“DIO CI LIBERI DAL PIZZO E DALLA MAFIA!”

– COMUNICATO STAMPA –

Con rammarico prendiamo atto dei gravi fenomeni di recrudescenza mafiosa che negli ultimi mesi hanno riguardato la comunità biancavillese. Fatti di sangue e nuovi gravi fatti di estorsione a carico dei commercianti locali.

Al riguardo ci sembra opportuno richiamare i molti interventi di alcuni Vescovi siciliani che hanno sancito ufficialmente e ribadito  l’incompatibilità tra la Chiesa e l’appartenenza ad una organizzazione criminale e mafiosa.

Con indicibile sofferenza, prendiamo atto che la nostra terra continua ad essere martoriata dalla mafia, che ha ucciso e continua ad uccidere giovani vite e che strozza ogni possibilità di sviluppo del nostro territorio, colpendo al cuore ogni iniziativa economica e con essa ogni speranza di un futuro libero e dignitoso.

Giova ribadire, in tale contesto, che la mafia è incompatibile con la Chiesa, nonostante i santini e gli atti di devozione di alcuni esponenti malavitosi. E’ stata emblematica, in tal senso, la scelta di alcuni Vescovi siciliani che hanno espressamente vietato funerali religiosi per uomini notoriamente mafiosi, morti senza aver dato nessun segno di pentimento e di ravvedimento.

Duole, invece, assistere in alcuni casi – com’è accaduto diverse volte e in diversi comuni –  al tristissimo fenomeno di funerali religiosi trasformati in una vera e propria manifestazione di tributo per le “virtù eroiche” del defunto morto in odore di mafia, con una partecipazione popolare che sgomenta e lascia aperti molti interrogativi. Soprattutto, ci chiediamo: perché tanti giovani accorrono ad un funerale di questo tipo? 

ihabjhga-340x541La mafia è un’organizzazione criminale che si nutre del silenzio, della paura e dell’approvazione tacita di un sistema in cui si sa chi controlla il territorio, chi comanda, chi chiede il pizzo, chi minaccia…

E’ questa la società in cui vogliamo far crescere i nostri figli e i nostri nipoti?

Il Beato Padre Pino Puglisi, il Servo di Dio Rosario Livatino, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ci insegnano che non basta condannare la mafia in quanto fenomeno criminoso, ma occorre reagire alla pratica mafiosa. Non occorre per questo diventare martiri ma, ogni giorno della vita possiamo fare la nostra parte. Meglio ancora se sostenuti da altri fratelli e sorelle.

La mafia non aiuta nessuno, non fa del bene al nostro territorio, ci toglie la libertàpapaadag3257x300 di vivere, di agire, ci condanna sempre più alla povertà e ad una cronica arretratezza strutturale ed economica, costringendo le forze migliori a fuggire via da questa terra. Ma, più ancora, la mafia non ha nulla a che vedere col cristianesimo, col Vangelo, con Cristo:  “Il mafioso – scrivono i Vescovi – in forza della stessa appartenenza alla cosca dedita strutturalmente al crimine, si pone oggettivamente fuori della comunione ecclesiale”. Ritorna alla mente  il grido di Giovanni Paolo II lanciato nella Valle dei Templi di Agrigento: “Convertitevi!  Una volta verrà il giudizio di Dio!”.

Insieme con molti altri esponenti della società civile siciliana, facendo eco ad un dibattito che si muove da diverso tempo all’interno delle comunità cristiane, condividiamo e sottoscriviamo la scelta di alcuni Vescovi siciliani di vietare funerali religiosi per esponenti mafiosi, morti senza aver dato nessun segno di pentimento o di ravvedimento. Una scelta che va ben regolamentata per tutta la Chiesa siciliana ed italiana.

Alla Madonna dell’Elemosina, Custode e Protettrice della nostra comunità, affidiamo il desiderio di un futuro luminoso e ricco di speranza, e con Lei, Madre “Onnipotente per grazia”, eleviamo al Padre il nostro grido di preghiera, utilizzando le parole di Mons. Pennisi, Arcivescovo di Monreale:

“Dio ci liberi dal pizzo e dalla mafia!”,

Sapendo, tuttavia, che questa liberazione passa anche dall’impegno di ciascuno…

La Redazione del Sito

 

Francesco: il parroco del mondo…

In pochi mesi si è guadagnato la simpatia e la stima di tutto il mondo. Con la semplicità dei suoi gesti e l’immediatezza delle sue parole è entrato nella vita di tanti uomini e donne che in lui riconoscono un padre, anzi un vero e proprio curato d’anime… La sua prossima visita a Lampedusa conferma la sua attenzione all’umanità che soffre.

di Alessandro Scaccianoce

E’ proprio vero: il Signore ci stupisce sempre! Egli è eterna giovinezza. Sono trascorsi meno di 4 mesi dall’elezione di Papa Francesco, ma è già possibile cogliere i frutti del suo carisma e della sua azione pastorale che ha generato grande entusiasmo presso i fedeli di tutto il mondo. Come per tutti i suoi predecessori, anche Papa Francesco è la risposta dello Spirito alle attese del momento presente. Possiamo affermare con certezza, almeno sulla base delle esperienze vissute negli ultimi cento anni, che ogni Papa è l’uomo giusto al momento giusto.

Francesco, il “Papa venuto dalla fine del mondo”, è il padre di cui la nostra umanità aveva bisogno, smarrita e senza alcun orientamento, il curato d’anime, il padre spirituale che ci dà le dritte giuste per orientarci nella vita di tutti i giorni.

Con la semplicità dei suoi gesti, in un momento storico segnato da una grave crisi di sistema e di valori, ha iniziato a richiamare il mondo all’essenziale, riproponendo il Vangelo del Signore con semplicità ed efficacia, mostrando che è l’unica strada per venire fuori da un gorgo che sembra volerci inghiottire. Agli uomini che si interrogano sulla possibilità di uscire fuori da una crisi che attraversa il pianeta in lungo e in largo, Papa Francesco annuncia che anche stavolta “il nostro aiuto viene dal Signore”.

“Semplicità” e “povertà” sembrano le sue parole d’ordine: semplicità che non vuol dire banalità di contenuti; povertà che non è pauperismo iconoclasta. Sfrondando un cerimoniale consolidato, superando le barriere – talvolta inevitabili per un Pontefice – che lo separano dal contatto umano con la gente, ha costretto tutto il mondo – soprattutto quegli osservatori che erano particolarmente attenti a evidenziare le magagne di alcuni ecclesiastici – a considerare la Chiesa per quello che è: annuncio di Cristo, buona notizia per ogni uomo. E così, mentre sui giornali si continua a leggere di disperazione, di sofferenza, di tragedie, egli stupisce tutti col suo invito controcorrente: “non fatevi rubare la speranza”.

Ma quello che davvero continua a meravigliarci è il suo tratto umano e la sua attenzione ai “piccoli”, alle “periferie dell’esistenza umana”. Con realismo ed efficacia ha invitato la Chiesa ad uscire dall’autoreferenzialità per andare a cercare “le novantanove pecorelle smarrite”, ben sapendo che nell’ovile ne è rimasta una sola…

Vi è una frase che mi ha particolarmente colpito, tra i tanti discorsi che il Santo Padre ha pronunciato in questi mesi: “Noi dobbiamo diventare cristiani coraggiosi e andare a cercare quelli che sono proprio la carne di Cristo, quelli che sono la carne di Cristo!”. In questo è emblematico il fatto che il suo primo viaggio sarà effettuato a Lampedusa, lunedì prossimo, una terra di confine dove da anni sbarcano migliaia di persone in cerca di futuro e di speranza.

Con il suo stile “anti-istituzionale” (mi si passi il termine) Papa Bergoglio ci ha costretto ad aprire gli occhi, a dilatare lo sguardo oltre il nostro angolo prospettico, a scorgere il fratello vicino, amando nella sua carne “la carne di Cristo”.

Se Cristo è il buon Pastore, Papa Francesco ne traduce la cura pastorale in modo mirabile. Egli è un “grande” parroco. Il suo stile, il suo linguaggio, la sua azione sono quelli che vorremmo vedere in ogni buon parroco: parola chiara, linguaggio semplice, tratto umano e azione efficace. Papa Francesco è il parroco del mondo.

 

 

Benedetto XVI e Francesco: un’enciclica a 4 mani sulla Fede

Articolo liberamente tratto da “La nuova Bussola quotidiana”

Ieri Papa Francesco ha ricevuto in udienza i membri del Consiglio ordinario della Segreteria generale del Sinodo dei Vescovi, riuniti in un’assemblea dedicata al tema «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede».  Dopo il discorso ufficiale vi è stato, come spesso avviene con il nuovo Pontefice, un dialogo con i vescovi con domande e risposte.

Il tema generale è stato quello della continuità. Il Papa ha rivendicato il coerente cammino sulla strada della nuova evangelizzazione, avviato dal servo di Dio Paolo VI (1897-1978) con la sua sistematica riflessione sullo sforzo evangelizzatore della Chiesa in un’epoca che già si faceva postcristiana, e proseguito dal beato Giovanni Paolo II (1920-2005) e da Benedetto XVI.  «Viviamo – ha detto Francesco – un’antropologia nuova: la laicità è diventata laicismo, secolarizzazione. Questo è un grave problema». E il segno è la crisi del matrimonio: «Oggi tanti cattolici non si sposano, convivono, il matrimonio è provvisorio: è un problema serio».

Lo stesso spinoso tema della collegialità episcopale è stato affrontato da Francesco sottolineando come «strade nuove» che passino appunto per il Sinodo debbano sempre essere percorse in piena fedeltà e continuità rispetto al Magistero del Concilio Ecumenico Vaticano II, che volle ogni collegialità sempre «unita al ministero petrino». Infine, un segno evidente e perfino clamoroso di continuità sarà dato, ha annunciato Papa Francesco, dalla sua prima enciclica, che sarà «a quattro mani» e utilizzerà il materiale già preparato da Benedetto XVI sul tema della fede. Forse l’enciclica sarà firmata dal solo Francesco, che darà atto al predecessore del suo contributo. Ma in ogni caso questa espressione, «a quattro mani», rimarrà nella storia . Si tratta certamente di qualcosa di nuovo, perché se altri Papi si sono serviti di materiale preparato dai predecessori non è mai accaduto che un predecessore ancora vivente ed «emerito» possa aiutare personalmente il nuovo Pontefice. Nello stesso tempo, questa collaborazione sottolinea la continuità e smentisce in modo evidente quanti – per esaltarla o deprecarla – inventano una contrapposizione fra Benedetto XVI e Francesco.

Parlando ai vescovi, il Papa ha rilevato la «stretta connessione tra questi due elementi: la trasmissione della fede cristiana è lo scopo della nuova evangelizzazione e dell’intera opera evangelizzatrice della Chiesa, che esiste proprio per questo». È quindi ritornato sulla storia della nozione di «nuova evangelizzazione», lanciata dal beato Giovanni Paolo II e approfondita da Benedetto XVI. «L’espressione “nuova evangelizzazione” – ha detto il Pontefice – mette in luce la consapevolezza sempre più chiara che anche nei Paesi di antica tradizione cristiana si rende necessario un rinnovato annuncio del Vangelo, per ricondurre ad un incontro con Cristo che trasformi veramente la vita e non sia superficiale, segnato dalla routine. E questo ha conseguenze nell’azione pastorale».

Papa Francesco ha voluto insistere sul fatto che la nuova evangelizzazione non è un’invenzione del beato Giovanni Paolo II, ma affonda le sue radici nella riflessione sul l’evangelizzazione del servo di Dio Paolo VI, di cui ha proposto due citazioni. La prima è tratta dal Discorso al Sacro Collegio dei Cardinali del 22 giugno 1973: «le condizioni della società ci obbligano a rivedere i metodi, a cercare con ogni mezzo di studiare come portare all’uomo moderno il messaggio cristiano, nel quale soltanto, egli può trovare la risposta ai suoi interrogativi e la forza per il suo impegno di solidarietà umana». La seconda citazione viene invece dall’esortazione apostolica di Paolo VI «Evangelii nuntiandi» (1975), documento fondamentale sull’evangelizzazione definito da Francesco «un testo ricchissimo che non ha perso nulla della sua attualità», dove Papa Montini affermava che l’impegno di annunciare il Vangelo «è senza alcun dubbio un servizio reso non solo alla comunità cristiana, ma anche all’umanità».

Si tratta dunque di evangelizzare senza complessi, convinti che si tratta del migliore servigio che possiamo rendere al nostro prossimo. «Vorrei – ha insistito Papa Francesco – incoraggiare l’intera comunità ecclesiale ad essere evangelizzatrice, a non aver paura di “uscire” da sé per annunciare, confidando soprattutto nella presenza misericordiosa di Dio che ci guida». Torna qui l’appello ormai pressoché quotidiano del Papa a «uscire», a parlare meno di tecniche pastorali e più del Vangelo che dev’essere annunciato ai lontani. Occorre quindi lasciarsi afferrare e trasformare dallo Spirito Santo, «anche se ci porta su strade nuove» rispetto alla nostra routine che forse si è impigrita.

In tutto questo, qual è il ruolo del Sinodo dei Vescovi? «Certamente è stato uno dei frutti del Concilio Vaticano II», espressione legittima e utile di quella collegialità di cui tanto si parla, non sempre a proposito. «Grazie a Dio, in questi quasi cinquant’anni, si sono potuti sperimentare i benefici di questa istituzione, che, in modo permanente, è posta al servizio della missione e della comunione della Chiesa, come espressione della collegialità». Per fare funzionare la collegialità, ha concluso il Papa, ci vuole «discernimento accompagnato dalla preghiera», in particolare alla Madonna, «Stella della nuova evangelizzazione». E consapevolezza che, alla fine, lo scopo di tutto è «annunciare con rinnovato coraggio Gesù Cristo agli uomini e alle donne del nostro tempo. Egli è “la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6) per tutti e per ciascuno».

La Madonna ha avuto tra le sue braccia la Misericordia di Dio fatta Uomo

Al primo Angelus del Santo Padre Francesco, recitato dal Palazzo Apostolico Vaticano, il Papa invoca la Misericordia Di Dio e presenta Maria, la Madre della Misericordia.

Redazione SME

Le parole di Francesco, Papa:

Fratelli e sorelle, buongiorno!
Dopo il primo incontro di mercoledì scorso, oggi posso rivolgere di nuovo il mio saluto a tutti! E sono felice di farlo di domenica, nel giorno del Signore! Copia di Icona di Maria SS. dell'ElemosinaQuesto è bello è importante per noi cristiani: incontrarci di domenica, salutarci, parlarci come ora qui, nella piazza. Una piazza che, grazie ai media, ha le dimensioni del mondo.
In questa quinta domenica di Quaresima, il Vangelo ci presenta l’episodio della donna adultera (cfr Gv 8,1-11), che Gesù salva dalla condanna a morte. Colpisce l’atteggiamento di Gesù: non sentiamo parole di disprezzo, non sentiamo parole di condanna, ma soltanto parole di amore, di misericordia, che invitano alla conversione. “Neanche io ti condanno: va e d’ora in poi non peccare più!” (v. 11). Eh!, fratelli e sorelle, il volto di Dio è quello di un padre misericordioso, che sempre ha pazienza. Avete pensato voi alla pazienza di Dio, la pazienza che lui ha con ciascuno di noi? Quella è la sua misericordia. Sempre ha pazienza, pazienza con noi, ci comprende, ci attende, non si stanca di perdonarci se sappiamo tornare a lui con il cuore contrito. “Grande è la misericordia del Signore”, dice il Salmo.
In questi giorni, ho potuto leggere un libro di un Cardinale – il Cardinale20130316_12696_papa_francesco_9b Kasper, un teologo in gamba, un buon teologo – sulla misericordia. E mi ha fatto tanto bene, quel libro, ma non crediate che faccia pubblicità ai libri dei miei cardinali! Non è così! Ma mi ha fatto tanto bene, tanto bene … Il Cardinale Kasper diceva che sentire misericordia, questa parola cambia tutto. E’ il meglio che noi possiamo sentire: cambia il mondo. Un po’ di misericordia rende il mondo meno freddo e più giusto. Abbiamo bisogno di capire bene questa misericordia di Dio, questo Padre misericordioso che ha tanta pazienza … Ricordiamo il profeta Isaia, che afferma che anche se i nostri peccati fossero rossi scarlatti, l’amore di Dio li renderà bianchi come la neve. E’ bello, quello della misericordia! Ricordo, appena Vescovo, nell’anno 1992, è arrivata a Buenos Aires la Madonna di Fatima e si è fatta una grande Messa per gli ammalati. Io sono andato a confessare, a quella Messa. E quasi alla fine della Messa mi sono alzato, perché dovevo amministrare una cresima. E’ venuta da me una donna anziana, umile, molto umile, ultraottantenne. Io l’ho guardata e le ho detto: “Nonna – perché da noi si dice così agli anziani: nonna – lei vuole confessarsi?”. “Sì”, mi ha detto. “Ma se lei non ha peccato …”. E lei mi ha detto: “Tutti abbiamo peccati …”. “Ma forse il Signore non li perdona …”. “Il Signore perdona tutto”, mi ha detto: sicura. “Ma come lo sa, lei, signora?”. “Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe”. Io ho sentito una voglia di domandarle: “Mi dica, signora, lei ha studiato alla Gregoriana?”, perché quella è la sapienza che dà lo Spirito Santo: la sapienza interiore verso la misericordia di Dio. Non dimentichiamo questa parola: Dio mai si stanca di perdonarci, mai! “Eh, padre, qual è il problema?”. Eh, il problema è che noi ci stanchiamo, noi non vogliamo, ci stanchiamo di chiedere perdono. Lui mai si stanca di perdonare, ma noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono. Non ci stanchiamo mai, non ci stanchiamo mai! Lui è il Padre amoroso che sempre perdona, che ha quel cuore di misericordia per tutti noi. E anche noi impariamo ad essere misericordiosi con tutti. Invochiamo l’intercessione della Madonna che ha avuto tra le sue braccia la Misericordia di Dio fatta uomo.

Come orientarsi nel voto… da cristiani!

Redazione SME

Domenica e lunedì prossimi gli italiani sono chiamati al voto per il rinnovo del Parlamento. Tra promesse e battaglie di piazza, in  che modo i cattolici possono orientarsi nel voto? L’Arcivescovo di Bologna, il Card. Carlo Caffarra, offre questa lucida riflessione che richiama il magistero della Dottrina Sociale della Chiesa, ampiamente ribadito da Benedetto XVI, per una scelta più consapevole. E auspica un nuovo futuro impegno dei cattolici in politica, per l’edificazione di una Società più “umana”. 

Cari fedeli, solo dopo lunga riflessione ho deciso di dirvi parole di orientamento per il prossimo appuntamento elettorale. Di parole ne avete sentite tante in queste settimane; di promesse ne sono state fatte molte. Io non ho nessuna promessa da farvi. Spero solo che le mie parole non siano confuse con altre, perché non nascono da preoccupazioni politiche.

E’ come pastore della Chiesa che vi parlo.

1. La vicenda culturale dell’Occidente è giunta al suo capolinea: una grande promessa largamente non mantenuta.

I fondamenti sui quali è stata costruita vacillano, perché il paradigma antropologico secondo cui ha voluto coniugare i grandi vissuti umani [per esempio l’organizzazione del lavoro, il sistema educativo, il matrimonio e la famiglia …] è fallito, e ci ha portato dove oggi ci troviamo.

Non è più questione di restaurare un edificio gravemente leso. E’ un nuovo edificio ciò di cui abbiamo bisogno. Non sarà mai perdonato ai cristiani di continuare a essere culturalmente irrilevanti.

2. E’ necessario avere ben chiaro quali sono le linee architettoniche del nuovo edificio; e quindi anche quale profilo intendiamo dare alla nostra comunità nazionale. Ve lo indico, alla luce del grande Magistero di Benedetto XVI.

٭ La vita di ogni persona umana, dal concepimento alla sua morte naturale, è un bene intangibile di cui nessuno può disporre. Nessuna persona può essere considerata un peso di cui potersi disfare, oppure un oggetto – ottenuto mediante procedimenti tecnici [procreazione artificiale] – il cui possesso è un’esigenza della propria felicità.

٭ La dicotomia Stato–Individuo è falsa perché astratta. Non esiste l’individuo, ma la persona che fin dalla nascita si trova dentro relazioni che la definiscono. Esiste pertanto una società civile che deve essere riconosciuta.

Lo Stato è un bene umano fondamentale, purché rispetti i suoi confini: troppo Stato e niente Stato sono ugualmente e gravemente dannosi.

٭ Nessuna civiltà, nessuna comunità nazionale fiorisce se non viene riconosciuto al matrimonio e alla famiglia la loro incomparabile dignità, necessità e funzione. Incomparabile significa che nel loro genere non hanno uguali. Equipararle a realtà che sono naturalmente diverse, non significa allargare i diritti, ma istituzionalizzare il falso. «Non parlare come conviene non costituisce solo una mancanza verso ciò che si deve dire, ma anche mettere in pericolo l’essenza stessa dell’uomo» [Platone].

٭ Il sistema economico deve avere come priorità il lavoro: l’accesso al e il mantenimento del medesimo. Esso non può essere considerato una semplice variabile del sistema.

Il mercato, bene umano fondamentale, deve configurarsi sempre più come cooperazione per il mutuo vantaggio e non semplicemente come competizione di individui privi di legami comunitari.

٭ Tutto quanto detto sopra è irrealizzabile senza libertà di educazione, che esige un vero pluralismo dell’offerta scolastica pubblica, statale e non statale, pluralismo che consenta alle famiglie una reale possibilità di scelta.

3. Non possiamo astenerci dal prendere posizione su tali questioni anche mediante lo strumento democratico fondamentale del voto. La scelta sia guidata dai criteri sopraindicati, che sintetizzo: rispetto assoluto di ogni vita umana; costruzione di un rapporto giusto fra Stato, società civile, persona; salvaguardia dell’incomparabilità del matrimonio – famiglia e loro promozione; priorità del lavoro in un mercato non di competizione, ma di mutuo vantaggio; affermazione di una vera libertà di educazione.

Se con giudizio maturo riteniamo che nessun programma politico rispetti tutti e singoli i suddetti beni umani, diamo la nostra preferenza a chi secondo coscienza riteniamo meno lontano da essi, considerati nel loro insieme e secondo la loro oggettiva gerarchia.

4. Raccomando ai sacerdoti e ai diaconi permanenti di rimanere completamente fuori dal pubblico dibattito partitico, come richiesto dalla natura stessa del ministero sacro e da precise norme canoniche.

5.  Invochiamo infine con perseveranza e fede i santi patroni d’Italia Francesco e Caterina da Siena affinché, per loro intercessione, la nostra preghiera per il Paese trovi ascolto presso il Padre nostro che ‘ci libera dal male’.

+ Carlo Card. Caffarra, Arcivescovo

Benedetto XVI: Maria, modello e madre di tutti i credenti

Copia di madonna con riza

 

Di seguito la catechesi tenuta da papa Benedetto XVI durante la tradizionale Udienza Generale del mercoledì, svoltasi ieri nell’Aula Paolo VI.

***

Cari fratelli e sorelle,

nel cammino dell’Avvento la Vergine Maria occupa un posto particolare come colei che in modo unico ha atteso la realizzazione delle promesse di Dio, accogliendo nella fede e nella carne Gesù, il Figlio di Dio, in piena obbedienza alla volontà divina. Oggi vorrei riflettere brevemente con voi sulla fede di Maria a partire dal grande mistero dell’Annunciazione.

«Chaîre kecharitomene, ho Kyrios meta sou», «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,28). Sono queste le parole – riportate dall’evangelista Luca – con cui l’arcangelo Gabriele si rivolge a Maria. A prima vista il termine chaîre, “rallegrati”, sembra un normale saluto, usuale nell’ambito greco, ma questa parola, se letta sullo sfondo della tradizione biblica, acquista un significato molto più profondo. Questo stesso termine è presente quattro volte nella versione greca dell’Antico Testamento e sempre come annuncio di gioia per la venuta del Messia (cfr Sof 3,14; Gl 2,21; Zc 9,9; Lam 4,21). Il saluto dell’angelo a Maria è quindi un invito alla gioia, ad una gioia profonda, annuncia la fine della tristezza che c’è nel mondo di fronte al limite della vita, alla sofferenza, alla morte, alla cattiveria, al buio del male che sembra oscurare la luce della bontà divina. E’ un saluto che segna l’inizio del Vangelo, della Buona Novella.

Ma perché Maria viene invitata a rallegrarsi in questo modo? La risposta si trova nella seconda parte del saluto: “il Signore è con te”. Anche qui per comprendere bene il senso dell’espressione dobbiamo rivolgerci all’Antico Testamento. Nel Libro di Sofonia troviamo questa espressione «Rallégrati, figlia di Sion,… Re d’Israele è il Signore in mezzo a te… Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente» (3,14-17). In queste parole c’è una duplice promessa fatta ad Israele, alla figlia di Sion: Dio verrà come salvatore e prenderà dimora proprio in mezzo al suo popolo, nel grembo della figlia di Sion. Nel dialogo tra l’angelo e Maria si realizza esattamente questa promessa: Maria è identificata con il popolo sposato da Dio, è veramente la Figlia di Sion in persona; in lei si compie l’attesa della venuta definitiva di Dio, in lei prende dimora il Dio vivente.

Nel saluto dell’angelo, Maria viene chiamata “piena di grazia”; in greco il termine “grazia”, charis, ha la stessa radice linguistica della parola “gioia”. Anche in questa espressione si chiarisce ulteriormente la sorgente del rallegrarsi di Maria: la gioia proviene dalla grazia, proviene cioè dalla comunione con Dio, dall’avere una connessione così vitale con Lui, dall’essere dimora dello Spirito Santo, totalmente plasmata dall’azione di Dio. Maria è la creatura che in modo unico ha spalancato la porta al suo Creatore, si è messa nelle sue mani, senza limiti. Ella vive interamente della e nella relazione con il Signore; è in atteggiamento di ascolto, attenta a cogliere i segni di Dio nel cammino del suo popolo; è inserita in una storia di fede e di speranza nelle promesse di Dio, che costituisce il tessuto della sua esistenza. E si sottomette liberamente alla parola ricevuta, alla volontà divina nell’obbedienza della fede.

L’Evangelista Luca narra la vicenda di Maria attraverso un fine parallelismo con la vicenda di Abramo. Come il grande Patriarca è il padre dei credenti, che ha risposto alla chiamata di Dio ad uscire dalla terra in cui viveva, dalle sue sicurezze, per iniziare il cammino verso una terra sconosciuta e posseduta solo nella promessa divina, così Maria si affida con piena fiducia alla parola che le annuncia il messaggero di Dio e diventa modello e madre di tutti i credenti.

24150AEVorrei sottolineare un altro aspetto importante: l’apertura dell’anima a Dio e alla sua azione nella fede include anche l’elemento dell’oscurità. La relazione dell’essere umano con Dio non cancella la distanza tra Creatore e creatura, non elimina quanto afferma l’apostolo Paolo davanti alle profondità della sapienza di Dio: «Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (Rm 11,33). Ma proprio colui che – come Maria – è aperto in modo totale a Dio, giunge ad accettare il volere divino, anche se è misterioso, anche se spesso non corrisponde al proprio volere ed è una spada che trafigge l’anima, come profeticamente dirà il vecchio Simeone a Maria, al momento in cui Gesù viene presentato al Tempio (cfr Lc 2,35). Il cammino di fede di Abramo comprende il momento di gioia per il dono del figlio Isacco, ma anche il momento dell’oscurità, quando deve salire sul monte Moria per compiere un gesto paradossale: Dio gli chiede di sacrificare il figlio che gli ha appena donato. Sul monte l’angelo gli ordina: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito» (Gen 22,12); la piena fiducia di Abramo nel Dio fedele alle promesse non viene meno anche quando la sua parola è misteriosa ed è difficile, quasi impossibile, da accogliere. Così è per Maria, la sua fede vive la gioia dell’Annunciazione, ma passa anche attraverso il buio della crocifissione del Figlio, per poter giungere fino alla luce della Risurrezione.

Non è diverso anche per il cammino di fede di ognuno di noi: incontriamo momenti di luce, ma incontriamo anche passaggi in cui Dio sembra assente, il suo silenzio pesa nel nostro cuore e la sua volontà non corrisponde alla nostra, a quello che noi vorremmo. Ma quanto più ci apriamo a Dio, accogliamo il dono della fede, poniamo totalmente in Lui la nostra fiducia – come Abramo e come Maria – tanto più Egli ci rende capaci, con la sua presenza, di vivere ogni situazione della vita nella pace e nella certezza della sua fedeltà e del suo amore. Questo però significa uscire da sé stessi e dai propri progetti, perché la Parola di Dio sia la lampada che guida i nostri pensieri e le nostre azioni.

Vorrei soffermarmi ancora su un aspetto che emerge nei racconti sull’Infanzia di Gesù narrati da san Luca. Maria e Giuseppe portano il figlio a Gerusalemme, al Tempio, per presentarlo e consacrarlo al Signore come prescrive la legge di Mosé: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» (cfr Lc 2,22-24). Questo gesto della Santa Famiglia acquista un senso ancora più profondo se lo leggiamo alla luce della scienza evangelica di Gesù dodicenne che, dopo tre giorni di ricerca, viene ritrovato nel Tempio a discutere tra i maestri. Alle parole piene di preoccupazione di Maria e Giuseppe: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo», corrisponde la misteriosa risposta di Gesù: «Perché mi cercavate? Non sapevate che devo essere nelle cose del Padre mio?» (Lc 2,48-49). Cioè nella proprietà del Padre, nella casa del Padre, come lo è un figlio. Maria deve rinnovare la fede profonda con cui ha detto «sì» nell’Annunciazione; deve accettare che la precedenza l’abbia il Padre vero e proprio di Gesù; deve saper lasciare libero quel Figlio che ha generato perché segua la sua missione. E il «sì» di Maria alla volontà di Dio, nell’obbedienza della fede, si ripete lungo tutta la sua vita, fino al momento più difficile, quello della Croce.

Davanti a tutto ciò, possiamo chiederci: come ha potuto vivere Maria questo cammino accanto al Figlio con una fede così salda, anche nelle oscurità, senza perdere la piena fiducia nell’azione di Dio? C’è un atteggiamento di fondo che Maria assume di fronte a ciò che avviene nella sua vita. Nell’Annunciazione Ella rimane turbata ascoltando le parole dell’angelo – è il timore che l’uomo prova quando viene toccato dalla vicinanza di Dio –, ma non è l’atteggiamento di chi ha paura davanti a ciò che Dio può chiedere. Maria riflette, si interroga sul significato di tale saluto (cfr Lc 1,29). Il termine greco usato nel Vangelo per definire questo “riflettere”, “dielogizeto”, richiama la radice della parola “dialogo”. Questo significa che Maria entra in intimo dialogo con la Parola di Dio che le è stata annunciata, non la considera superficialmente, ma si sofferma, la lascia penetrare nella sua mente e nel suo cuore per comprendere ciò che il Signore vuole da lei, il senso dell’annuncio. Un altro cenno all’atteggiamento interiore di Maria di fronte all’azione di Dio lo troviamo, sempre nel Vangelo di san Luca, al momento della nascita di Gesù, dopo l’adorazione dei pastori. Si afferma che Maria «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19); in greco il termine è symballon, potremmo dire che Ella “teneva insieme”, “poneva insieme” nel suo cuore tutti gli avvenimenti che le stavano accadendo; collocava ogni singolo elemento, ogni parola, ogni fatto all’interno del tutto e lo confrontava, lo conservava, riconoscendo che tutto proviene dalla volontà di Dio. Maria non si ferma ad una prima comprensione superficiale di ciò che avviene nella sua vita, ma sa guardare in profondità, si lascia interpellare dagli eventi, li elabora, li discerne, e acquisita quella comprensione che solo la fede può garantire. E’ l’umiltà profonda della fede obbediente di Maria, che accoglie in sé anche ciò che non comprende dell’agire di Dio, lasciando che sia Dio ad aprirle la mente e il cuore. «Beata colei che ha creduto nell’adempimento della parola del Signore» (Lc 1,45), esclama la parente Elisabetta. E’ proprio per la sua fede che tutte le generazioni la chiameranno beata.

Cari amici, la solennità del Natale del Signore che tra poco celebreremo, ci invita a vivere questa stessa umiltà e obbedienza di fede. La gloria di Dio non si manifesta nel trionfo e nel potere di un re, non risplende in una città famosa, in un sontuoso palazzo, ma prende dimora nel grembo di una vergine, si rivela nella povertà di un bambino. L’onnipotenza di Dio, anche nella nostra vita, agisce con la forza, spesso silenziosa, della verità e dell’amore. La fede ci dice, allora, che l’indifesa potenza di quel Bambino alla fine vince il rumore delle potenze del mondo.