L'uomo di oggi è capace di vero culto a Dio?

L’Arcivescovo di Philadelphia offre a tutti i cattolici una splendida riflessione sul significato di liturgia e missione nel terzo millennio, in un contesto culturale che non facilita il rapporto autentico dell’uomo con Dio. La soluzione sta nel ritrovare il vero senso dell’atto di culto, non nnell’adeguarlo alla mentalità del mondo, sulla scorta delle autentiche intenzioni del Concilio Vaticano II.

di Mons. Charles Chaput*

Nel 1964 Romano Guardini affermava che la ‘Sacrosanctum Concilium’ avrebbe inaugurato una nuova fase nel movimento liturgico, ma scriveva tra l’altro:L’atto liturgico, e con esso tutto ciò che va sotto il nome di ‘liturgia’, non è così fortemente legato al contesto storico – antico o medievale o barocco -, per cui sarebbe più onesto rinunciarvi completamente? Non sarebbe meglio ammettere che l’uomo di questa era industriale e scientifica, con la sua nuova struttura sociologica, non è più capace di atto liturgico?“. L’osservazione di Guardini fece grande scalpore, ma sembra che né teologi né liturgisti abbiano mai preso sul serio i suoi timori. Lasciate che vi dica che io invece quei timori li raccolgo. Penso che egli abbia messo il dito su una delle questioni cardine della missione nel suo tempo, e anche nel nostro.
Ciò che Guardini intendeva per atto liturgico, era la trasformazione della pietà e della preghiera personale in un genuino culto comunitario, la leitourgia, l’ufficio pubblico che la Chiesa offre a Dio. Riconosceva che la preghiera comunitaria della Chiesa era cosa ben diversa dalla preghiera privata di individui credenti. L’atto liturgico comporta un nuovo genere di coscienza, una “disponibilità verso Dio”, una consapevolezza intima dell’unità di tutta la persona, corpo e anima, con il corpo spirituale della Chiesa presente in cielo e in terra. Comporta pure il riconoscimento che i sacri segni e le azioni della Messa – stare in piedi, in ginocchio, cantare e così via – sono in sé “preghiera”. Guardini riteneva che lo spirito del mondo moderno stesse minando le convinzioni che rendono possibile questa coscienza liturgica. Egli spiegava che la nostra fede e il nostro culto non avvengono nel vuoto. Noi siamo sempre in qualche misura prodotti della nostra cultura. Le nostre strutture concettuali, le nostre percezioni della realtà, sono formate dalla cultura nella quale viviamo, che ci piaccia o no.

Oggi quasi nulla di ciò che noi cattolici crediamo è sostenuto dalla cultura odierna. Perfino il significato di “umano” e di “persona” è soggetto a dibattito, come pure altri concetti dottrinali della visione cattolica sono aggressivamente ripudiati o ignorati. Nella nostra vita di ogni giorno siamo circondati da monumenti inneggianti al nostro potere sulla natura e sul bisogno. I trofei della nostra autonomia ed autosufficienza sono ovunque – palazzi, macchine, medicine, invenzioni. Tutto sembra magnificare la nostra capacità di provvedere ad ogni necessità con il know-how e la tecnologia. Di nuovo la questione diventa: quale influsso ha tutto ciò con la premessa centrale per un corretto culto – che cioè siamo creature dipendenti dal nostro Creatore, e che dobbiamo rendere grazie a Dio per tutti i suoi doni, a cominciare dal dono della vita?

Possiamo porre le stesse questioni a proposito della nostra missione di evangelizzazione. Noi predichiamo la buona notizia che questo mondo ha un Salvatore in grado di liberarci dalla schiavitù del peccato e della morte, ma che impatto ha questa buona notizia in un mondo in cui la gente non crede nel peccato o che ritiene di non avere niente da cui essere salvata? Quale senso può avere la promessa della vittoria sulla morte per gente che non crede che esista nulla al di là del mondo visibile?

Allora ha ragione Guardini nell’affermare che l’uomo di oggi sembra incapace di vero culto? Penso di sì. Ma la domanda più importante per noi è questa: se ha ragione, noi che cosa faremo?

Padre Robert Barron affronta il tema in questo modo:Il progetto non è formare la liturgia secondo le congetture dell’epoca, ma far sì che la liturgia interpelli e formi le congetture di ogni tempo. L’uomo di oggi è incapace di atti liturgici? Probabilmente. Ma non vi è nessuna ragione per disperare. Il nostro fine non è adeguare la liturgia al mondo, ma lasciare che la liturgia sia se stessa – un’icona trasformativa dell’ordo di Dio“.

Gli sforzi per inventare una liturgia più “rilevante” e “intelligibile” mediante una sorta di incessante culto della novità, ha generato solo confusione e una separazione ancora più profonda fra i credenti e il vero spirito della liturgia.

Il prossimo grande compito del rinnovamento liturgico è costruire un’autentica cultura eucaristica, infondere una nuova sensibilità sacramentale e liturgica che renda i cattolici capaci di affrontare gli idoli e gli emblemi della nostra cultura con la fiducia dei credenti che traggono vita dai sacri misteri nei quali si entra in comunione con il Dio vivente. Spero ora di dare il mio piccolo contributo per questo grande sforzo di rinnovamento presentando quattro punti:

1) Dobbiamo recuperare la connessione intrinseca e inseparabile fra liturgia ed evangelizzazione. La liturgia è fonte e scopo della missione ecclesiale. Lo insegnava Cristo, era la prassi della Chiesa primitiva ed è stato riaffermato dal Concilio Vaticano II. Noi evangelizziamo per far entrare in comunione con il Dio vivente nella liturgia eucaristica, e a sua volta, l’esperienza di comunione con Dio ci spinge ad evangelizzare.

2) La liturgia è partecipazione alla liturgia celeste nella quale adoriamo in spirito e verità con la Chiesa universale e la comunione dei santi (Sacrosanctum Concilium, 8). Questa è forse la dimensione liturgica più trascurata oggi. Se le nostre liturgie le troviamo banali, ristrette, troppo incentrate sulle comunità di appartenenza con le proprie particolari esigenze, se mancano di un senso potente del sacro e del trascendente, è perché abbiamo perso il senso della partecipazione del nostro culto con la liturgia celeste.

Nella Divina Liturgia, il Regno viene sulla terra così come in cielo. Cielo e terra sono pieni della gloria di Dio. Questa è la nostra fede, ma non so quanti credenti di fatto la vivano. Il Libro dell’Apocalisse ci mostra la liturgia celeste. Ricordate come inizia, San Giovanni “fu preso dallo Spirito nel giorno del Signore”. In altre parole, stava celebrando l’Eucaristia di domenica quando gli fu data una visione del culto del cielo e del mondo a venire (Ap. 1, 9-10). Il libro è pieno di immagini liturgiche e sacramentali. A un certo punto, Giovanni vede una moltitudine innumerevole da ogni tribù, lingua, popolo e nazione che adorava l’Agnello eucaristico. Il vertice del libro è l’avvento di “un nuovo cielo e una nuova terra” con l’annuncio “ecco la dimora di Dio con gli uomini”.

Ogni volta che celebriamo la liturgia sulla terra, noi pregustiamo in essa la consumazione della storia. Questa verità dovrebbe trasformare il nostro modo di celebrare e muoverci alla gratitudine nel vedere che il nostro Dio ci ha concesso il privilegio di unirci agli angeli e ai santi nell’adorazione dinanzi a Dio; dovrebbe renderci desiderosi di celebrare liturgie che siano venerabili e belle, che rivolgano il nostro cuore e la nostra mente alle cose di lassù.

3) Occorre fare ogni sforzo per recuperare e vivere la stessa vibrante spiritualità liturgica ed evangelica dei primi cristiani. Alcune delle peggiori idee liturgiche post-conciliari erano mosse da un vago romanticismo sul modo in cui i primi cristiani credevano e celebravano, persuasi ad esempio che la Chiesa agli inizi non avesse il sacerdozio sacramentale e che l’Eucaristia avesse un rituale limitato, che fosse essenzialmente un pasto tra amici. Il problema con queste ricostruzioni nostalgiche – primitiviste – si può sintetizzare in un unico concetto: nessuno rischia la tortura e la vita per un pasto con gli amici, poiché proprio tortura e morte venivano sentenziate per quanti venivano sorpresi a celebrare l’Eucaristia al tempo della Chiesa delle origini. Ci sono racconti a iosa su questi fatti. Tra questi, mi commuove in particolare una testimonianza che ci giunge dall’anno 304, durante la grande persecuzione di Diocleziano dai Martiri di Abitene, un villaggio nei pressi di Cartagine. Un giovane di nome Felix, che aveva il ministero di lettore, interrogato sui motivi per cui aveva disobbedito al decreto dell’imperatore, rispondeva: “come se uno potesse essere cristiano senza la Messa o che si possa celebrare la Messa senza un cristiano!… Il cristiano esiste con la Messa e la Messa nei cristiani! L’uno non può esistere senza l’altra… Abbiamo celebrato l’assemblea gloriosa, e ci siamo radunati per leggere nella Messa le Scritture del Signore”. Notiamo in questa confessione gli stessi temi di cui stiamo parlando. Per quei discepoli la Messa non è una semplice mensa. E’ “assemblea gloriosa”, una liturgia celeste che designa la loro identità di cristiani come anche l’identità della Chiesa, tanto è vero che uno dei compagni martiri di Felix confessava: “Non possiamo vivere senza la Messa”.

Uno degli impatti più gravi della cultura relativistica sull’Eucaristia è il fatto che per noi la domenica non è più il primo giorno della settimana ma l’ultimo giorno del “weekend”. Gesù Cristo risuscitò dai morti “il primo giorno della settimana” (Mc. 16, 2). Per questo, i primi cristiani veneravano la domenica come la “Pasqua settimanale”, il giorno del Signore. Lo stesso vale per noi. La Messa deve essere la nostra offerta spirituale all’inizio di ogni settimana, non un qualcosa che “infiliamo” nel nostro tempo libero prima di tornare al lavoro il lunedì. Anche questo sottile cambiamento di prospettiva potrebbe avere un forte impatto sul modo in cui celebriamo e come viviamo la nostra fede nel mondo.

4) La liturgia è una scuola di amore oblativo. La legge della nostra preghiera sia anche la legge della nostra vita. Lex orandi, lex vivendi. Siamo chiamati a diventare il sacrificio che celebriamo. E’ impressionante notare quanti racconti dei primi cristiani martiri, soprattutto racconti di vescovi e sacerdoti, siano narrati in “chiave eucaristica”. E’ un classico il martirio dell’anziano vescovo Policarpo arrostito vivo. I testimoni diranno di aver sentito il profumo non di carne bruciata, ma di pane spezzato. L’altro esempio classico è Sant’Ignazio, vescovo di Antiochia. In prigione aspettando la sua esecuzione che consisteva nell’essere sbranato dai cani, scrisse: “Sono farina di Dio dato in pasto alle bestie feroci per essere trovato pane puro di Cristo”.

Non soltanto i martiri sono offerta eucaristica, ma anche voi ed io ed ogni credente battezzato. Di continuo leggiamo nel Nuovo Testamento che tutti siamo chiamati ad offrirci a Dio come sacrificio vivente di lode, santo e gradito a Dio (Rom. 12, 1). Questa è la prima pietra della dottrina cattolica sul sacerdozio comune di tutti i battezzati. I primi cristiani si sentivano gli eredi della vocazione data a Israele, “la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa”. Tutti i battezzati, con il sacerdozio della propria vita, sono chiamati a offrire non il sacrificio cruento di animali, ma il sacrificio del cuore, simbolo della vita, in imitazione di Gesù Cristo.Il nostro sacrificio di lode è innanzitutto nell’Eucaristia. Questo intende il Concilio quando esorta alla “partecipazione attiva” del laicato nella liturgia (SC, 14). Un’espressione che purtroppo è stata presa come licenza per ogni sorta di attività esteriore, agitazione ed efficientismo nel culto. Non era affatto questa la volontà del Vaticano II. La “partecipazione attiva” si riferisce al movimento interiore del nostro spirito, la nostra intima partecipazione all’azione di Cristo nell’offerta del suo corpo e sangue. Ciò esige che si abbiano spazi e “pause” durante la celebrazione per raccogliere le nostre emozioni e pensieri, e fare un atto consapevole di offerta di sé. Dobbiamo “innalzare i nostri cuori” e metterli con contrizione ed umiltà sull’altare insieme al pane e al vino.

Ma la nostra opera non finisce con la Messa. Lungo i nostri giorni, tutto – lavoro, sofferenze, preghiere, incarichi – tutto ciò che facciamo e sperimentiamo deve essere offerto a Dio come sacrificio spirituale. Tutto sia offerto a lode e gloria del nome di Dio e per la salvezza dei nostri fratelli e sorelle. Questo è un altro grande insegnamento del Concilio che dobbiamo ancora integrare nella nostra ordinaria spiritualità. Tutto quello che facciamo, nella liturgia e nella nostra vita nel mondo, è al servizio della consacrazione del mondo a Dio.

Così, cari amici, abbiamo chiuso il cerchio. Ecco la risposta alla sfida di Guardini. Voi siete la risposta alla sua sfida. L’atto liturgico diventa possibile per l’uomo d’oggi quando fate della vostra vita una liturgia, quando la vivete liturgicamente, un’offerta a Dio nel ringraziamento e nella lode per i suoi doni e per la salvezza. Voi siete il futuro del rinnovamento liturgico. L’atto liturgico diventa possibile per l’uomo d’oggi quando considerate la vostra vita e il vostro lavoro nella luce del progetto di Dio sul mondo, alla luce della sua volontà che tutti gli uomini e le donne si salvino e giungano alla conoscenza della verità (1 Tim. 2, 4). Il mistero che celebriamo con gli angeli e i santi deve radicarsi profondamente nella nostra vita e personalità, deve portare frutto. Ciascuno di noi deve dare il proprio unico contributo al misericordioso disegno di Dio – che tutta la creazione diventi adorazione e sacrificio a lode della sua gloria. E’ quanto mai conveniente che concludiamo e ce ne andiamo con le parole di uno dei nuovi inviti di congedo del nuovo Messale Romano: “Glorificate il Signore nella vostra vita. Andate in pace”.

*stralci di un articolo pubblicato su Messainlatino.it

Il Papa al Regina Coeli: lasciamoci invadere dalla misericordia di Dio

Cari fratelli e sorelle!

Ogni anno, celebrando la Pasqua, noi riviviamo l’esperienza dei primi discepoli di Gesù, l’esperienza dell’incontro con Lui risorto: racconta il Vangelo di Giovanni che essi lo videro apparire in mezzo a loro, nel cenacolo, la sera del giorno stesso della risurrezione, «il primo della settimana», e poi «otto giorni dopo» (cfr Gv 20,19.26). Quel giorno, chiamato poi «domenica», «giorno del Signore», è il giorno dell’assemblea, della comunità cristiana che si riunisce per il suo culto proprio, cioè l’Eucaristia, culto nuovo e distinto fin dall’inizio da quello giudaico del sabato. In effetti, la celebrazione del Giorno del Signore è una prova molto forte della Risurrezione di Cristo, perché solo un avvenimento straordinario e sconvolgente poteva indurre i primi cristiani a iniziare un culto diverso rispetto al sabato ebraico. Allora come oggi, il culto cristiano non è solo una commemorazione di eventi passati, e nemmeno una particolare esperienza mistica, interiore, ma essenzialmente un incontro con il Signore risorto, che vive nella dimensione di Dio, al di là del tempo e dello spazio, e tuttavia si rende realmente presente in mezzo alla comunità, ci parla nelle Sacre Scritture e spezza per noi il Pane di vita eterna. Attraverso questi segni noi viviamo ciò che sperimentarono i discepoli, cioè il fatto di vedere Gesù e nello stesso tempo di non riconoscerlo; di toccare il suo corpo, un corpo vero, eppure libero dai legami terreni. E’ molto importante quello che riferisce il Vangelo, e cioè che Gesù, nelle due apparizioni agli Apostoli riuniti nel cenacolo, ripeté più volte il saluto «Pace a voi!» (Gv 20,19.21.26). Il saluto tradizionale, con cui ci si augura lo shalom, la pace, diventa qui una cosa nuova: diventa il dono di quella pace che solo Gesù può dare, perché è il frutto della sua vittoria radicale sul male. La «pace» che Gesù offre ai suoi amici è il frutto dell’amore di Dio che lo ha portato a morire sulla croce, a versare tutto il suo sangue, come Agnello mite e umile, «pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14). Ecco perché il beato Giovanni Paolo II ha voluto intitolare questa Domenica dopo la Pasqua alla Divina Misericordia, con un’icona ben precisa: quella del costato trafitto di Cristo, da cui escono sangue ed acqua, secondo la testimonianza oculare dell’apostolo Giovanni (cfr Gv 19,34-37). Ma ormai Gesù è risorto, e da Lui vivo scaturiscono i Sacramenti pasquali del Battesimo e dell’Eucaristia: chi si accosta ad essi con fede riceve il dono della vita eterna. Cari fratelli e sorelle, accogliamo il dono della pace che ci offre Gesù risorto, lasciamoci riempire il cuore dalla sua misericordia! In questo modo, con la forza dello Spirito Santo, lo Spirito che ha risuscitato Cristo dai morti, anche noi possiamo portare agli altri questi doni pasquali. Ce lo ottenga Maria Santissima, Madre di Misericordia. 

 

La festa della Divina Misericordia: un Battesimo di grazie

Domenica prossima (Domenica in Albis) tutta la Chiesa celebra la festa della Divina Misericordia, voluta dal Beato Giovanni Paolo II, sulla scorta delle rivelazioni ricevute da Santa Faustina Kowalska. Grandi grazie sono riservate a chi celebra con solennità questa festa. Per i devoti della Madonna dell’Elemosina, Madre della Divina Misericordia, questa festa ha un significato ancora più forte.

Redazione SME

Per la prima volta nel 1931 suor Faustina Kowalska, in un’estasi mistica,  ricevette da Gesù la rivelazione del desiderio di istituire questa festa. Negli anni successivi Gesù è ritornato a fare questa richiesta addirittura in 14 apparizioni, definendo con precisione il giorno della festa nel calendario liturgico della Chiesa, la causa e lo scopo della sua istituzione, il modo di prepararla e di celebrarla come pure le grazie ad essa legate.

La scelta della prima domenica dopo Pasqua indica innanzitutto lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia, come ha annotato anche suor Faustina nel suo Diario: “Ora vedo che l’opera della Redenzione è collegata con l’opera della Misericordia richiesta dal Signore”. Gesù ha spiegato la ragione per cui ha chiesto l’istituzione della festa: “Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione (…). Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre”.

La preparazione alla festa è costituita da una novena, che consiste nella recita, cominciando dal Venerdì Santo, della coroncina alla Divina Misericordia. Questa novena è stata desiderata da Gesù ed Egli ha detto a proposito di essa che “elargirà grazie di ogni genere”. Per quanto riguarda il modo di celebrare la festa Gesù ha rivelato a Santa Faustina: “Sì, la prima domenica dopo Pasqua è la festa della Misericordia, ma deve esserci anche l’azione ed esigo il culto della Mia misericordia con la solenne celebrazione di questa festa e col culto all’immagine che è stata dipinta”. La grandezza di questa festa è dimostrata dalle promesse: “In quel giorno, chi si accosterà alla sorgente della vita conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene” ha detto Gesù. Una particolare grazia è legata alla Comunione ricevuta quel giorno in modo degno: “la remissione totale delle colpe e castighi”. Questa grazia “è qualcosa di decisamente più grande che la indulgenza plenaria. Quest’ultima consiste infatti solo nel rimettere le pene temporali, meritate per i peccati commessi (…). E’ essenzialmente più grande anche delle grazie dei sei sacramenti, tranne il sacramento del battesimo, poiché‚ la remissione delle colpe e dei castighi è solo una grazia sacramentale del santo battesimo. Invece nelle promesse riportate Cristo ha legato la remissione dei peccati e dei castighi con la Comunione ricevuta nella festa della Misericordia, ossia da questo punto di vista l’ha innalzata al rango di secondo battesimo”.

Gesù non ha limitato la sua generosità solo a questa, anche se eccezionale, grazia. Infatti ha detto che “riverserà tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia misericordia”, poiché‚ in quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto”. Gesù vuole in quel giorno regalare agli uomini non solo le grazie salvificanti, ma anche benefici terreni – sia alle singole persone sia ad intere comunità. Tutte le grazie e benefici sono in quel giorno accessibili per tutti, a patto che siano chieste con grande fiducia.

Santa Faustina amava molto anche la Madonna, che invocava come  Madre della Misericordia. La Vergine Maria la sosteneva, la confortava, le dava forza nei momenti di grande sofferenza, l’aiutava e le insegnava come amare il Signore in modo totale, compiendo in tutto la sua Santa Volontà.

Il 18 aprile 1993, seconda Domenica di Pasqua, il Santo Padre Giovanni Paolo Il in Piazza San Pietro a Roma ha beatificato Suor Faustina. Il giorno seguente, durante l’udienza generale, Papa Woytila ha detto: “Dio ci ha parlato attraverso la ricchezza spirituale della beata Suor Faustina KowaIska. Ella ha lasciato al mondo il grande messaggio della Misericordia Divina come pure l’invito di affidarsi completamente al Creatore… Ella ha potuto conoscere la sua Misericordia mediante le esperienze mistiche e grazie al dono speciale della preghiera contemplativa. Ti ringrazio, beata Suor Faustina KowaIska per aver ricordato al mondo questo grande mistero della Misericordia Divina. Quel “mistero sconvolgente”, quell’ineffabile mistero del Padre di cui oggi l’uomo ed il mondo hanno tanto bisogno”.

La festa della Domenica della Divina Misericordia è stata istituita da Giovanni Paolo II il 30 Aprile del 2000 in occasione della Canonizzazione della Beata Suor Maria Faustina Kowalska. Così recita il Decxreto della Congergazione per i riti: “Il Signore per il grande amore con il quale ci ha amati, ci ha donato con indicibile bontà il suo unico Figlio, nostro Redentore, affinché attraverso la sua morte e risurrezione aprisse al genere umano le porte della vita eterna, e affinché, accogliendo la sua misericordia dentro il suo tempio, i figli dell’adozione esaltassero la sua gloria fino ai confini della terra. Accogliendo tali desideri, il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ha benignamente disposto che nel Messale Romano d’ora innanzi al titolo della II Domenica di Pasqua sia aggiunta la dizione «o della Divina Misericordia»”.

Giovanni Paolo II è tornato alla casa del Padre sabato 2 aprile 2005, ai primi Vespri della festa della Divina Misericordia.

Se l'Europa s'inventa la definizione di famiglia…

Ieri il Parlamento di Strasburgo ha approvato una risoluzione in cui invita i Paesi dell’Unione a riconoscere i matrimoni tra persone dello tesso sesso. E, tra l’altro, «si rammarica dell’adozione da parte di alcuni Stati membri di definizioni restrittive di “famiglia” con lo scopo di negare la tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli». Così l’Europa apre ai matrimoni gay e, addirittura, anche alla possibilità (per ora ipotetica) che abbiano figli. Gli osservatori più “alla moda” salutano la decisione come una “conquista di civilità”, un passo avanti verso l’uguaglianza. Appena sabato scorso il Papa aveva parlato del tentativo della cultura contemporanea di manipolare il matrimonio e la famiglia. E’ la fine dell’Europa cristiana?

di Alessandro Scaccianoce

Mentre diminuiscono i matimoni “regolari”, come da rilevazioni Istat ufficiali ( tra il 2009 e il 2001 si sono registrati quasi 30 mila matrimoni in meno), agguerrite lobbies gay fanno breccia in Europa imponendo un “allargamento” della nozione di famiglia. Alla crisi del matrimonio in senso tradizionale, dunque, corrisponde una forte richiesta da parte delle coppie omosessuali che, non si accontentano di una regolamentazione civilistica delle unioni, ma chiedono la completa equiparazione delle loro situazioni di fatto alla famiglia tradizionalmente intesa. Ci chiediamo: ma davvero ciascuno può decidere cosa è la famiglia, a prescindere dai più elementari dati umani?
Appena sabato scorso Benedetto XVI  era tornato a parlare di relativismo, cioè dell’idea secondo cui non esiste una verità oggettiva. Secondo tale virus, che ammorba il pensiero moderno, in nessun campo, e quindi anche in ambito morale, è possibile avere una nozione certa di quello che è bene e di quello che è male. E’ l’accordo dei membri di una collettività che sancisce il bene e il male. Sembra una conquista di civilità, l’uomo continua a nutrirsi dell’antico frutto dell’albero proibito (l’albero della conoscenza del bene e del male) e decide autonomamente ciò che è conforme alla propia natura

Le parole del Papa, oggi risuonano come una profezia inascoltata, un grido lanciato ad una società sorda ai richiami della propria coscienza, vittima di alcune lobbies e potentati massmediatici.
Ricevendo i vescovi della Regione VIII degli Stati Uniti in visita «ad limina», il Pontefice aveva puntualmente segnalato come il relativismo ha determinato una «crisi del matrimonio e della famiglia e, più in generale, della visione cristiana della sessualità». Se prevale il relativismo, ciascuno s’inventa la definizione di matrimonio e di famiglia che preferisce. «Da questo punto di vista, dev’essere fatta particolare menzione delle potenti correnti politiche e culturali che cercano di cambiare la definizione legale del matrimonio. Lo sforzo della Chiesa di resistere in coscienza a questa pressione richiede una difesa argomentata del matrimonio come istituzione naturale che consiste in una specifica comunione di persone, la quale trova le sue radici essenziali nella complementarità dei sessi ed è orientata alla procreazione».
 
Il Papa faceva riferimento alle recenti leggi che hanno introdotto il «matrimonio» omosessuale in alcuni Stati degli Stati Uniti, ma forse pensava anche alle forti pressioni che da tempo gravavano in ambito europeo e che si sono concretizzate nella decisione di ieri. A tale riguardo il Pontefice ha affermato che «le differenze tra i sessi non possono essere liquidate come irrilevanti per la definizione del matrimonio». E a chi accusa la Chiesa d’interferenza indebita il Papa ha risposto che «la difesa dell’istituzione del matrimonio come realtà sociale è ultimamente una questione di giustizia, perché comporta la salvaguardia del bene dell’intera comunità umana e i diritti sia dei genitori sia dei figli». Nessuno, infatti, che abbia coscienza limpida e onestà intellettuale, può accusare la Chiesa di essere contro l’uomo.
 
Il Papa ha ammesso che ci sono «crescenti difficoltà nel trasmettere l’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla famiglia nella sua integrità». Ma in parte queste difficoltà derivano da colpe di uomini di Chiesa. «Dobbiamo certamente riconoscere – ha detto il Papa – le deficienze nella catechesi degli ultimi decenni, che talora ha omesso di comunicare la ricca eredità dell’insegnamento cattolico sul matrimonio come istituzione naturale elevata da Cristo alla dignità di sacramento».
 
Anche i corsi di preparazione al matrimonio nelle parrocchie, ha sottolineato il Pontefice, spesso non hanno trasmesso questo insegnamento con sufficiente chiarezza, soprattutto sul tema della convivenza prematrimoniale. E con il coraggio e la lucidità dei profeti Benedetto XVI afferma che «la pratica della coabitazione prima del matrimonio è gravemente peccaminosa, per non parlare del fatto che danneggia la stabilità della società».
 
Contro il relativismo il Papa ha proposto il ritorno ad una catechesi convincente e chiara, che si avvalga sistematicamente del «Catechismo della Chiesa Cattolica». Un rimedio che ha già indicato in vista del prossimo Anno della Fede: «restaurare nel posto che gli spetta» nella predicazione e nella catechesi il «Catechismo della Chiesa Cattolica». I fedeli, particolarmente giovani, vi troveranno un’apologia della castità, che «è più sana e attraente delle ideologie permissive esaltate in certi ambienti le quali di fatto costituiscono una potente e distruttiva forma di contro-catechesi».
Queste parole del Papa risuonano come il grido del giusto in una società stordita dal chiasso dei gaudenti. Di fronte a questa rivoluzione di valori e di prospettive, commenta Avvenire, l’unica prospettiva è una “contro-rivoluzione, che non è da intendersi come una violenza uguale e contraria a quella in atto, ma una testimonianza ferma e convinta dei valori non negozabili, che non possono variare a colpi di maggioranze parlamentari.

La devozione dei Papi a San Giuseppe

Redazione SME

Il Beato Papa Giovanni XXIII scelse San Giuseppe come protettore  del Concilio Vaticano II, come indicato nella lettera apostolica Le voci, del 19 marzo 1961. Giovanni XXIII ricorda “le voci che da tutti i punti della terra arrivano sino a Noi” e i documenti dei suoi predecessori, da Pio IX a Pio XII, su San Giuseppe. Il Papa buono propose che in data 19 marzo l’altare di San Giuseppe nella Basilica Vaticana “si rivesta di splendore novello, più ampio e più solenne” per diventare “punto di attrazione e di pietà religiosa per singole anime, per folle innumeri”.
Giovanni XXIII fece un altro gesto per sigillare meglio l’alleanza con San Giuseppe quando, nell’ottobre 1962, fece dono del suo anello papale – noto anche come l’Anello del Pescatore – al Santo Falegname di Nazareth, offrendolo al santuario polacco di Kalisz, dove si venera un dipinto “miracoloso” di san Giuseppe.

È stato sempre il Beato Giovanni XXIII, che ha fatto inserire la menzione di San Giuseppe nel Canone della Messa. San Giuseppe lo aveva accompagnato fin dall’infanzia: del resto, non si chiamava Angelo Giuseppe Roncalli?

Anche Giovanni Paolo II ha donato l’Anello del Pescatore a San Giuseppe, cui era devoto sin dalla sua infanzia. Come suo padre, si chiamava infatti Karol Jozef Wojtyla. L’anello è stato collocato dal cardinale Franciszek Macharski, arcivescovo di Cracovia, nella chiesa del Carmine, santuario dedicato a san Giuseppe, il 19 marzo 2004.

All’inizio del suo pontificato, il 30 settembre 1979, Giovanni Paolo II si è recato anche in un altro santuario, a Knock, in Irlanda, circa 220 km a nord ovest di Dublino, dove è attestata un’apparizione – muta – di San Giuseppe avvenuta il 21 agosto 1879.

Il Papa polacco ha ricordato l’importanza di San Giuseppe per la vita della Chiesa nella sua Esortazione apostolica Redemptoris Custos (15 agosto 1989), un secolo dopo l’enciclica di Papa Leone XIII Quamquam Pluries (15 agosto 1889), sulla devozione a San Giuseppe. Nel documento, Karol Wojtyla ha ribadito anche l’importanza di un altro gesto compiuto da un suo predecessore, Papa Pio IX nel 1870: “In tempi difficili per la Chiesa, Pio IX, volendo affidarla alla speciale protezione del santo patriarca Giuseppe, lo dichiarò «Patrono della Chiesa cattolica»”.

Per farlo, Pio IX aveva scelto una data mariana: l’8 dicembre. Ma già fin dall’inizio del suo pontificato, il 10 dicembre 1847, Pio IX aveva stabilito la festa e l’ufficio del Patrocinio di san Giuseppe, fissato alla terza domenica dopo Pasqua.




Da parte sua, Benedetto XVI (“Joseph” è il nome di battesimo) ha richiamato più volte nel suo Magistero la figura del Santo Patriarca. Nell’ottica  di un rinnovamento della fede, un tema a lui tanto caro, Benedetto XVI ha invitato i cattolici a mettersi alla scuola di San Giuseppe, ad avere con lui un “dialogo spirituale”.

Il 18 marzo 2009, a Yaoundé (Camerun), il Papa ha dedicato la sua omelia al suo santo patrono. Rivolgendosi a tutti i componenti del popolo di Dio, ha concluso dicendo che in san Giuseppe non vi è alcuna “separazione tra fede e azione”. “Cari fratelli e sorelle, la nostra meditazione sull’itinerario umano e spirituale di San Giuseppe, ci invita a cogliere la misura di tutta la ricchezza della sua vocazione. Egli, infatti, resta un modello per tutti quelli e quelle che hanno voluto votare la loro esistenza a Cristo, nel sacerdozio come nella vita consacrata o in diverse forme di impegno del laicato. Giuseppe ha infatti vissuto alla luce del mistero dell’Incarnazione. Non solo con una prossimità fisica, ma anche con l’attenzione del cuore.




Giuseppe ci svela il segreto di una umanità che vive alla presenza del Mistero, aperta ad esso attraverso i dettagli più concreti dell’esistenza.(…) Paradossalmente è agendo, assumendo quindi le sue responsabilità, che egli si mette da parte per lasciare a Dio la libertà di realizzare la sua opera, senza frapporvi ostacolo. Giuseppe è un ‘uomo giusto’ (Mt 1,19) perché la sua esistenza è ‘aggiustata’ sulla parola di Dio”.

Il 19 Dicembre 2010 Benedetto XVI ha riflettuto sull’Annuncio a Giuseppe prima dell’Angelus, affidando alla sua protezione tutti i sacerdoti del mondo, sottolineando il ruolo del “padre legale” di Gesù nel piano di salvezza di Dio. “Veneriamo dunque il padre legale di Gesù (cfr. CCC, 532), perché in lui si profila l’uomo nuovo, che guarda con fiducia e coraggio al futuro, non segue il proprio progetto, ma si affida totalmente all’infinita misericordia di Colui che avvera le profezie e apre il tempo della salvezza”, ha detto il Papa.

Ha ricordato, infine, l’“ospitalità” data dall’uomo a Dio stesso: “Come Giuseppe e Maria, sua sposa, possiamo offrire ospitalità a Dio che viene da noi sotto la figura di un bambino umile e fragile, pieno di amore e di tenerezza per tutti gli uomini!”.

La liturgia non può fare a meno della bellezza

Il Card. Canizares, Prefetto del Culto, illustra l’importanza della bellezza, come fattore costitutivo e imprescindibile della liturgia. Ciò aiuta a capire perché i cristiani, da sempre, ricercano il bello in tutto ciò che attiene al culto (dagli edifici alla musica, dai parati sacri alle suppellettili…). Queste considerazioni smontano alla radice ogni falso pauperismo che imperversa, spesso, anche in certi ambienti ecclesiali “moderni”. La sciatteria, la banalità, la rozzezza di segni, gesti, strutture ed edifici sviliscono la liturgia nella sua essenza di apertura verso il cielo, anticipazione del Paradiso.

Redazione SME

“Richiamando alla mente il racconto della trasfigurazione del Signore, vengono spontanee alla nostra mente parole come: gloria, fulgore, bellezza. Sono espressioni che si possono applicare direttamente alla liturgia. Come ricorda Benedetto XVI, la liturgia è vincolata intrinsecamente alla bellezza. Infatti, “La vera bellezza è l’amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel Mistero pasquale”.

L’espressione “Mistero pasquale”, che si celebra nella divina liturgia, sintetizza il nucleo essenziale del processo della Redenzione, ed è il vertice dell’opera di Gesù. A sua volta, la liturgia ha come contenuto proprio questa “opera” di Gesù, perché in essa si attualizza l’opera della nostra Redenzione. Ne segue che la liturgia, come parte del Mistero pasquale, è “espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra. Il memoriale del sacrificio redentore porta in se stesso i tratti di quella bellezza di Gesù di cui Pietro, Giacomo e Giovanni ci hanno dato testimonianza, quando il Maestro, in cammino verso Gerusalemme, volle trasfigurarsi davanti a loro (cfr Mc9,2). La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell’azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria”.

dal discorso del Cardinale Antonio Cañizares, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, in occasione della presentazione del libro “La concelebrazione eucaristica. Dal simbolo alla realtà” di monsignor Guillaume Derville