“Sforzatevi di entrare per la porta stretta”

Riflessione spirituale a conclusione del tempo dell’Indulgenza Plenaria per il 70° anniversario dell’Incoronazione dell’Icona di Maria SS. dell’Elemosina – Madre della Divina Misericordia. Celebrazione Eucaristica di Ringraziamento. Biancavilla, 31 ottobre 2018.

di don Agrippino Salerno*

Immagine di repertorio (G. Stissi – Archivio SME)

Carissimi fratelli e sorelle,

oggi concludiamo questo tempo storico con il dono dell’indulgenza plenaria concessaci dal Santo Padre Francesco attraverso la Penitenzieria Apostolica. Questo dono, in occasione del 70° anniversario dell’incoronazione della nostra venerata Icona della Madre della Misericordia, venerata con il titolo di “Elèusa”-“Elemosina”.

Abbiamo fatto tesoro della sapienza della Chiesa che ci ha permesso di attingere al tesoro della misericordia di Dio. Il Vangelo di oggi ci permette di riflettere sulla pienezza della vita cristiana che è la “santità” e nel medesimo tracciare la via della salvezza.

Il cammino di Gesù si concluderà nella città di Gerusalemme. Già il “camminare” è indicativo di un movimento ad “intra” ed ad “extra” della Chiesa che guarda alla Gerusalemme celeste, pieno compimento della salvezza.

Con Gesù gli Apostoli camminano verso questa meta e lungo il cammino un tale – racconta l’evangelista Luca – gli si avvicina e gli chiede: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?» (13,23). Gesù non risponde direttamente alla domanda: non è importante sapere il numero dei salvati, ma piuttosto è importante conoscere “il come salvarci” e i mezzi a disposizione per raggiungere la perfezione cristiana.

Non dimentichiamo che siamo stati creati da Dio per conoscerlo, amarlo, servirlo in questa vita e goderlo nell’eternità. Questi quattro verbi sintetizzano bene tutto il nostro impegno cristiano nella luce della Fede, Speranza e Carità.

Nella domanda ineludibile del “tale”, anonimo, possiamo rientrare tutti noi, possiamo identificare le tante nostre domande esistenziali a cui spesso non sappiamo rispondere con sapienza. Spesso si vuole una risposta pronta e efficace pensando che la salvezza è magari frutto di una formula magica. A quella domanda “del tale” del vangelo Gesù risponde dicendo: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno» (v. 24). Che cosa vuol dire Gesù? Quale il senso di questa risposta insolita? Qual è la porta per la quale dobbiamo entrare? E perché Gesù parla di una porta stretta?

L’immagine della porta ritorna varie volte nel Vangelo e richiama la saggezza biblica e la tradizione cristiana della casa, del focolare domestico. La Famiglia oggi è la “piccola Chiesa domestica”. Gesù ci dice che c’è una porta che ci fa entrare nella grande famiglia di Dio Padre, nella corrispondenza della luce dello Spirito Santo per sperimentare la profonda comunione con la Santissima Trinità.

Questa porta è Gesù stesso (cfr Gv 10,9). Lui è la porta. Lui è il passaggio obbligatorio per la salvezza e la piena realizzazione della vita di sequela che ci permette di rimanere nella Santità battesimale. Per mezzo di Gesù siamo condotti al Padre. Un solo Signore, una sola fede, un solo Battesimo.

Questa porta che è Gesù, ha per noi credenti una caratteristica unica: non è mai chiusa ed è aperta sempre a tutti, senza distinzione, senza esclusioni, senza privilegi.  Gesù non esclude nessuno: “non sono venuto per i sani ma per i malati” o ancora: “sono venuto per i peccatori perché abbiano la vita in abbondanza”.

La più grande tentazione dell’uomo peccatore oggi è dubitare della grazia del perdono di Dio. Solo la misericordia di Dio ci restituisce la dignità perduta con il peccato: “purificami o Signore, sarò più bianco della neve”. Mai dubitare che la porta della misericordia di Dio sia chiusa o che Dio ci rifiuti!

Non possiamo avere paura: Lui ci aspetta. “spalancate le porte a Cristo, è Lui il Redentore!” Tutti siamo continuamente invitati a varcare la porta che è Cristo, a varcare la porta della fede, ad entrare nella sua vita, e a farlo entrare nella nostra vita, perché Lui ci trasformi, ci rinnovi, ci doni gioia piena e duratura.

Al giorno d’oggi si varcano le  porte che non ci danno la vera salvezza. Sono oggi le “porte” del consumismo e del relativismo che promettono una felicità non vera e solo temporanea. L’esperienza della non soddisfazione della vita stessa ci porta a riconoscere come queste “false porte” non hanno sbocco alla vita della perfezione. L’uomo cresce sempre più nella delusione e nell’illusione.

Solo Gesù è certezza: “Io sono la Via, La Verità e la Vita”.

Ma Gesù ci domanda: noi per quale porta vogliamo entrare? E chi vogliamo far entrare per la porta della nostra vita? Vorrei dire con forza: non abbiamo paura di varcare la porta della fede in Gesù, di lasciarlo entrare sempre di più nella nostra vita, di uscire dai nostri egoismi, dalle nostre chiusure, dalle nostre indifferenze verso gli altri. Perché Gesù illumina la nostra vita con una luce che non si spegne più. Non è un fuoco d’artificio, non è un flash! No, è una luce di certezza, che dura sempre e ci da la vera pace.

Certo quella di Gesù è una porta stretta, non perché sia una porta  di tortura o una porta impossibile o degradante della dignità umana.

Immagine di repertorio (G. Stissi – Archivio SME)

E’ stretta, come dice Gesù, perché richiede un impegno totale, costante ed integrale della nostra persona. Dobbiamo aderire alla persona stessa di Cristo!  Egli ci chiede di aprire il nostro cuore a Lui, di riconoscerci peccatori, bisognosi della sua salvezza, del suo perdono, del suo amore, di avere l’umiltà di accogliere la sua misericordia e farci rinnovare da Lui.

Gesù nel Vangelo ci dice che l’essere cristiani non è avere un’«etichetta!»  Siete cristiani di etichetta o di verità?Ognuno risponda nell’intimità della nostra preghiera con Gesù. Chiediamolo ricevendolo nella SS. Eucaristia. Ribadiamo ancora questa domanda ineludibile durante l’adorazione che vivremo dopo.

Non vogliamo essere cristiani di facciata ma Cristiani di verità, di cuore. Essere cristiani è vivere e testimoniare la fede nella preghiera, nelle opere di carità, nel promuovere la giustizia, nel compiere il bene. Per la porta stretta che è Cristo deve passare tutta la nostra vita!

Alla Vergine Maria, Madre dell’Elemosina, porta del cielo, che ci introduce nel cuore di Cristo misericordioso, chiediamo che ci aiuti a varcare la porta della Fede, per essere plasmati dal suo Figlio nello Spirito Santo  per essere trasformati a sua immagine e divenire sempre più il suo “corpo mistico” sulla terra. La nostra esistenza “trasformata”, possa pronunciare il credo di Maria Santissima Eccomi sono la serva del Signore, sia fatta la Tua volontà”.

Ringraziamo il Signore per questo speciale tempo di “Misericordia” e facciamo tesoro di quanto il Signore ci ha dato in questi mesi per divenire sempre più “fermento per il Regno di Dio”.

* Prevosto Parroco, Basilica Collegiata Santuario “S. Maria dell’Elemosina” –  Biancavilla (Catania).

                                                       

 

La ricorrenza liturgica della Madonna dell’Elemosina

All’indomani dall’ultima forte scossa di terremoto, avvenuta ieri 9 ottobre sera, Biancavilla celebra la ricorrenza liturgica della Madre di Dio dell’Elemosina, così come decretato nel 1981 dalla Congregazione vaticana per il Culto divino.

Alle ore 19 è stata officiata una Celebrazione Eucaristica presso la Chiesa del Purgatorio presieduta da don Carmelo Tomasello, con molta partecipazione popolare. In questa ricorrenza si è pregata ancora una volta la Madre della Misericordia, affinché protegga la sua terra di Biancavilla e sollevi le preoccupazioni dei tanti cittadini assillati dai recenti avvenimenti tellurici.

Alla fine della celebrazione sono state distribuite le ultime copie dei depliant commemorativi del 70° anniversario dell’incoronazione della Sacra Icona della Vergine dell’Elemosina.

Il Papa chiede di pregare Maria per l’unità della Chiesa

Per il mese di ottobre, che si aprirà tra qualche giorno, con un odierno comunicato della Santa Sede, il Santo Padre Francesco chiede la preghiera quotidiana del Santo Rosario per scongiurare il pericolo di una divisione interna al corpo mistico di Cristo. 

Con questa richiesta di intercessione, il Santo Padre chiede ai fedeli di tutto il mondo di pregare perché la Santa Madre di Dio, ponga la Chiesa sotto il suo manto protettivo: per preservarla dagli attacchi del maligno, il grande accusatore, e renderla allo stesso tempo sempre più consapevole delle colpe, degli errori, degli abusi commessi nel presente e nel passato e impegnata a combattere senza nessuna esitazione perché il male non prevalga.

Comunicazione del 29 settembre 2018 

Il Santo Padre ha deciso di invitare tutti i fedeli, di tutto il mondo, a pregare il Santo Rosario ogni giorno, durante l’intero mese mariano di ottobre; e a unirsi così in comunione e in penitenza, come popolo di Dio, nel chiedere alla Santa Madre di Dio e a San Michele Arcangelo di proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi.

Nei giorni scorsi, prima della sua partenza per i Paesi Baltici, il Santo Padre ha incontrato padre Fréderic Fornos S.I., direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera per il Papa; e gli ha chiesto di diffondere in tutto il mondo questo suo appello a tutti i fedeli, invitandoli a concludere la recita del Rosario con l’antica invocazione “Sub Tuum Praesidium”, e con la preghiera a San Michele Arcangelo che ci protegge e aiuta nella lotta contro il male (cfr. Apocalisse12, 7-12).

La preghiera – ha affermato il Pontefice pochi giorni fa, l’11 settembre, in un’omelia a Santa Marta, citando il primo libro di Giobbe – è l’arma contro il Grande accusatore che “gira per il mondo cercando come accusare”. Solo la preghiera lo può sconfiggere. I mistici russi e i grandi santi di tutte le tradizioni consigliavano, nei momenti di turbolenza spirituale, di proteggersi sotto il manto della Santa Madre di Dio pronunciando l’invocazione “Sub Tuum Praesidium”.

L’invocazione “Sub Tuum Praesidium” recita così:

“Sub tuum praesidium confugimus Sancta Dei Genitrix. Nostras deprecationes ne despicias in necessitatibus, sed a periculis cunctis libera nos semper, Virgo Gloriosa et Benedicta”.

[Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine Gloriosa e Benedetta].

Con questa richiesta di intercessione il Santo Padre chiede ai fedeli di tutto il mondo di pregare perché la Santa Madre di Dio, ponga la Chiesa sotto il suo manto protettivo: per preservarla dagli attacchi del maligno, il grande accusatore, e renderla allo stesso tempo sempre più consapevole delle colpe, degli errori, degli abusi commessi nel presente e nel passato e impegnata a combattere senza nessuna esitazione perché il male non prevalga.

Il Santo Padre ha chiesto anche che la recita del Santo Rosario durante il mese di ottobre si concluda con la preghiera scritta da Leone XIII:

“Sancte Michael Archangele, defende nos in proelio; contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium. Imperet illi Deus, supplices deprecamur: tuque, Princeps militiae caelestis, Satanam aliosque spiritus malignos, qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo, divina virtute, in infernum detrude. Amen”.

[San Michele Arcangelo, difendici nella lotta: sii il nostro aiuto contro la malvagità e le insidie del demonio. Supplichevoli preghiamo che Dio lo domini e Tu, Principe della Milizia Celeste, con il potere che ti viene da Dio, incatena nell’inferno satana e gli spiriti maligni, che si aggirano per il mondo per far perdere le anime. Amen].

Maggio, il mese di Maria

Maggio è tradizionalmente il mese dedicato alla Madonna. Dal Medio Evo ad oggi, dalle immagini incoronate di fiori al magistero dei Papi, l’origine e le forme di una devozione popolare ancora molto sentita.

 di Riccardo Maccioni

Il mese di maggio è il periodo dell’anno che più di ogni altro abbiniamo alla Madonna. Un tempo in cui si moltiplicano i Rosari a casa e nei cortili, sono frequenti i pellegrinaggi ai santuari, si sente più forte il bisogno di preghiere speciali alla Vergine. Alla base della particolare attenzione alla Madonna di questi giorni, l’intreccio virtuoso tra la natura, che si colora e profuma di fiori, e la devozione popolare.

Il re saggio e la nascita del Rosario

In particolare la storia ci porta al Medio Evo, ai filosofi di Chartres nel 1100 e ancora di più al XIII secolo, quando Alfonso X detto il saggio, re di Castiglia e Leon, in “Las Cantigas de Santa Maria” celebrava Maria come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via (…)». Di lì a poco il beato domenicano Enrico Suso di Costanza mistico tedesco vissuto tra il 1295 e il 1366 nel Libretto dell’eterna sapienza si rivolgeva così alla Madonna: «Sii benedetta tu aurora nascente, sopra tutte le creature, e benedetto sia il prato fiorito di rose rosse del tuo bei viso, ornato con il fiore rosso rubino dell’Eterna Sapienza!». Ma il Medio Evo vede anche la nascita del Rosario, il cui richiamo ai fiori è evidente sin dal nome. Siccome alla amata si offrono ghirlande di rose, alla Madonna si regalano ghirlande di Ave Maria.

Le prime pratiche devozionali, legate in qualche modo al mese di maggio risalgono però al XVI secolo. In particolare a Roma san Filippo Neri, insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre, a cantare le sue lodi, a offrire atti di mortificazione in suo onore. Un altro balzo in avanti e siamo nel 1677, quando il noviziato di Fiesole, fondò una sorta di confraternita denominata “Comunella”. Riferisce la cronaca dell’archivio di San Domenico che «essendo giunte le feste di maggio e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominiciava a cantar meggio e fare festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla Santissima Vergine Maria….».

Si cominciò con il Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, cui a breve si aggiunsero le domeniche e infine tutti gli altri giorni. Erano per lo più riti popolari semplici, nutriti di preghiera in cui si cantavano le litanie, e s’incoronavano di fiori le statue mariane. Parallelamente si moltiplicavano le pubblicazioni. Alla natura, regina pagana della primavera, iniziava a contrapporsi, per così dire, la regina del cielo. E come per un contagio virtuoso quella devozione cresceva in ogni angolo della penisola, da Mantova a Napoli.

L’indicazione del gesuita Dionisi

L’indicazione di maggio come mese di Maria lo dobbiamo però a un padre gesuita: Annibale Dionisi. Un religioso di estrazione nobile, nato a Verona nel 1679 e morto nel 1754 dopo una vita, a detta dei confratelli, contrassegnata dalla pazienza, dalla povertà, dalla dolcezza. Nel 1725 Dionisi pubblica a Parma con lo pseudonimo di Mariano Partenio “Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei”.

Tra le novità del testo l’invito a vivere, a praticare la devozione mariana nei luoghi quotidiani, nell’ordinario, non necessariamente in chiesa «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine». In ogni caso lo schema da seguire, possiamo definirlo così, è semplice: preghiera (preferibilmente il Rosario) davanti all’immagine della Vergine, considerazione vale a dire meditazione sui misteri eterni, fioretto o ossequio, giaculatoria. Negli stessi anni, per lo sviluppo della devozione mariana sono importanti anche le testimonianze dell’altro gesuita padre Alfonso Muzzarelli che nel 1785 pubblica “Il mese di Maria o sia di Maggio” e di don Giuseppe Peligni.

Da Grignion de Montfort all’enciclica di Paolo VI

Il resto è storia recente. La devozione mariana passa per la proclamazione del Dogma dell’Immacolata concezione (1854) cresce grazie all’amore smisurato per la Vergine di santi come don Bosco, si alimenta del sapiente magistero dei Papi. Nell’enciclica “Mense Maio” datata 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia».

Nessun fraintendimento però sul ruolo giocato dalla Vergine nell’economia della salvezza, «giacché Maria – scrive ancora papa Montini – è pur sempre strada che conduce a Cristo. Ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso». Un ruolo, una presenza, sottolineato da tutti i santi, specie da quelli maggiormente devoti alla Madonna, senza che questo diminusca l’amore per la Madre, la sua venerazione. Nel “Trattato della vera devozione a Maria” san Luigi Maria Grignion de Montfort scrive: «Dio Padre riunì tutte le acque e le chiamò mària (mare); riunì tutte le grazie e le chiamò Maria»

Le SS. Messe, precedute dalla recita del S. Rosario, presso la Basilica Santuario di Biancavilla, saranno celebrate nei seguenti orari: ore 8,30 – 19,00; ad eccezione di: mercoledì mattina (chiesa del Rosario), giovedì mattina (chiesa di S. Gaetano), venerdì mattina (chiesa del Purgatorio); mentre ancora, nel mese, l’Icona della Vergine dell’Elemosina sarà recata presso diverse famiglie nei vari quartieri della parrocchia matrice.  

Sante Quarantore in Santuario: Tempo di grazia e di conversione.

Come da antica tradizione, per l’anno 2018, avranno luogo in Basilica Santuario le Sacre Quarantore; un tempo prolungato di esposizione eucaristica solenne. Questo tempo di grazia, scandito dalla Santa Messa e dalla Liturgia delle ore, è pensato per dare a tutti la possibilità di mettersi in adorazione davanti al Santissimo Sacramento, per affidare al Signore Gesù le proprie gioie e dolori, ansie e speranze, ed essere così pronti a testimoniare nella vita la Pasqua di risurrezione del Figlio di Dio.

Di seguito il programma delle giornate:


Sabato 21, dalle ore 18, la preghiera sarà animata dall’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina”.

“Dio ha mandato il Figlio perché il mondo si salvi per mezzo di lui”

A cura dell’Ufficio Liturgico Nazionale della CEI

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,14-21)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Il brano del Vangelo di Giovanni in alcuni passaggi fondamentali descrive il senso della missione di Gesù e della sua Pasqua. Non si parla esplicitamente della morte in croce, ma molti elementi del testo fanno indirettamente riferimento al dono della vita e alla morte di Gesù.

Il primo riferimento che incontriamo nel testo scelto dalla liturgia è all’immagine del serpente innalzato da Mosè nel deserto per la guarigione degli Israeliti morsi da serpenti velenosi (cf. Nm 21,4-9). Il verbo “innalzare” può rimandare sia alla morte in croce di Gesù, sia alla sua glorificazione da parte del Padre. Per diverse volte ritorna l’immagine dell’innalzamento del Figlio dell’uomo in Giovanni (Gv 8,28; 12.32.34). Gesù afferma che quando sarà innalzato da terra attirerà tutti a sé (Gv 12,32). Il raduno promesso da Gesù nel momento del suo innalzamento è una immagine che rimanda alla salvezza. Infatti il raduno dei dispersi è l’opera di Dio per i tempi ultimi. Gloria e croce vengono a sovrapporsi: è nel dono della sua vita sulla croce che si rivela la gloria di Gesù.

Il secondo passaggio del brano evangelico (Gv 3,16) afferma in positivo il senso della missione di Gesù, fornendo una ulteriore interpretazione al paragone con il serpente innalzato nel deserto. La missione di Gesù viene legata all’amore del Padre. Si tratta di un amore che non si impossessa dell’amato, ma che dona. È dall’amore infinito di Dio per il mondo che nasce la missione di Gesù e il dono della sua vita in croce, già richiamato dall’immagine del serpente innalzato: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio».

Il terzo passaggio descrive la missione di Gesù in negativo (Gv 3,17-21): egli non è venuto per condannare ma per salvare. La condanna non deriva da una azione voluta da Dio, ma dalla chiusura degli uomini e delle donne all’azione salvifica di Dio che si manifesta nel dono della vita del Figlio. La distinzione avviene nell’accoglienza o meno del Figlio, che è la luce venuta nel mondo. Ma gli uomini, come già il prologo del Quarto Vangelo ricordava (Gv 1,9-11), preferiscono spesso le tenebre alla luce. Gesù con la sua vita e la sua morte illumina la vita umana e smaschera ciò che è nelle tenebre, «chi fa il male» (Gv 3,20).

La prima lettura è tratta dal Secondo Libro delle Cronache, l’ultimo del canone ebraico delle Scritture. I due libri delle Cronache ripercorrono la storia della monarchia e la leggono attraverso un criterio fondamentale: le sorti del popolo dipendono unicamente dalla sua fedeltà all’alleanza, alla legge e alla parola dei profeti.

È quanto alla fine viene affermato esplicitamente nel brano proposto come prima lettura di questa domenica e che costituisce la conclusione di tutta l’opera del Cronista.

Nel Secondo libro delle Cronache il peccato del popolo di Dio sta soprattutto nel suo ostinato non-ascolto della Parola, che il Signore non ha mai fatto mancare tramite i suoi messaggeri inviati «costantemente» e «premurosamente». Anzi si è giunti al punto di «beffare i messaggeri di Dio, disprezzarne le parole, schernire i profeti» (cf. 2Cr 36,16). La situazione del popolo divenne senza rimedio. Davanti a questa situazione, ecco l’ultimo atto di Dio: l’esilio. L’esilio diventa la purificazione necessaria perché il popolo possa ritornare ad ascoltare la voce di Dio. Il fatto che sia stabilito un tempo di settanta anni ci dice che l’ira di Dio, giunta al culmine, non si risolve nella rovina del popolo, ma in un atto estremo per recuperarlo, un atto che si pone quindi in linea con l’ostinazione divina nell’inviare i suoi messaggeri, i profeti per invitare il popolo alla conversione. Il testo si conclude con una apertura al futuro grazie all’opera di liberazione di un sovrano pagano, il re Ciro. L’ultima parola dell’editto del re è particolarmente significativa: «salga!». Il popolo è chiamato a riprendere il cammino di salita a Gerusalemme, per ricominciare la sfida della fedeltà all’alleanza con il suo Dio.

L’invito a salire che conclude la prima lettura può essere rivolto alla Chiesa e ad ogni credente in questo tempo di Quaresima. Dio «ci ha fatto rivivere con Cristo», come richiama la seconda lettura, «per il grande amore con il quale ci ha amato» (Ef 2,4-5). Un dono che diventa impegno a camminare in quelle opere buone che «Dio ha preparato» (cf. Ef 2,10). Il grande amore con il quale Dio ha amato il mondo «da dare» il Figlio e la premura e la costanza con le quali egli ha inviato i suoi profeti, sono il fondamento della vita nuova nella quale i credenti sono invitati a camminare.