Se l'Europa s'inventa la definizione di famiglia…

Ieri il Parlamento di Strasburgo ha approvato una risoluzione in cui invita i Paesi dell’Unione a riconoscere i matrimoni tra persone dello tesso sesso. E, tra l’altro, «si rammarica dell’adozione da parte di alcuni Stati membri di definizioni restrittive di “famiglia” con lo scopo di negare la tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli». Così l’Europa apre ai matrimoni gay e, addirittura, anche alla possibilità (per ora ipotetica) che abbiano figli. Gli osservatori più “alla moda” salutano la decisione come una “conquista di civilità”, un passo avanti verso l’uguaglianza. Appena sabato scorso il Papa aveva parlato del tentativo della cultura contemporanea di manipolare il matrimonio e la famiglia. E’ la fine dell’Europa cristiana?

di Alessandro Scaccianoce

Mentre diminuiscono i matimoni “regolari”, come da rilevazioni Istat ufficiali ( tra il 2009 e il 2001 si sono registrati quasi 30 mila matrimoni in meno), agguerrite lobbies gay fanno breccia in Europa imponendo un “allargamento” della nozione di famiglia. Alla crisi del matrimonio in senso tradizionale, dunque, corrisponde una forte richiesta da parte delle coppie omosessuali che, non si accontentano di una regolamentazione civilistica delle unioni, ma chiedono la completa equiparazione delle loro situazioni di fatto alla famiglia tradizionalmente intesa. Ci chiediamo: ma davvero ciascuno può decidere cosa è la famiglia, a prescindere dai più elementari dati umani?
Appena sabato scorso Benedetto XVI  era tornato a parlare di relativismo, cioè dell’idea secondo cui non esiste una verità oggettiva. Secondo tale virus, che ammorba il pensiero moderno, in nessun campo, e quindi anche in ambito morale, è possibile avere una nozione certa di quello che è bene e di quello che è male. E’ l’accordo dei membri di una collettività che sancisce il bene e il male. Sembra una conquista di civilità, l’uomo continua a nutrirsi dell’antico frutto dell’albero proibito (l’albero della conoscenza del bene e del male) e decide autonomamente ciò che è conforme alla propia natura

Le parole del Papa, oggi risuonano come una profezia inascoltata, un grido lanciato ad una società sorda ai richiami della propria coscienza, vittima di alcune lobbies e potentati massmediatici.
Ricevendo i vescovi della Regione VIII degli Stati Uniti in visita «ad limina», il Pontefice aveva puntualmente segnalato come il relativismo ha determinato una «crisi del matrimonio e della famiglia e, più in generale, della visione cristiana della sessualità». Se prevale il relativismo, ciascuno s’inventa la definizione di matrimonio e di famiglia che preferisce. «Da questo punto di vista, dev’essere fatta particolare menzione delle potenti correnti politiche e culturali che cercano di cambiare la definizione legale del matrimonio. Lo sforzo della Chiesa di resistere in coscienza a questa pressione richiede una difesa argomentata del matrimonio come istituzione naturale che consiste in una specifica comunione di persone, la quale trova le sue radici essenziali nella complementarità dei sessi ed è orientata alla procreazione».
 
Il Papa faceva riferimento alle recenti leggi che hanno introdotto il «matrimonio» omosessuale in alcuni Stati degli Stati Uniti, ma forse pensava anche alle forti pressioni che da tempo gravavano in ambito europeo e che si sono concretizzate nella decisione di ieri. A tale riguardo il Pontefice ha affermato che «le differenze tra i sessi non possono essere liquidate come irrilevanti per la definizione del matrimonio». E a chi accusa la Chiesa d’interferenza indebita il Papa ha risposto che «la difesa dell’istituzione del matrimonio come realtà sociale è ultimamente una questione di giustizia, perché comporta la salvaguardia del bene dell’intera comunità umana e i diritti sia dei genitori sia dei figli». Nessuno, infatti, che abbia coscienza limpida e onestà intellettuale, può accusare la Chiesa di essere contro l’uomo.
 
Il Papa ha ammesso che ci sono «crescenti difficoltà nel trasmettere l’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia nella sua integrità». Ma in parte queste difficoltà derivano da colpe di uomini di Chiesa. «Dobbiamo certamente riconoscere – ha detto il Papa – le deficienze nella catechesi degli ultimi decenni, che talora ha omesso di comunicare la ricca eredità dell’insegnamento cattolico sul matrimonio come istituzione naturale elevata da Cristo alla dignità di sacramento».
 
Anche i corsi di preparazione al matrimonio nelle parrocchie, ha sottolineato il Pontefice, spesso non hanno trasmesso questo insegnamento con sufficiente chiarezza, soprattutto sul tema della convivenza prematrimoniale. E con il coraggio e la lucidità dei profeti Benedetto XVI afferma che «la pratica della coabitazione prima del matrimonio è gravemente peccaminosa, per non parlare del fatto che danneggia la stabilità della società».
 
Contro il relativismo il Papa ha proposto il ritorno ad una catechesi convincente e chiara, che si avvalga sistematicamente del «Catechismo della Chiesa Cattolica». Un rimedio che ha già indicato in vista del prossimo Anno della Fede: «restaurare nel posto che gli spetta» nella predicazione e nella catechesi il «Catechismo della Chiesa Cattolica». I fedeli, particolarmente giovani, vi troveranno un’apologia della castità, che «è più sana e attraente delle ideologie permissive esaltate in certi ambienti le quali di fatto costituiscono una potente e distruttiva forma di contro-catechesi».
Queste parole del Papa risuonano come il grido del giusto in una società stordita dal chiasso dei gaudenti. Di fronte a questa rivoluzione di valori e di prospettive, commenta Avvenire, l’unica prospettiva è una “contro-rivoluzione, che non è da intendersi come una violenza uguale e contraria a quella in atto, ma una testimonianza ferma e convinta dei valori non negozabili, che non possono variare a colpi di maggioranze parlamentari.

La devozione dei Papi a San Giuseppe

Redazione SME

Il Beato Papa Giovanni XXIII scelse San Giuseppe come protettore  del Concilio Vaticano II, come indicato nella lettera apostolica Le voci, del 19 marzo 1961. Giovanni XXIII ricorda “le voci che da tutti i punti della terra arrivano sino a Noi” e i documenti dei suoi predecessori, da Pio IX a Pio XII, su San Giuseppe. Il Papa buono propose che in data 19 marzo l’altare di San Giuseppe nella Basilica Vaticana “si rivesta di splendore novello, più ampio e più solenne” per diventare “punto di attrazione e di pietà religiosa per singole anime, per folle innumeri”.
Giovanni XXIII fece un altro gesto per sigillare meglio l’alleanza con San Giuseppe quando, nell’ottobre 1962, fece dono del suo anello papale – noto anche come l’Anello del Pescatore – al Santo Falegname di Nazareth, offrendolo al santuario polacco di Kalisz, dove si venera un dipinto “miracoloso” di san Giuseppe.

È stato sempre il Beato Giovanni XXIII, che ha fatto inserire la menzione di San Giuseppe nel Canone della Messa. San Giuseppe lo aveva accompagnato fin dall’infanzia: del resto, non si chiamava Angelo Giuseppe Roncalli?

Anche Giovanni Paolo II ha donato l’Anello del Pescatore a San Giuseppe, cui era devoto sin dalla sua infanzia. Come suo padre, si chiamava infatti Karol Jozef Wojtyla. L’anello è stato collocato dal cardinale Franciszek Macharski, arcivescovo di Cracovia, nella chiesa del Carmine, santuario dedicato a san Giuseppe, il 19 marzo 2004.

All’inizio del suo pontificato, il 30 settembre 1979, Giovanni Paolo II si è recato anche in un altro santuario, a Knock, in Irlanda, circa 220 km a nord ovest di Dublino, dove è attestata un’apparizione – muta – di San Giuseppe avvenuta il 21 agosto 1879.

Il Papa polacco ha ricordato l’importanza di San Giuseppe per la vita della Chiesa nella sua Esortazione apostolica Redemptoris Custos (15 agosto 1989), un secolo dopo l’enciclica di Papa Leone XIII Quamquam Pluries (15 agosto 1889), sulla devozione a San Giuseppe. Nel documento, Karol Wojtyla ha ribadito anche l’importanza di un altro gesto compiuto da un suo predecessore, Papa Pio IX nel 1870: “In tempi difficili per la Chiesa, Pio IX, volendo affidarla alla speciale protezione del santo patriarca Giuseppe, lo dichiarò «Patrono della Chiesa cattolica»”.

Per farlo, Pio IX aveva scelto una data mariana: l’8 dicembre. Ma già fin dall’inizio del suo pontificato, il 10 dicembre 1847, Pio IX aveva stabilito la festa e l’ufficio del Patrocinio di san Giuseppe, fissato alla terza domenica dopo Pasqua.

Da parte sua, Benedetto XVI (“Joseph” è il nome di battesimo) ha richiamato più volte nel suo Magistero la figura del Santo Patriarca. Nell’ottica  di un rinnovamento della fede, un tema a lui tanto caro, Benedetto XVI ha invitato i cattolici a mettersi alla scuola di San Giuseppe, ad avere con lui un “dialogo spirituale”

Il 18 marzo 2009, a Yaoundé (Camerun), il Papa ha dedicato la sua omelia al suo santo patrono. Rivolgendosi a tutti i componenti del popolo di Dio, ha concluso dicendo che in san Giuseppe non vi è alcuna “separazione tra fede e azione”. “Cari fratelli e sorelle, la nostra meditazione sull’itinerario umano e spirituale di San Giuseppe, ci invita a cogliere la misura di tutta la ricchezza della sua vocazione. Egli, infatti, resta un modello per tutti quelli e quelle che hanno voluto votare la loro esistenza a Cristo, nel sacerdozio come nella vita consacrata o in diverse forme di impegno del laicato. Giuseppe ha infatti vissuto alla luce del mistero dell’Incarnazione. Non solo con una prossimità fisica, ma anche con l’attenzione del cuore.

Giuseppe ci svela il segreto di una umanità che vive alla presenza del Mistero, aperta ad esso attraverso i dettagli più concreti dell’esistenza.(…) Paradossalmente è agendo, assumendo quindi le sue responsabilità, che egli si mette da parte per lasciare a Dio la libertà di realizzare la sua opera, senza frapporvi ostacolo. Giuseppe è un ‘uomo giusto’ (Mt 1,19) perché la sua esistenza è ‘aggiustata’ sulla parola di Dio”.

Il 19 Dicembre 2010 Benedetto XVI ha riflettuto sull’Annuncio a Giuseppe prima dell’Angelus, affidando alla sua protezione tutti i sacerdoti del mondo, sottolineando il ruolo del “padre legale” di Gesù nel piano di salvezza di Dio. “Veneriamo dunque il padre legale di Gesù (cfr. CCC, 532), perché in lui si profila l’uomo nuovo, che guarda con fiducia e coraggio al futuro, non segue il proprio progetto, ma si affida totalmente all’infinita misericordia di Colui che avvera le profezie e apre il tempo della salvezza”, ha detto il Papa.

Ha ricordato, infine, l’“ospitalità” data dall’uomo a Dio stesso: “Come Giuseppe e Maria, sua sposa, possiamo offrire ospitalità a Dio che viene da noi sotto la figura di un bambino umile e fragile, pieno di amore e di tenerezza per tutti gli uomini!”.

La liturgia non può fare a meno della bellezza

Il Card. Canizares, Prefetto del Culto, illustra l’importanza della bellezza, come fattore costitutivo e imprescindibile della liturgia. Ciò aiuta a capire perché i cristiani, da sempre, ricercano il bello in tutto ciò che attiene al culto (dagli edifici alla musica, dai parati sacri alle suppellettili…). Queste considerazioni smontano alla radice ogni falso pauperismo che imperversa, spesso, anche in certi ambienti ecclesiali “moderni”. La sciatteria, la banalità, la rozzezza di segni, gesti, strutture ed edifici sviliscono la liturgia nella sua essenza di apertura verso il cielo, anticipazione del Paradiso.

Redazione SME

“Richiamando alla mente il racconto della trasfigurazione del Signore, vengono spontanee alla nostra mente parole come: gloria, fulgore, bellezza. Sono espressioni che si possono applicare direttamente alla liturgia. Come ricorda Benedetto XVI, la liturgia è vincolata intrinsecamente alla bellezza. Infatti, “La vera bellezza è l’amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel Mistero pasquale”.

L’espressione “Mistero pasquale”, che si celebra nella divina liturgia, sintetizza il nucleo essenziale del processo della Redenzione, ed è il vertice dell’opera di Gesù. A sua volta, la liturgia ha come contenuto proprio questa “opera” di Gesù, perché in essa si attualizza l’opera della nostra Redenzione. Ne segue che la liturgia, come parte del Mistero pasquale, è “espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra. Il memoriale del sacrificio redentore porta in se stesso i tratti di quella bellezza di Gesù di cui Pietro, Giacomo e Giovanni ci hanno dato testimonianza, quando il Maestro, in cammino verso Gerusalemme, volle trasfigurarsi davanti a loro (cfr Mc9,2). La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell’azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria”.

dal discorso del Cardinale Antonio Cañizares, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, in occasione della presentazione del libro “La concelebrazione eucaristica. Dal simbolo alla realtà” di monsignor Guillaume Derville

Verso l'8 Marzo. Il Papa invita a pregare per le donne

di Alessandro Scaccianoce

Per il corrente mese di marzo papa Benedetto XVI chiede, tra l’altro, ai fedeli di pregare per il riconoscimento del ruolo delle donne nella società.

È la proposta che il Santo Padre rivolge nelle intenzioni contenute nella lettera pontificia che ha affidato all’Apostolato della Preghiera, iniziativa seguita in tutto il mondo da circa 50 milioni di persone.

L’intenzione è formulata in questi termini: “Perché sia adeguatamente riconosciuto in tutto il mondo il contributo delle donne allo sviluppo della società”.

Ma qual è il contributo della donna allo svulippo della società nella prospettiva cristiana? Per fare chiarrezza, riteniamo utile richiamare il contenuto della “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo” scritta nel 2004 dall’allora prefetto della Cogregazione per la Dottrina della Fede, Card. Joseph Ratzinger.

Con la chiarezza e la lucidità che ben conosciamo, scrive il Cardinale Ratzinger: “In questi ultimi anni si sono delineate nuove tendenze nell’affrontare la questione femminile. Una prima tendenza sottolinea fortemente la condizione di subordinazione della donna, allo scopo di suscitare un atteggiamento di contestazione. La donna, per essere se stessa, si costituisce quale antagonista dell’uomo. Agli abusi di potere, essa risponde con una strategia di ricerca del potere. Questo processo porta ad una rivalità tra i sessi“.

Ma vi è anche una seconda tendenza, forse peggiore della prima: “Per evitare ogni supremazia dell’uno o dell’altro sesso, si tende a cancellare le loro differenze, considerate come semplici effetti di un condizionamento storico-culturale”. E’ l’ideologia del “gender” secondo cui ogni persona  dovrebbe modellarsi a suo piacimento, a prescindere dal dato biologico. Le conseguenze di questi orientamenti culturali sono inevitabilmente tragiche come: la messa in questione della famiglia (…) l’equiparazione dell’omosessualità all’eterosessualità, un modello nuovo di sessualità polimorfa“. In questa prospettiva sono  ben note le crtitiche rivolte alle Sacre Scritture, che trasmetterebbero una concezione patriarcale di Dio, alimentata da una cultura essenzialmente maschilista.

A fronte di ciò, la Chiesa parla invece di collaborazione attiva, proprio a partire dal riconoscimento della differenza strutturale e fondamentale tra uomo e donna.

Scrive il card. Ratzinger: L’eguale dignità delle persone si realizza come complementarità fisica, psicologica ed ontologica, dando luogo ad un’armonica «unidualità» relazionale, che solo il peccato e le «strutture di peccato» iscritte nella cultura hanno reso potenzialmente conflittuale”.

Fatte queste considerazioni, ecco dunque, nella luminosa prospettiva cristiana, lo specifico contributo della donna: “la sua «capacità dell’altro». Nonostante il fatto che un certo discorso femminista rivendichi le esigenze «per se stessa», la donna conserva l’intuizione profonda che il meglio della sua vita è fatto di attività orientate al risveglio dell’altro, alla sua crescita, alla sua protezione. Questa intuizione è collegata alla sua capacità fisica di dare la vita. Vissuta o potenziale, tale capacità è una realtà che struttura la personalità femminile in profondità. (…) È essa, infine, che, anche nelle situazioni più disperate — e la storia passata e presente ne è testimone — possiede una capacità unica di resistere nelle avversità, di rendere la vita ancora possibile pur in situazioni estreme, di conservare un senso tenace del futuro e, da ultimo, di ricordare con le lacrime il prezzo di ogni vita umana“.

Ovviamente questo non vuol dire “rinchiudere le donne in un destino che sarebbe semplicemente biologico: non è accontentandosi di dare la vita fisica che si genera veramente l’altro. Ciò significa che la maternità può trovare forme di realizzazione piena anche laddove non c’è generazione fisica (come nella verginità consacrata)”.

In tale prospettiva si comprende il ruolo insostituibile della donna in tutti gli aspetti della vita familiare e sociale che coinvolgono le relazioni umane e la cura dell’altro: “Qui si manifesta con chiarezza ciò che Giovanni Paolo II ha chiamato il genio della donna”.

Si capisce, poi, come nella Chiesa il segno della donna è più che mai centrale, a partire dalla figura di Maria che il riferimento fondamentale: “Si potrebbe dire, con una metafora, che Maria porge alla Chiesa lo specchio in cui essa è invitata a riconoscere la sua identità così come le disposizioni del cuore, gli atteggiamenti ed i gesti che Dio attende da lei”.

E afferma chiaramente: “le donne svolgono un ruolo di massima importanza nella vita ecclesiale, richiamando tali disposizioni a tutti i battezzati e contribuendo in modo unico a manifestare il vero volto della Chiesa, sposa di Cristo e madre dei credenti”. E aggiunge: il fatto che l’ordinazione sacerdotale sia esclusivamente riservata agli uomini non impedisca affatto alle donne di accedere al cuore della vita cristiana. Esse sono chiamate ad essere modelli e testimoni insostituibili per tutti i cristiani di come la Sposa deve rispondere con l’amore all’amore dello Sposo”.

Con queste parole la nostra redazione augura a tutte le donne di riscoprire il loro ruolo unico e insostituibile nella Chiesa e nel mondo.

Benedetto XVI: Quaresima, tempo delle decisioni mature

Dalla Catechesi del Santo Padre Benedetto XVI pronunciata oggi, in coincidenza con l’inizio della Quaresima.

Quaranta – ha sottolineato il Santo Padre – è “un tempo entro cui occorre decidersi ad assumere le proprie responsabilità senza ulteriori rimandi” perché questo “è il tempo delle decisioni mature“. “Cari fratelli e sorelle, in questi quaranta giorni che ci condurranno alla Pasqua di Risurrezione possiamo ritrovare nuovo coraggio per accettare con pazienza e con fede ogni situazione di difficoltà, di afflizione e di prova, nella consapevolezza che dalle tenebre il Signore farà sorgere il giorno nuovo. E se saremo stati fedeli a Gesù seguendolo sulla via della Croce, il chiaro mondo di Dio, il mondo della luce, della verità e della gioia ci sarà come ridonato: sarà l’alba nuova creata da Dio stesso. Buon cammino di Quaresima a voi tutti!”. Papa Ratzinger ha spiegato che “con una espressione diventata tipica nella Liturgia la Chiesa denomina il periodo nel quale siamo entrati oggi ‘Quadragesima’, cioè tempo di quaranta giorni e, con un chiaro riferimento alla Sacra Scrittura ci introduce così in un preciso contesto spirituale” visto che “quaranta è infatti il numero simbolico con cui l’Antico e il Nuovo testamento rappresentano i momenti salienti dell’esperienza della fede del Popolo di Dio” sottolineando come questa sia “una cifra che esprime il tempo dell’attesa, della purificazione, del ritorno al Signore, della consapevolezza che Dio è fedele alle sue promesse“. Il Papa ha ricordato quindi che quaranta sono i giorni passati da Gesù nel deserto per nutrirsi “della Parola di Dio, che usa come arma per vincere il diavolo”. “In questi tempi di ‘deserto’ e di incontro speciale col Padre, Gesù si trova esposto al pericolo ed è assalito dalla tentazione e dalla seduzione del maligno, il quale gli propone una via messianica lontana dal progetto di Dio, perché passa attraverso il potere, il successo, il dominio e non attraverso il dono totale sulla Croce” spiega Papa Benedetto XVI, che precisa: “Questa è l’alternativa al messianismo di potere, di successo: un messianismo di amore, di dono di sé“. Il Papa quindi riflette sul fatto che “questa situazione di ambivalenza descrive anche la condizione della Chiesa in cammino nel ‘deserto’ del mondo e della storia. In questo ‘deserto’ noi credenti abbiamo certamente l’opportunità di fare una profonda esperienza di Dio che rende forte lo spirito, conferma la fede, nutre la speranza, anima la carità; un’esperienza che ci fa partecipi della vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte mediante il Sacrificio d’amore sulla Croce. Ma il ‘deserto’ è anche l’aspetto negativo della realtà che ci circonda: l’aridità, la povertà di parole di vita e di valori, il secolarismo e la cultura materialista, che rinchiudono la persona nell’orizzonte mondano dell’esistere sottraendolo ad ogni riferimento alla trascendenza. E’ questo anche l’ambiente in cui il cielo sopra di noi è oscuro, perché coperto dalle nubi dell’egoismo, dell’incomprensione e dell’inganno. Nonostante questo, anche per la Chiesa di oggi il tempo del deserto può trasformarsi in tempo di grazia, poiché abbiamo la certezza che anche dalla roccia più dura Dio può far scaturire l’acqua viva che disseta e ristora“.

In Quaresima riscopriamo la correzione fraterna

Il Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la Quaresima 2012

di Massimo Introvigne

Oggi 7 febbraio Benedetto XVI ha reso pubblico il suo Messaggio per la Quaresima 2012. Quest’anno il Papa propone una meditazione su un testo biblico tratto dalla Lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10,24). Il contesto, spiega il Pontefice, è «una pericope dove lo scrittore sacro esorta a confidare in Gesù Cristo come sommo sacerdote, che ci ha ottenuto il perdono e l’accesso a Dio. Il frutto dell’accoglienza di Cristo è una vita dispiegata secondo le tre virtù teologali»: fede, speranza e carità. San Paolo «afferma pure che per sostenere questa condotta evangelica è importante partecipare agli incontri liturgici e di preghiera della comunità, guardando alla meta escatologica: la comunione piena in Dio».

Ma quelli che stanno a cuore al Papa sono i tre aspetti della carità descritti nel versetto 24: l’attenzione all’altro, la reciprocità e la santità personale. Il primo elemento, dunque, è l’invito a «fare attenzione»: «il verbo greco usato è katanoein,che significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà». È un verbo che ricorre spesso nel Vangelo. Qui lo stesso verbo «invita a fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli». L’invito è attuale, perché oggi «spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la “sfera privata”». Così, anche oggi occorre richiamare l’attenzione sul «grande comandamento dell’amore del prossimo, [il quale] esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell’altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore».

Benedetto XVI cita Il servo di Dio Paolo VI (1897-1978), il quale affermava: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Lett. enc. Populorum progressio [26 marzo 1967], n. 66). Ma che cosa significa essere attenti all’altro? Un certo buonismo rischia di portarci a un’interpretazione puramente sentimentale della fraternità. Invece, «l’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è “buono e fa il bene” (Sal 119,68)».

E la nozione di bene è oggettiva. «Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione». La Scrittura – nelle parabole del Samaritano e del povero Lazzaro contrapposto al ricco Epulone – ci mostra tragici esempi di disinteresse verso i fratelli in difficoltà. Ma «che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le proprie preoccupazioni. Mai dobbiamo essere incapaci di “avere misericordia” verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. Invece proprio l’umiltà di cuore e l’esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all’empatia». Chi fa il bene all’altro lo fa nel contempo anche a se stesso. Ma attenzione: la carità non è solo quella materiale. Il «prestare attenzione» al fratello «comprende altresì la premura per il suo bene spirituale».

E qui il Papa insiste nel «richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo». Nella Sacra Scrittura leggiamo: «Rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato. Dà consigli al saggio e diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere» (Pr 9,8s). Cristo stesso, ricorda il Papa, «comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato (cfr Mt 18,15). Il verbo usato per definire la correzione fraterna – elenchein – è il medesimo che indica la missione profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male (cfr Ef 5,11)». Sì, la correzione fraterna va riscoperta, perché è stata dimenticata. «La tradizione della Chiesa – continua il Pontefice – ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale quella di “ammonire i peccatori”. È importante recuperare questa dimensione della carità cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene».

In questa Quaresima dobbiamo dunque tornare ad abituarci a parlare con franchezza. Ma senza zelo amaro. «Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recriminazione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello». L’apostolo Paolo afferma: «Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (Gal 6,1). «Nel nostro mondo impregnato di individualismo, è necessario riscoprire l’importanza della correzione fraterna, per camminare insieme verso la santità». Non si tratta d’invadenza. Al contrario, «è un grande servizio quindi aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona (cfr Lc 22,61), come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi».

La seconda dimensione della carità su cui il Papa, sulla scia del brano di Ebrei 10,24, vuole invitarci a riflettere è la reciprocità. La vera carità «contrasta con una mentalità che, riducendo la vita alla sola dimensione terrena, non la considera in prospettiva escatologica e accetta qualsiasi scelta morale in nome della libertà individuale». Anche questo rischio è particolarmente grave oggi. «Una società come quella attuale può diventare sorda sia alle sofferenze fisiche, sia alle esigenze spirituali e morali della vita. Non così deve essere nella comunità cristiana!». Reciprocità «significa che l’altro mi appartiene, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza». Tocchiamo qui «un elemento molto profondo della comunione: la nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale. Nella Chiesa, corpo mistico di Cristo, si verifica tale reciprocità: la comunità non cessa di fare penitenza e di invocare perdono per i peccati dei suoi figli, ma si rallegra anche di continuo e con giubilo per le testimonianze di virtù e di carità che in essa si dispiegano». È il mistero del Corpo Mistico di Cristo.

La terza dimensione della carità di Ebrei 10,24 è «la chiamata universale alla santità, il cammino costante nella vita spirituale, ad aspirare ai carismi più grandi e a una carità sempre più alta e più feconda». Carità significa anche «stimolarci reciprocamente per giungere alla pienezza dell’amore e delle buone opere». È necessario, perché «è sempre presente la tentazione della tiepidezza, del soffocare lo Spirito, del rifiuto di “trafficare i talenti” che ci sono donati per il bene nostro e altrui (cfr Mt 25,25s)». Non basta stare fermi. «I maestri spirituali ricordano che nella vita di fede chi non avanza retrocede».

Ricordando l’indicazione del beato Giovanni Paolo II (1920-2005) secondo cui dobbiamo sempre aspirare alla «misura alta della vita cristiana», Benedetto XVI si augura che in questa Quaresima, «di fronte ad un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e di fedeltà al Signore, tutti sentano l’urgenza di adoperarsi per gareggiare nella carità, nel servizio e nelle opere buone».