Maggio, il mese di Maria

Maggio è tradizionalmente il mese dedicato alla Madonna. Dal Medio Evo ad oggi, dalle immagini incoronate di fiori al magistero dei Papi, l’origine e le forme di una devozione popolare ancora molto sentita.

 di Riccardo Maccioni

Il mese di maggio è il periodo dell’anno che più di ogni altro abbiniamo alla Madonna. Un tempo in cui si moltiplicano i Rosari a casa e nei cortili, sono frequenti i pellegrinaggi ai santuari, si sente più forte il bisogno di preghiere speciali alla Vergine. Alla base della particolare attenzione alla Madonna di questi giorni, l’intreccio virtuoso tra la natura, che si colora e profuma di fiori, e la devozione popolare.

Il re saggio e la nascita del Rosario

In particolare la storia ci porta al Medio Evo, ai filosofi di Chartres nel 1100 e ancora di più al XIII secolo, quando Alfonso X detto il saggio, re di Castiglia e Leon, in “Las Cantigas de Santa Maria” celebrava Maria come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via (…)». Di lì a poco il beato domenicano Enrico Suso di Costanza mistico tedesco vissuto tra il 1295 e il 1366 nel Libretto dell’eterna sapienza si rivolgeva così alla Madonna: «Sii benedetta tu aurora nascente, sopra tutte le creature, e benedetto sia il prato fiorito di rose rosse del tuo bei viso, ornato con il fiore rosso rubino dell’Eterna Sapienza!». Ma il Medio Evo vede anche la nascita del Rosario, il cui richiamo ai fiori è evidente sin dal nome. Siccome alla amata si offrono ghirlande di rose, alla Madonna si regalano ghirlande di Ave Maria.

Le prime pratiche devozionali, legate in qualche modo al mese di maggio risalgono però al XVI secolo. In particolare a Roma san Filippo Neri, insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre, a cantare le sue lodi, a offrire atti di mortificazione in suo onore. Un altro balzo in avanti e siamo nel 1677, quando il noviziato di Fiesole, fondò una sorta di confraternita denominata “Comunella”. Riferisce la cronaca dell’archivio di San Domenico che «essendo giunte le feste di maggio e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominiciava a cantar meggio e fare festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla Santissima Vergine Maria….».

Si cominciò con il Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, cui a breve si aggiunsero le domeniche e infine tutti gli altri giorni. Erano per lo più riti popolari semplici, nutriti di preghiera in cui si cantavano le litanie, e s’incoronavano di fiori le statue mariane. Parallelamente si moltiplicavano le pubblicazioni. Alla natura, regina pagana della primavera, iniziava a contrapporsi, per così dire, la regina del cielo. E come per un contagio virtuoso quella devozione cresceva in ogni angolo della penisola, da Mantova a Napoli.

L’indicazione del gesuita Dionisi

L’indicazione di maggio come mese di Maria lo dobbiamo però a un padre gesuita: Annibale Dionisi. Un religioso di estrazione nobile, nato a Verona nel 1679 e morto nel 1754 dopo una vita, a detta dei confratelli, contrassegnata dalla pazienza, dalla povertà, dalla dolcezza. Nel 1725 Dionisi pubblica a Parma con lo pseudonimo di Mariano Partenio “Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei”.

Tra le novità del testo l’invito a vivere, a praticare la devozione mariana nei luoghi quotidiani, nell’ordinario, non necessariamente in chiesa «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine». In ogni caso lo schema da seguire, possiamo definirlo così, è semplice: preghiera (preferibilmente il Rosario) davanti all’immagine della Vergine, considerazione vale a dire meditazione sui misteri eterni, fioretto o ossequio, giaculatoria. Negli stessi anni, per lo sviluppo della devozione mariana sono importanti anche le testimonianze dell’altro gesuita padre Alfonso Muzzarelli che nel 1785 pubblica “Il mese di Maria o sia di Maggio” e di don Giuseppe Peligni.

Da Grignion de Montfort all’enciclica di Paolo VI

Il resto è storia recente. La devozione mariana passa per la proclamazione del Dogma dell’Immacolata concezione (1854) cresce grazie all’amore smisurato per la Vergine di santi come don Bosco, si alimenta del sapiente magistero dei Papi. Nell’enciclica “Mense Maio” datata 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia».

Nessun fraintendimento però sul ruolo giocato dalla Vergine nell’economia della salvezza, «giacché Maria – scrive ancora papa Montini – è pur sempre strada che conduce a Cristo. Ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso». Un ruolo, una presenza, sottolineato da tutti i santi, specie da quelli maggiormente devoti alla Madonna, senza che questo diminusca l’amore per la Madre, la sua venerazione. Nel “Trattato della vera devozione a Maria” san Luigi Maria Grignion de Montfort scrive: «Dio Padre riunì tutte le acque e le chiamò mària (mare); riunì tutte le grazie e le chiamò Maria»

Le SS. Messe, precedute dalla recita del S. Rosario, presso la Basilica Santuario di Biancavilla, saranno celebrate nei seguenti orari: ore 8,30 – 19,00; ad eccezione di: mercoledì mattina (chiesa del Rosario), giovedì mattina (chiesa di S. Gaetano), venerdì mattina (chiesa del Purgatorio); mentre ancora, nel mese, l’Icona della Vergine dell’Elemosina sarà recata presso diverse famiglie nei vari quartieri della parrocchia matrice.  

Sante Quarantore in Santuario: Tempo di grazia e di conversione.

Come da antica tradizione, per l’anno 2018, avranno luogo in Basilica Santuario le Sacre Quarantore; un tempo prolungato di esposizione eucaristica solenne. Questo tempo di grazia, scandito dalla Santa Messa e dalla Liturgia delle ore, è pensato per dare a tutti la possibilità di mettersi in adorazione davanti al Santissimo Sacramento, per affidare al Signore Gesù le proprie gioie e dolori, ansie e speranze, ed essere così pronti a testimoniare nella vita la Pasqua di risurrezione del Figlio di Dio.

Di seguito il programma delle giornate:


Sabato 21, dalle ore 18, la preghiera sarà animata dall’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina”.

“Dio ha mandato il Figlio perché il mondo si salvi per mezzo di lui”

A cura dell’Ufficio Liturgico Nazionale della CEI

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,14-21)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Il brano del Vangelo di Giovanni in alcuni passaggi fondamentali descrive il senso della missione di Gesù e della sua Pasqua. Non si parla esplicitamente della morte in croce, ma molti elementi del testo fanno indirettamente riferimento al dono della vita e alla morte di Gesù.

Il primo riferimento che incontriamo nel testo scelto dalla liturgia è all’immagine del serpente innalzato da Mosè nel deserto per la guarigione degli Israeliti morsi da serpenti velenosi (cf. Nm 21,4-9). Il verbo “innalzare” può rimandare sia alla morte in croce di Gesù, sia alla sua glorificazione da parte del Padre. Per diverse volte ritorna l’immagine dell’innalzamento del Figlio dell’uomo in Giovanni (Gv 8,28; 12.32.34). Gesù afferma che quando sarà innalzato da terra attirerà tutti a sé (Gv 12,32). Il raduno promesso da Gesù nel momento del suo innalzamento è una immagine che rimanda alla salvezza. Infatti il raduno dei dispersi è l’opera di Dio per i tempi ultimi. Gloria e croce vengono a sovrapporsi: è nel dono della sua vita sulla croce che si rivela la gloria di Gesù.

Il secondo passaggio del brano evangelico (Gv 3,16) afferma in positivo il senso della missione di Gesù, fornendo una ulteriore interpretazione al paragone con il serpente innalzato nel deserto. La missione di Gesù viene legata all’amore del Padre. Si tratta di un amore che non si impossessa dell’amato, ma che dona. È dall’amore infinito di Dio per il mondo che nasce la missione di Gesù e il dono della sua vita in croce, già richiamato dall’immagine del serpente innalzato: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio».

Il terzo passaggio descrive la missione di Gesù in negativo (Gv 3,17-21): egli non è venuto per condannare ma per salvare. La condanna non deriva da una azione voluta da Dio, ma dalla chiusura degli uomini e delle donne all’azione salvifica di Dio che si manifesta nel dono della vita del Figlio. La distinzione avviene nell’accoglienza o meno del Figlio, che è la luce venuta nel mondo. Ma gli uomini, come già il prologo del Quarto Vangelo ricordava (Gv 1,9-11), preferiscono spesso le tenebre alla luce. Gesù con la sua vita e la sua morte illumina la vita umana e smaschera ciò che è nelle tenebre, «chi fa il male» (Gv 3,20).

La prima lettura è tratta dal Secondo Libro delle Cronache, l’ultimo del canone ebraico delle Scritture. I due libri delle Cronache ripercorrono la storia della monarchia e la leggono attraverso un criterio fondamentale: le sorti del popolo dipendono unicamente dalla sua fedeltà all’alleanza, alla legge e alla parola dei profeti.

È quanto alla fine viene affermato esplicitamente nel brano proposto come prima lettura di questa domenica e che costituisce la conclusione di tutta l’opera del Cronista.

Nel Secondo libro delle Cronache il peccato del popolo di Dio sta soprattutto nel suo ostinato non-ascolto della Parola, che il Signore non ha mai fatto mancare tramite i suoi messaggeri inviati «costantemente» e «premurosamente». Anzi si è giunti al punto di «beffare i messaggeri di Dio, disprezzarne le parole, schernire i profeti» (cf. 2Cr 36,16). La situazione del popolo divenne senza rimedio. Davanti a questa situazione, ecco l’ultimo atto di Dio: l’esilio. L’esilio diventa la purificazione necessaria perché il popolo possa ritornare ad ascoltare la voce di Dio. Il fatto che sia stabilito un tempo di settanta anni ci dice che l’ira di Dio, giunta al culmine, non si risolve nella rovina del popolo, ma in un atto estremo per recuperarlo, un atto che si pone quindi in linea con l’ostinazione divina nell’inviare i suoi messaggeri, i profeti per invitare il popolo alla conversione. Il testo si conclude con una apertura al futuro grazie all’opera di liberazione di un sovrano pagano, il re Ciro. L’ultima parola dell’editto del re è particolarmente significativa: «salga!». Il popolo è chiamato a riprendere il cammino di salita a Gerusalemme, per ricominciare la sfida della fedeltà all’alleanza con il suo Dio.

L’invito a salire che conclude la prima lettura può essere rivolto alla Chiesa e ad ogni credente in questo tempo di Quaresima. Dio «ci ha fatto rivivere con Cristo», come richiama la seconda lettura, «per il grande amore con il quale ci ha amato» (Ef 2,4-5). Un dono che diventa impegno a camminare in quelle opere buone che «Dio ha preparato» (cf. Ef 2,10). Il grande amore con il quale Dio ha amato il mondo «da dare» il Figlio e la premura e la costanza con le quali egli ha inviato i suoi profeti, sono il fondamento della vita nuova nella quale i credenti sono invitati a camminare.

“Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”

di Mons. Giuseppe Mani*

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 2,13-25)

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

“Ecco io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Il tempo di quaresima ci aiuta a passare dalla morte alla vita, dall’inverno del peccato alla primavera della grazia. Bisogna morire a noi stessi, ai propri idoli per vivere come uomini nuovi abitati dal Dio Vivente. La Pasqua a cui aspiriamo ci rinnova completamente. Si inaugura un tempo nuovo per una terra nuova e un cielo nuovo (Ap 21,1). Cantiamo a Dio un canto nuovo, che solo i giusti possono cantare. Gesù ci dona il comandamento nuovo, quello dell’amore che porta alla perfezione la legge dell’antica alleanza. Il suo insegnamento è nuovo, Gesù berrà il vino nuovo e anche noi berremo il vino nuovo come alle nozze di Cana. In Cristo siamo divenuti anche noi uomini nuovi. “Se qualcuno è in Cristo è una nuova creatura”. Anche noi riceviamo un nome nuovo, Ecco cosa significa celebrare la Pasqua: “Entrare in una nuova ed eterna alleanza con Dio”. “Da un tempio di pietra ad un tempio di carne”. La grande novità della Pasqua si estenda a tutte le dimensioni della nostra vita: passiamo dal giogo della legge a quello della Grazia. Addirittura da un tempio di pietra fatto da mani di uomo che ha perso il suo valore tanto che è divenuto una spelonca di ladri, da casa di preghiera a negozio in vista del sacrificio. Gesù ci invita a passare in un altro tempio: quello del suo corpo. Nel tempio di Gerusalemme c’era la parte più sacra “Il Santo”, “Il Santo dei Santi” quella nella quale entrava una volta l’anno Il Gran Sacerdote in occasione della festa del grande perdono per implorare la misericordia di Dio. Da Gesù siamo invitati all’interiorità, non si tratta di restare all’esterno del tempio o sotto il colonnato di Salomone ma di entrare all’interno del vero tempio in cui è possibile l’incontro con Dio. Questo cambiamento fisico vale nella misura in cui avviene una trasformazione interiore che favorisca una nuova relazione con Dio che significa una autentica relazione con Gesù, vero tempio in cui si può incontrare Dio, Alla morte di Gesù il velo del tempio si strappò in due manifestandoci che abbiamo accesso a Dio. Il luogo santo di Israele cessa di essere il luogo dell’incontro. E’ Gesù il luogo dell’incontro con Dio Luogo nuovo per incontrare Dio. Ovviamente gli uditori di Gesù non capirono che parlava di se stesso ma Gesù continua la sua predicazione nel senso giusto. E’ Lui la pietra d’angolo rifiutata dai costruttori. Sa bene che l’acqua viva che scaturisce dal tempio di cui aveva parlato Ezechiele era Lui, quando gli fu trafitto il costato e ne uscì sangue e acqua. Gesù è l’unico tempio in cui si compie il vero sacrificio, è Lui “l’altare, il sacerdote e la vittima”. La nuova Alleanza non si celebra nel tempio di pietra ma in Gesù in cui Dio è venuto ad abitare la nostra condizione umana. In questo tempo della quaresima siamo convocati ad una profonda interiorità. Non restiamo nel porticato ma entriamo nel cuore stesso del tempio che è la persona di Gesù. Convertiamoci e lasciamo la tristezza del nostro peccato per entrare gioiosamente nell’oratorio del proprio cuore per incontrare Colui che ci ama e che ha dato la sua vita per te.

*Arcivescovo emerito di Cagliari.

Questi è il Figlio mio, l’amato

di Mons. Guido Marini* 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 9, 2-10)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Rimaniamo in ascolto del vangelo della Trasfigurazione. Alla presenza di tre apostoli – Pietro, Giacomo e Giovanni – Gesù si trasfigura, ovvero appare in tutta la bellezza della sua gloria. Egli è uomo, ma è anche Dio. E qui la sua divinità si manifesta splendente. Gli apostoli la contemplano e ne rimangono affascinati. Vorrebbero che quell’esperienza non finisse più. Quanto hanno vissuto gli apostoli, desideriamo viverlo anche noi! Che cosa vi è di più desiderabile, infatti, del vedere il volto splendente del Signore? Ma come appagare un tale desiderio? È ancora il vangelo a indicarci la via: «Ascoltatelo!» Se rimarremo in ascolto attento della parola che il Signore ci rivolge, ne potremo contemplare anche il volto; se ogni giorno saremo fedeli nel nutrirci della parola che esce dalla bocca del Signore, potremo gustare il Suo amore; se il vangelo diverrà compagno di strada nel cammino quotidiano della vita, potremo rimanere abbagliati dalla sua bellezza. Diceva san Gregorio Magno:« Impara a conoscere il cuore di Dio dalla parola di Dio». Noi vogliamo conoscere il cuore di Dio! Noi vogliamo entrare nel suo cuore! Se ci rendiamo familiari con la Sua parola il cuore di Dio diviene la nostra patria e possiamo contemplare la bellezza del suo volto.

*Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie.

Gesù, tentato da satana, è servito dagli angeli

di don Luigi Maria Epicoco*

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1,12-15)

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

La Quaresima è un tempo prezioso perché è il tempo in cui lo Spirito ci porta ad un appuntamento che cerchiamo di sfuggire tutto l’anno. È come quando per mesi abbiamo aperto un cassetto nella nostra stanza e abbiamo accumulato roba su roba in attesa di avere il tempo di metterla davvero a posto o di riflettere cosa farci. Nessuno vuole aprire quel cassetto per farci i conti. Il deserto è questo. È il tempo di quel cassetto. È quel fastidioso tempo in cui facciamo i conti con ciò con cui non vorremmo fare i conti. E il compagno di eccezione di questa operazione è Satana. Perché proprio lui? Perché la tentazione ci ricorda che siamo liberi. Solo se capiamo che siamo liberi possiamo capire quanta profondità c’è davvero nella nostra vita e nelle nostre scelte. Non dobbiamo trovare modi per non essere tentati, ma dobbiamo domandare allo Spirito di aiutarci a fare delle scelte davanti alle tentazioni. Questo allenamento alla libertà ci prepara davvero alla Pasqua, perché nessuno dà le chiavi di una macchina a chi non sa portarla. Così la Resurrezione è uno spreco per chi vive schiavo di qualcosa. “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi” ci ricorda San Paolo. Chi si lascia plasmare dalla lotta della Quaresima si accorgerà di non avere più paura delle “bestie selvatiche” che lo abitano, e anche gli angeli così misteriosamente invisibili diventeranno così straordinariamente utili. Esattamente come la fede che non la si vede ma la si sente negli effetti.

*Clero diocesano de L’Aquila