturgico, e con esso tutto ciò che va sotto il nome di ‘liturgia’, non è così fortemente legato al contesto storico – antico o medievale o barocco -, per cui sarebbe più onesto rinunciarvi completamente? Non sarebbe meglio ammettere che l’uomo di questa era industriale e scientifica, con la sua nuova struttura sociologica, non è più capace di atto liturgico?“. L’osservazione di Guardini fece grande scalpore, ma sembra che né teologi né liturgisti abbiano mai preso sul serio i suoi timori. Lasciate che vi dica che io invece quei timori li raccolgo. Penso che egli abbia messo il dito su una delle questioni cardine della missione nel suo tempo, e anche nel nostro.
Ciò che Guardini intendeva per atto liturgico, era la trasformazione della pietà e della preghiera personale in un genuino culto comunitario, la leitourgia, l’ufficio pubblico che la Chiesa offre a Dio. Riconosceva che la preghiera comunitaria della Chiesa era cosa ben diversa dalla preghiera privata di individui credenti. L’atto liturgico comporta un nuovo genere di coscienza, una “disponibilità verso Dio”, una consapevolezza intima dell’unità di tutta la persona, corpo e anima, con il corpo spirituale della Chiesa presente in cielo e in terra. Comporta pure il riconoscimento che i sacri segni e le azioni della Messa – stare in piedi, in ginocchio, cantare e così via – sono in sé “preghiera”. Guardini riteneva che lo spirito del mondo moderno stesse minando le convinzioni che rendono possibile questa coscienza liturgica. Egli spiegava che la nostra fede e il nostro culto non avvengono nel vuoto. Noi siamo sempre in qualche misura prodotti della nostra cultura. Le nostre strutture concettuali, le nostre percezioni della realtà, sono formate dalla cultura nella quale viviamo, che ci piaccia o no.

Oggi quasi nulla di ciò che noi cattolici crediamo è sostenuto dalla cultura odierna. Perfino il significato di “umano” e di “persona” è soggetto a dibattito, come pure altri concetti dottrinali della visione cattolica sono aggressivamente ripudiati o ignorati. Nella nostra vita di ogni giorno siamo circondati da monumenti inneggianti al nostro potere sulla natura e sul bisogno. I trofei della nostra autonomia ed autosufficienza sono ovunque – palazzi, macchine, medicine, invenzioni. Tutto sembra magnificare la nostra capacità di provvedere ad ogni necessità con il know-how e la tecnologia. Di nuovo la questione diventa: quale influsso ha tutto ciò con la premessa centrale per un corretto culto – che cioè siamo creature dipendenti dal nostro Creatore, e che dobbiamo rendere grazie a Dio per tutti i suoi doni, a cominciare dal dono della vita?

Possiamo porre le stesse questioni a proposito della nostra missione di evangelizzazione. Noi predichiamo la buona notizia che questo mondo ha un Salvatore in grado di liberarci dalla schiavitù del peccato e della morte, ma che impatto ha questa buona notizia in un mondo in cui la gente non crede nel peccato o che ritiene di non avere niente da cui essere salvata? Quale senso può avere la promessa della vittoria sulla morte per gente che non crede che esista nulla al di là del mondo visibile?

Allora ha ragione Guardini nell’affermare che l’uomo di oggi sembra incapace di vero culto? Penso di sì. Ma la domanda più importante per noi è questa: se ha ragione, noi che cosa faremo?

Padre Robert Barron affronta il tema in questo modo:Il progetto non è formare la liturgia secondo le congetture dell’epoca, ma far sì che la liturgia interpelli e formi le congetture di ogni tempo. L’uomo di oggi è incapace di atti liturgici? Probabilmente. Ma non vi è nessuna ragione per disperare. Il nostro fine non è adeguare la liturgia al mondo, ma lasciare che la liturgia sia se stessa – un’icona trasformativa dell’ordo di Dio“.

Gli sforzi per inventare una liturgia più “rilevante” e “intelligibile” mediante una sorta di incessante culto della novità, ha generato solo confusione e una separazione ancora più profonda fra i credenti e il vero spirito della liturgia.

Il prossimo grande compito del rinnovamento liturgico è costruire un’autentica cultura eucaristica, infondere una nuova sensibilità sacramentale e liturgica che renda i cattolici capaci di affrontare gli idoli e gli emblemi della nostra cultura con la fiducia dei credenti che traggono vita dai sacri misteri nei quali si entra in comunione con il Dio vivente. Spero ora di dare il mio piccolo contributo per questo grande sforzo di rinnovamento presentando quattro punti:

1) Dobbiamo recuperare la connessione intrinseca e inseparabile fra liturgia ed evangelizzazione. La liturgia è fonte e scopo della missione ecclesiale. Lo insegnava Cristo, era la prassi della Chiesa primitiva ed è stato riaffermato dal Concilio Vaticano II. Noi evangelizziamo per far entrare in comunione con il Dio vivente nella liturgia eucaristica, e a sua volta, l’esperienza di comunione con Dio ci spinge ad evangelizzare.

2) La liturgia è partecipazione alla liturgia celeste nella quale adoriamo in spirito e verità con la Chiesa universale e la comunione dei santi (Sacrosanctum Concilium, 8). Questa è forse la dimensione liturgica più trascurata oggi. Se le nostre liturgie le troviamo banali, ristrette, troppo incentrate sulle comunità di appartenenza con le proprie particolari esigenze, se mancano di un senso potente del sacro e del trascendente, è perché abbiamo perso il senso della partecipazione del nostro culto con la liturgia celeste.

Nella Divina Liturgia, il Regno viene sulla terra così come in cielo. Cielo e terra sono pieni della gloria di Dio. Questa è la nostra fede, ma non so quanti credenti di fatto la vivano. Il Libro dell’Apocalisse ci mostra la liturgia celeste. Ricordate come inizia, San Giovanni “fu preso dallo Spirito nel giorno del Signore”. In altre parole, stava celebrando l’Eucaristia di domenica quando gli fu data una visione del culto del cielo e del mondo a venire (Ap. 1, 9-10). Il libro è pieno di immagini liturgiche e sacramentali. A un certo punto, Giovanni vede una moltitudine innumerevole da ogni tribù, lingua, popolo e nazione che adorava l’Agnello eucaristico. Il vertice del libro è l’avvento di “un nuovo cielo e una nuova terra” con l’annuncio “ecco la dimora di Dio con gli uomini”.

Ogni volta che celebriamo la liturgia sulla terra, noi pregustiamo in essa la consumazione della storia. Questa verità dovrebbe trasformare il nostro modo di celebrare e muoverci alla gratitudine nel vedere che il nostro Dio ci ha concesso il privilegio di unirci agli angeli e ai santi nell’adorazione dinanzi a Dio; dovrebbe renderci desiderosi di celebrare liturgie che siano venerabili e belle, che rivolgano il nostro cuore e la nostra mente alle cose di lassù.

3) Occorre fare ogni sforzo per recuperare e vivere la stessa vibrante spiritualità liturgica ed evangelica dei primi cristiani. Alcune delle peggiori idee liturgiche post-conciliari erano mosse da un vago romanticismo sul modo in cui i primi cristiani credevano e celebravano, persuasi ad esempio che la Chiesa agli inizi non avesse il sacerdozio sacramentale e che l’Eucaristia avesse un rituale limitato, che fosse essenzialmente un pasto tra amici. Il problema con queste ricostruzioni nostalgiche – primitiviste – si può sintetizzare in un unico concetto: nessuno rischia la tortura e la vita per un pasto con gli amici, poiché proprio tortura e morte venivano sentenziate per quanti venivano sorpresi a celebrare l’Eucaristia al tempo della Chiesa delle origini. Ci sono racconti a iosa su questi fatti. Tra questi, mi commuove in particolare una testimonianza che ci giunge dall’anno 304, durante la grande persecuzione di Diocleziano dai Martiri di Abitene, un villaggio nei pressi di Cartagine. Un giovane di nome Felix, che aveva il ministero di lettore, interrogato sui motivi per cui aveva disobbedito al decreto dell’imperatore, rispondeva: “come se uno potesse essere cristiano senza la Messa o che si possa celebrare la Messa senza un cristiano!… Il cristiano esiste con la Messa e la Messa nei cristiani! L’uno non può esistere senza l’altra… Abbiamo celebrato l’assemblea gloriosa, e ci siamo radunati per leggere nella Messa le Scritture del Signore”. Notiamo in questa confessione gli stessi temi di cui stiamo parlando. Per quei discepoli la Messa non è una semplice mensa. E’ “assemblea gloriosa”, una liturgia celeste che designa la loro identità di cristiani come anche l’identità della Chiesa, tanto è vero che uno dei compagni martiri di Felix confessava: “Non possiamo vivere senza la Messa”.

Uno degli impatti più gravi della cultura relativistica sull’Eucaristia è il fatto che per noi la domenica non è più il primo giorno della settimana ma l’ultimo giorno del “weekend”. Gesù Cristo risuscitò dai morti “il primo giorno della settimana” (Mc. 16, 2). Per questo, i primi cristiani veneravano la domenica come la “Pasqua settimanale”, il giorno del Signore. Lo stesso vale per noi. La Messa deve essere la nostra offerta spirituale all’inizio di ogni settimana, non un qualcosa che “infiliamo” nel nostro tempo libero prima di tornare al lavoro il lunedì. Anche questo sottile cambiamento di prospettiva potrebbe avere un forte impatto sul modo in cui celebriamo e come viviamo la nostra fede nel mondo.

4) La liturgia è una scuola di amore oblativo. La legge della nostra preghiera sia anche la legge della nostra vita. Lex orandi, lex vivendi. Siamo chiamati a diventare il sacrificio che celebriamo. E’ impressionante notare quanti racconti dei primi cristiani martiri, soprattutto racconti di vescovi e sacerdoti, siano narrati in “chiave eucaristica”. E’ un classico il martirio dell’anziano vescovo Policarpo arrostito vivo. I testimoni diranno di aver sentito il profumo non di carne bruciata, ma di pane spezzato. L’altro esempio classico è Sant’Ignazio, vescovo di Antiochia. In prigione aspettando la sua esecuzione che consisteva nell’essere sbranato dai cani, scrisse: “Sono farina di Dio dato in pasto alle bestie feroci per essere trovato pane puro di Cristo”.

Non soltanto i martiri sono offerta eucaristica, ma anche voi ed io ed ogni credente battezzato. Di continuo leggiamo nel Nuovo Testamento che tutti siamo chiamati ad offrirci a Dio come sacrificio vivente di lode, santo e gradito a Dio (Rom. 12, 1). Questa è la prima pietra della dottrina cattolica sul sacerdozio comune di tutti i battezzati. I primi cristiani si sentivano gli eredi della vocazione data a Israele, “la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa”. Tutti i battezzati, con il sacerdozio della propria vita, sono chiamati a offrire non il sacrificio cruento di animali, ma il sacrificio del cuore, simbolo della vita, in imitazione di Gesù Cristo.Il nostro sacrificio di lode è innanzitutto nell’Eucaristia. Questo intende il Concilio quando esorta alla “partecipazione attiva” del laicato nella liturgia (SC, 14). Un’espressione che purtroppo è stata presa come licenza per ogni sorta di attività esteriore, agitazione ed efficientismo nel culto. Non era affatto questa la volontà del Vaticano II. La “partecipazione attiva” si riferisce al movimento interiore del nostro spirito, la nostra intima partecipazione all’azione di Cristo nell’offerta del suo corpo e sangue. Ciò esige che si abbiano spazi e “pause” durante la celebrazione per raccogliere le nostre emozioni e pensieri, e fare un atto consapevole di offerta di sé. Dobbiamo “innalzare i nostri cuori” e metterli con contrizione ed umiltà sull’altare insieme al pane e al vino.

Ma la nostra opera non finisce con la Messa. Lungo i nostri giorni, tutto – lavoro, sofferenze, preghiere, incarichi – tutto ciò che facciamo e sperimentiamo deve essere offerto a Dio come sacrificio spirituale. Tutto sia offerto a lode e gloria del nome di Dio e per la salvezza dei nostri fratelli e sorelle. Questo è un altro grande insegnamento del Concilio che dobbiamo ancora integrare nella nostra ordinaria spiritualità. Tutto quello che facciamo, nella liturgia e nella nostra vita nel mondo, è al servizio della consacrazione del mondo a Dio.

Così, cari amici, abbiamo chiuso il cerchio. Ecco la risposta alla sfida di Guardini. Voi siete la risposta alla sua sfida. L’atto liturgico diventa possibile per l’uomo d’oggi quando fate della vostra vita una liturgia, quando la vivete liturgicamente, un’offerta a Dio nel ringraziamento e nella lode per i suoi doni e per la salvezza. Voi siete il futuro del rinnovamento liturgico. L’atto liturgico diventa possibile per l’uomo d’oggi quando considerate la vostra vita e il vostro lavoro nella luce del progetto di Dio sul mondo, alla luce della sua volontà che tutti gli uomini e le donne si salvino e giungano alla conoscenza della verità (1 Tim. 2, 4). Il mistero che celebriamo con gli angeli e i santi deve radicarsi profondamente nella nostra vita e personalità, deve portare frutto. Ciascuno di noi deve dare il proprio unico contributo al misericordioso disegno di Dio – che tutta la creazione diventi adorazione e sacrificio a lode della sua gloria. E’ quanto mai conveniente che concludiamo e ce ne andiamo con le parole di uno dei nuovi inviti di congedo del nuovo Messale Romano: “Glorificate il Signore nella vostra vita. Andate in pace”.

*stralci di un articolo pubblicato su Messainlatino.it

Il Papa al Regina Coeli: lasciamoci invadere dalla misericordia di Dio

Cari fratelli e sorelle!

Ogni anno, celebrando la Pasqua, noi riviviamo l’esperienza dei primi discepoli di Gesù, l’esperienza dell’incontro con Lui risorto: racconta il Vangelo di Giovanni che essi lo videro apparire in mezzo a loro, nel cenacolo, la sera del giorno stesso della risurrezione, «il primo della settimana», e poi «otto giorni dopo» (cfr Gv 20,19.26). Quel giorno, chiamato poi «domenica», «giorno del Signore», è il giorno dell’assemblea, della comunità cristiana che si riunisce per il suo culto proprio, cioè l’Eucaristia, culto nuovo e distinto fin dall’inizio da quello giudaico del sabato. In effetti, la celebrazione del Giorno del Signore è una prova molto forte della Risurrezione di Cristo, perché solo un avvenimento straordinario e sconvolgente poteva indurre i primi cristiani a iniziare un culto diverso rispetto al sabato ebraico. Allora come oggi, il culto cristiano non è solo una commemorazione di eventi passati, e nemmeno una particolare esperienza mistica, interiore, ma essenzialmente un incontro con il Signore risorto, che vive nella dimensione di Dio, al di là del tempo e dello spazio, e tuttavia si rende realmente presente in mezzo alla comunità, ci parla nelle Sacre Scritture e spezza per noi il Pane di vita eterna. Attraverso questi segni noi viviamo ciò che sperimentarono i discepoli, cioè il fatto di vedere Gesù e nello stesso tempo di non riconoscerlo; di toccare il suo corpo, un corpo vero, eppure libero dai legami terreni. E’ molto importante quello che riferisce il Vangelo, e cioè che Gesù, nelle due apparizioni agli Apostoli riuniti nel cenacolo, ripeté più volte il saluto «Pace a voi!» (Gv 20,19.21.26). Il saluto tradizionale, con cui ci si augura lo shalom, la pace, diventa qui una cosa nuova: diventa il dono di quella pace che solo Gesù può dare, perché è il frutto della sua vittoria radicale sul male. La «pace» che Gesù offre ai suoi amici è il frutto dell’amore di Dio che lo ha portato a morire sulla croce, a versare tutto il suo sangue, come Agnello mite e umile, «pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14). Ecco perché il beato Giovanni Paolo II ha voluto intitolare questa Domenica dopo la Pasqua alla Divina Misericordia, con un’icona ben precisa: quella del costato trafitto di Cristo, da cui escono sangue ed acqua, secondo la testimonianza oculare dell’apostolo Giovanni (cfr Gv 19,34-37). Ma ormai Gesù è risorto, e da Lui vivo scaturiscono i Sacramenti pasquali del Battesimo e dell’Eucaristia: chi si accosta ad essi con fede riceve il dono della vita eterna. Cari fratelli e sorelle, accogliamo il dono della pace che ci offre Gesù risorto, lasciamoci riempire il cuore dalla sua misericordia! In questo modo, con la forza dello Spirito Santo, lo Spirito che ha risuscitato Cristo dai morti, anche noi possiamo portare agli altri questi doni pasquali. Ce lo ottenga Maria Santissima, Madre di Misericordia. 

 

La festa della Divina Misericordia: un Battesimo di grazie

Domenica prossima (Domenica in Albis) tutta la Chiesa celebra la festa della Divina Misericordia, voluta dal Beato Giovanni Paolo II, sulla scorta delle rivelazioni ricevute da Santa Faustina Kowalska. Grandi grazie sono riservate a chi celebra con solennità questa festa. Per i devoti della Madonna dell’Elemosina, Madre della Divina Misericordia, questa festa ha un significato ancora più forte.

Redazione SME

Per la prima volta nel 1931 suor Faustina Kowalska, in un’estasi mistica,  ricevette da Gesù la rivelazione del desiderio di istituire questa festa. Negli anni successivi Gesù è ritornato a fare questa richiesta addirittura in 14 apparizioni, definendo con precisione il giorno della festa nel calendario liturgico della Chiesa, la causa e lo scopo della sua istituzione, il modo di prepararla e di celebrarla come pure le grazie ad essa legate.

La scelta della prima domenica dopo Pasqua indica innanzitutto lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia, come ha annotato anche suor Faustina nel suo Diario: “Ora vedo che l’opera della Redenzione è collegata con l’opera della Misericordia richiesta dal Signore”. Gesù ha spiegato la ragione per cui ha chiesto l’istituzione della festa: “Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione (…). Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre”.

La preparazione alla festa è costituita da una novena, che consiste nella recita, cominciando dal Venerdì Santo, della coroncina alla Divina Misericordia. Questa novena è stata desiderata da Gesù ed Egli ha detto a proposito di essa che “elargirà grazie di ogni genere”. Per quanto riguarda il modo di celebrare la festa Gesù ha rivelato a Santa Faustina: “Sì, la prima domenica dopo Pasqua è la festa della Misericordia, ma deve esserci anche l’azione ed esigo il culto della Mia misericordia con la solenne celebrazione di questa festa e col culto all’immagine che è stata dipinta”. La grandezza di questa festa è dimostrata dalle promesse: “In quel giorno, chi si accosterà alla sorgente della vita conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene” ha detto Gesù. Una particolare grazia è legata alla Comunione ricevuta quel giorno in modo degno: “la remissione totale delle colpe e castighi”. Questa grazia “è qualcosa di decisamente più grande che la indulgenza plenaria. Quest’ultima consiste infatti solo nel rimettere le pene temporali, meritate per i peccati commessi (…). E’ essenzialmente più grande anche delle grazie dei sei sacramenti, tranne il sacramento del battesimo, poiché‚ la remissione delle colpe e dei castighi è solo una grazia sacramentale del santo battesimo. Invece nelle promesse riportate Cristo ha legato la remissione dei peccati e dei castighi con la Comunione ricevuta nella festa della Misericordia, ossia da questo punto di vista l’ha innalzata al rango di secondo battesimo”.

Gesù non ha limitato la sua generosità solo a questa, anche se eccezionale, grazia. Infatti ha detto che “riverserà tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia misericordia”, poiché‚ in quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto”. Gesù vuole in quel giorno regalare agli uomini non solo le grazie salvificanti, ma anche benefici terreni – sia alle singole persone sia ad intere comunità. Tutte le grazie e benefici sono in quel giorno accessibili per tutti, a patto che siano chieste con grande fiducia.

Santa Faustina amava molto anche la Madonna, che invocava come  Madre della Misericordia. La Vergine Maria la sosteneva, la confortava, le dava forza nei momenti di grande sofferenza, l’aiutava e le insegnava come amare il Signore in modo totale, compiendo in tutto la sua Santa Volontà.

Il 18 aprile 1993, seconda Domenica di Pasqua, il Santo Padre Giovanni Paolo Il in Piazza San Pietro a Roma ha beatificato Suor Faustina. Il giorno seguente, durante l’udienza generale, Papa Woytila ha detto: “Dio ci ha parlato attraverso la ricchezza spirituale della beata Suor Faustina KowaIska. Ella ha lasciato al mondo il grande messaggio della Misericordia Divina come pure l’invito di affidarsi completamente al Creatore… Ella ha potuto conoscere la sua Misericordia mediante le esperienze mistiche e grazie al dono speciale della preghiera contemplativa. Ti ringrazio, beata Suor Faustina KowaIska per aver ricordato al mondo questo grande mistero della Misericordia Divina. Quel “mistero sconvolgente”, quell’ineffabile mistero del Padre di cui oggi l’uomo ed il mondo hanno tanto bisogno”.

La festa della Domenica della Divina Misericordia è stata istituita da Giovanni Paolo II il 30 Aprile del 2000 in occasione della Canonizzazione della Beata Suor Maria Faustina Kowalska. Così recita il Decxreto della Congergazione per i riti: “Il Signore per il grande amore con il quale ci ha amati, ci ha donato con indicibile bontà il suo unico Figlio, nostro Redentore, affinché attraverso la sua morte e risurrezione aprisse al genere umano le porte della vita eterna, e affinché, accogliendo la sua misericordia dentro il suo tempio, i figli dell’adozione esaltassero la sua gloria fino ai confini della terra. Accogliendo tali desideri, il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ha benignamente disposto che nel Messale Romano d’ora innanzi al titolo della II Domenica di Pasqua sia aggiunta la dizione «o della Divina Misericordia»”.

Giovanni Paolo II è tornato alla casa del Padre sabato 2 aprile 2005, ai primi Vespri della festa della Divina Misericordia.

Se l'Europa s'inventa la definizione di famiglia…

Ieri il Parlamento di Strasburgo ha approvato una risoluzione in cui invita i Paesi dell’Unione a riconoscere i matrimoni tra persone dello tesso sesso. E, tra l’altro, «si rammarica dell’adozione da parte di alcuni Stati membri di definizioni restrittive di “famiglia” con lo scopo di negare la tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli». Così l’Europa apre ai matrimoni gay e, addirittura, anche alla possibilità (per ora ipotetica) che abbiano figli. Gli osservatori più “alla moda” salutano la decisione come una “conquista di civilità”, un passo avanti verso l’uguaglianza. Appena sabato scorso il Papa aveva parlato del tentativo della cultura contemporanea di manipolare il matrimonio e la famiglia. E’ la fine dell’Europa cristiana?

di Alessandro Scaccianoce

Mentre diminuiscono i matimoni “regolari”, come da rilevazioni Istat ufficiali ( tra il 2009 e il 2001 si sono registrati quasi 30 mila matrimoni in meno), agguerrite lobbies gay fanno breccia in Europa imponendo un “allargamento” della nozione di famiglia. Alla crisi del matrimonio in senso tradizionale, dunque, corrisponde una forte richiesta da parte delle coppie omosessuali che, non si accontentano di una regolamentazione civilistica delle unioni, ma chiedono la completa equiparazione delle loro situazioni di fatto alla famiglia tradizionalmente intesa. Ci chiediamo: ma davvero ciascuno può decidere cosa è la famiglia, a prescindere dai più elementari dati umani?
Appena sabato scorso Benedetto XVI  era tornato a parlare di relativismo, cioè dell’idea secondo cui non esiste una verità oggettiva. Secondo tale virus, che ammorba il pensiero moderno, in nessun campo, e quindi anche in ambito morale, è possibile avere una nozione certa di quello che è bene e di quello che è male. E’ l’accordo dei membri di una collettività che sancisce il bene e il male. Sembra una conquista di civilità, l’uomo continua a nutrirsi dell’antico frutto dell’albero proibito (l’albero della conoscenza del bene e del male) e decide autonomamente ciò che è conforme alla propia natura

Le parole del Papa, oggi risuonano come una profezia inascoltata, un grido lanciato ad una società sorda ai richiami della propria coscienza, vittima di alcune lobbies e potentati massmediatici.
Ricevendo i vescovi della Regione VIII degli Stati Uniti in visita «ad limina», il Pontefice aveva puntualmente segnalato come il relativismo ha determinato una «crisi del matrimonio e della famiglia e, più in generale, della visione cristiana della sessualità». Se prevale il relativismo, ciascuno s’inventa la definizione di matrimonio e di famiglia che preferisce. «Da questo punto di vista, dev’essere fatta particolare menzione delle potenti correnti politiche e culturali che cercano di cambiare la definizione legale del matrimonio. Lo sforzo della Chiesa di resistere in coscienza a questa pressione richiede una difesa argomentata del matrimonio come istituzione naturale che consiste in una specifica comunione di persone, la quale trova le sue radici essenziali nella complementarità dei sessi ed è orientata alla procreazione».
 
Il Papa faceva riferimento alle recenti leggi che hanno introdotto il «matrimonio» omosessuale in alcuni Stati degli Stati Uniti, ma forse pensava anche alle forti pressioni che da tempo gravavano in ambito europeo e che si sono concretizzate nella decisione di ieri. A tale riguardo il Pontefice ha affermato che «le differenze tra i sessi non possono essere liquidate come irrilevanti per la definizione del matrimonio». E a chi accusa la Chiesa d’interferenza indebita il Papa ha risposto che «la difesa dell’istituzione del matrimonio come realtà sociale è ultimamente una questione di giustizia, perché comporta la salvaguardia del bene dell’intera comunità umana e i diritti sia dei genitori sia dei figli». Nessuno, infatti, che abbia coscienza limpida e onestà intellettuale, può accusare la Chiesa di essere contro l’uomo.
 
Il Papa ha ammesso che ci sono «crescenti difficoltà nel trasmettere l’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia nella sua integrità». Ma in parte queste difficoltà derivano da colpe di uomini di Chiesa. «Dobbiamo certamente riconoscere – ha detto il Papa – le deficienze nella catechesi degli ultimi decenni, che talora ha omesso di comunicare la ricca eredità dell’insegnamento cattolico sul matrimonio come istituzione naturale elevata da Cristo alla dignità di sacramento».
 
Anche i corsi di preparazione al matrimonio nelle parrocchie, ha sottolineato il Pontefice, spesso non hanno trasmesso questo insegnamento con sufficiente chiarezza, soprattutto sul tema della convivenza prematrimoniale. E con il coraggio e la lucidità dei profeti Benedetto XVI afferma che «la pratica della coabitazione prima del matrimonio è gravemente peccaminosa, per non parlare del fatto che danneggia la stabilità della società».
 
Contro il relativismo il Papa ha proposto il ritorno ad una catechesi convincente e chiara, che si avvalga sistematicamente del «Catechismo della Chiesa Cattolica». Un rimedio che ha già indicato in vista del prossimo Anno della Fede: «restaurare nel posto che gli spetta» nella predicazione e nella catechesi il «Catechismo della Chiesa Cattolica». I fedeli, particolarmente giovani, vi troveranno un’apologia della castità, che «è più sana e attraente delle ideologie permissive esaltate in certi ambienti le quali di fatto costituiscono una potente e distruttiva forma di contro-catechesi».
Queste parole del Papa risuonano come il grido del giusto in una società stordita dal chiasso dei gaudenti. Di fronte a questa rivoluzione di valori e di prospettive, commenta Avvenire, l’unica prospettiva è una “contro-rivoluzione, che non è da intendersi come una violenza uguale e contraria a quella in atto, ma una testimonianza ferma e convinta dei valori non negozabili, che non possono variare a colpi di maggioranze parlamentari.