Maggio: Il mese di Maria santissima

Domani si aprirà il mese di Maggio che è tradizionalmente dedicato alla Madonna. Dal Medioevo a oggi, dalle immagini circondate da fiori al magistero dei Papi. A Biancavilla, la devozione alla Madre di Dio è molto sentita sin dalle origini della comunità etnea, riconducibile al prodigio mariano della Vergine Elèusa. Di seguito, si propone uno studio sull’origine e le forme di una devozione popolare molto sentita ancora oggi nella Chiesa universale.

di Riccardo Maccioni 




Il mese di maggio è il periodo dell’anno che più di ogni altro abbiniamo alla Madonna

Un tempo in cui si moltiplicano i Rosari a casa e nei cortili, sono frequenti i pellegrinaggi ai santuari, si sente più forte il bisogno di preghiere speciali alla Vergine. Lo ricorda spesso il Papa Francesco che non a caso ha deciso di iniziare il suo maggio al santuario mariano del Divino Amore, pregando per la pace, soprattutto nelle terre d’Oriente. Alla base della particolare attenzione alla Madonna di questi giorni, vi è l’intreccio virtuoso tra la natura, che si colora e profuma di fiori, e la devozione popolare.




Il re saggio e la nascita del Rosario

In particolare la storia ci porta al Medio Evo, ai filosofi di Chartres nel 1100 e ancora di più al XIII secolo, quando Alfonso X detto il saggio, re di Castiglia e Leon, in “Las Cantigas de Santa Maria” celebrava Maria come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via (…)». Di lì a poco il beato domenicano Enrico Suso di Costanza mistico tedesco vissuto tra il 1295 e il 1366 nel Libretto dell’eterna sapienza si rivolgeva così alla Madonna: «Sii benedetta tu aurora nascente, sopra tutte le creature, e benedetto sia il prato fiorito di rose rosse del tuo bei viso, ornato con il fiore rosso rubino dell’Eterna Sapienza!». Ma il Medio Evo vede anche la nascita del Rosario, il cui richiamo ai fiori è evidente sin dal nome. Siccome alla amata si offrono ghirlande di rose, alla Madonna si regalano ghirlande di Ave Maria.

Le prime pratiche devozionali, legate in qualche modo al mese di maggio risalgono però al XVI secolo. In particolare a Roma san Filippo Neri, insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre, a cantare le sue lodi, a offrire atti di mortificazione in suo onore. Un altro balzo in avanti e siamo nel 1677, quando il noviziato di Fiesole, fondò una sorta di confraternita denominata “Comunella”. Riferisce la cronaca dell’archivio di San Domenico che «essendo giunte le feste di maggio e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominiciava a cantar meggio e fare festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla Santissima Vergine Maria….». Si cominciò con il Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, cui a breve si aggiunsero le domeniche e infine tutti gli altri giorni. Erano per lo più riti popolari semplici, nutriti di preghiera in cui si cantavano le litanie, e s’incoronavano di fiori le statue mariane. Parallelamente si moltiplicavano le pubblicazioni. Alla natura, regina pagana della primavera, iniziava a contrapporsi, per così dire, la regina del cielo. E come per un contagio virtuoso quella devozione cresceva in ogni angolo della penisola, da Mantova a Napoli.




L’indicazione del gesuita Dionisi

L’indicazione di maggio come mese di Maria lo dobbiamo però a un padre gesuita: Annibale Dionisi. Un religioso di estrazione nobile, nato a Verona nel 1679 e morto nel 1754 dopo una vita, a detta dei confratelli, contrassegnata dalla pazienza, dalla povertà, dalla dolcezza. Nel 1725 Dionisi pubblica a Parma con lo pseudonimo di Mariano Partenio “Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei”. Tra le novità del testo l’invito a vivere, a praticare la devozione mariana nei luoghi quotidiani, nell’ordinario, non necessariamente in chiesa «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine». In ogni caso lo schema da seguire, possiamo definirlo così, è semplice: preghiera (preferibilmente il Rosario) davanti all’immagine della Vergine, considerazione vale a dire meditazione sui misteri eterni, fioretto o ossequio, giaculatoria. Negli stessi anni, per lo sviluppo della devozione mariana sono importanti anche le testimonianze dell’altro gesuita padre Alfonso Muzzarelli che nel 1785 pubblica “Il mese di Maria o sia di Maggio” e di don Giuseppe Peligni.




Da Grignion de Montfort all’enciclica di Paolo VI

Il resto è storia recente. La devozione mariana passa per la proclamazione del Dogma dell’Immacolata concezione (1854) cresce grazie all’amore smisurato per la Vergine di santi come don Bosco, si alimenta del sapiente magistero dei Papi. Nell’enciclica Mense Maio datata 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia». Nessun fraintendimento però sul ruolo giocato dalla Vergine nell’economia della salvezza, «giacché Maria – scrive ancora papa Montini – è pur sempre strada che conduce a Cristo. Ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso». Un ruolo, una presenza, sottolineato da tutti i santi, specie da quelli maggiormente devoti alla Madonna, senza che questo diminusca l’amore per la Madre, la sua venerazione. Nel “Trattato della vera devozione a Maria” san Luigi Maria Grignion de Montfort scrive: «Dio Padre riunì tutte le acque e le chiamò mària (mare); riunì tutte le grazie e le chiamò Maria»

L’AMORE DOLOROSO. La processione della Madre Addolorata

MARIA SALUTE DEGLI INFERMI CI INSEGNA IL DONO DELLA VITA

La Madonna dell’Elemosina oggi presso l’Ospedale di Biancavilla per celebrare con tutta la Chiesa la Giornata Mondiale del Malato 2019.

Anche quest’anno su iniziativa dell’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina”, nell’ospedale di Biancavilla si è svolta la giornata del malato, in concomitanza con la festa della Madonna di Lourdes, che si celebra l’11 febbraio.
Nella mattinata di oggi, i membri dell’associazione hanno recato una copia dell’icona della Madonna dell’Elemosina presso l’ospedale cittadino. Ad accoglierla c’era il personale medico e paramedico e i volontari dell’associazione “VOI”.
Nel reparto di medicina dell’ospedale vecchio si è svolto un momento di preghiera comunitaria presieduta dal diacono Giosuè Messina. Al termine, l’icona della Vergine, accompagnata dai volontari e dai presenti, è stata trasferita presso l’ospedale nuovo per la visita in tutti gli altri reparti.

“Ancora una volta – spiega Giuseppina Ingrassia, presidente dell’associazione Mariana – compiamo questo gesto di amore alla Madonna e ai nostri cari fratelli infermi. Si tratta di un gesto semplice ma pieno di grande significato.
Ho lavorato tanti anni accanto agli ammalati e so che in alcuni momenti difficili il conforto di una parola amica, il sostegno e la preghiera di alcune persone posso essere molto di aiuto. La fatica e la sofferenza non sono momenti da cancellare nella nostra vita, ma esperienze che possono aiutarci a scoprire di più il valore delle cose che abbiamo”.

Nella sua introduzione alla visita, don Giosuè ha citato alcuni passaggi del messaggio di Papa Francesco per la giornata mondiale del malato, che pone al centro della riflessione il valore del dono e della gratuità:
“La vita è dono di Dio, e come ammonisce San Paolo: «Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?».
Di fronte alla cultura dello scarto e dell’indifferenza, la logica del dono può sfidare l’individualismo e la frammentazione sociale contemporanea, per muovere nuovi legami e varie forme di cooperazione umana tra popoli e culture”.
Il tema è particolarmente delicato nell’attuale momento storico in cui si discute di una legge sul cosiddetto diritto alla morte. Se la vita è un dono, come può essere pensabile un diritto a “staccare la spina?”.




Lo afferma il Papa che lancia un appello:
“Vi esorto tutti, a vari livelli, a promuovere la cultura della gratuità e del dono, indispensabile per superare la cultura del profitto e dello scarto”.
Lo sguardo dolce e compassionevole di Maria ha voluto offrire consolazione e pace ai degenti ed è stato un richiamo per tutti gli operatori sanitari a tenere viva la dimensione umana nel rapporto coi pazienti. Anche il Papa chiude il suo messaggio annuale con una preghiera di affidamento alla Vergine, invocata come ‘salute degli infermi’:
“Vi affido tutti a Maria, Salus infirmorum. Lei ci aiuti a condividere i doni ricevuti nello spirito del dialogo e dell’accoglienza reciproca, a vivere come fratelli e sorelle attenti ai bisogni gli uni degli altri, a saper donare con cuore generoso, a imparare la gioia del servizio disinteressato”.

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GMG Panama. Veglia con i giovani. Papa: come Maria, la influencer di Dio, dite “sì” al Signore

Abbracciate la vita nelle sue fragilità e contraddizioni, perché solo quello che si ama può essere salvato e solo quello che si abbraccia può essere trasformato. L’esortazione di Papa Francesco ai giovani alla Veglia della GMG è quella di dire “sì”, come Maria, e partecipare alla storia d’amore del Signore

È sempre un abbraccio di gioia e commozione quello fra il Papa e i giovani alla Veglia, uno degli momenti clou delle Giornate Mondiali della Gioventù. Gli inni delle passate GMG creano in qualche modo un “ponte” temporale con l’oggi mentre, al calar della sera, Francesco saluta le migliaia di giovani a bordo della papamobile. Con lui ci sono 5 giovani in rappresentanza dei Continenti. La festa, i canti, le bandiere che sventolano nel Campo San Juan Pablo II – Metro Park di Panama, lasciano spazio alla voce di Francesco quando inizia il suo discorso in spagnolo e gli occhi dei 600mila ragazzi presenti si fissano su di lui. Un discorso, interrotto più volte dagli applausi e con diverse aggiunte a braccio, che ruota attorno alle parole di Maria: “Avvenga per me secondo la tua parola”, il motto stesso di questa GMG centroamericana. Il Papa ricorda lo spettacolo dell’Albero della vita rappresentato poco prima, con alcune scene coreografiche intervallate dalle testimonianze di una coppia, di un giovane ex tossicodipendente e di una ragazza palestinese. La rappresentazione è quella della vita di un ragazzo: dalla nascita in una famiglia alla tentazione del male fino al ritorno al bene, con il rosario e il crocifisso di nuovo nelle mani, e all’aiuto rivolto agli altri. Uno spettacolo che, sottolinea il Papa, ricorda come la salvezza che Gesù ci dona non sia una nuova “applicazione” da scaricare o “un esercizio mentale frutto di tecniche di crescita personale”, ma un invito a partecipare ad una storia d’amore che si intreccia con le nostre storie.




Maria la influencer di Dio

Il Papa esorta quindi i giovani a dire “sì” a questa storia d’amore, come ha fatto Maria, che senza dubbio – nota Francesco – non era una influencer e non partecipava alle reti sociali dell’epoca eppure divenne “la donna che ha avuto maggiore influenza nella storia”. “Maria, la ‘influencer’ di Dio”, la chiama Francesco che spiega ai giovani cosa significhi concretamente questo “sì”. Non è stata un’accettazione passiva né un dire: “proviamo a vedere che succede”. E’ stato il “sì” di chi vuole rischiare e scommettere tutto, senza altra garanzia che “la certezza di sapere di essere portatrice di una promessa”. Un “sì” più forte di dubbi e difficoltà, che ci sarebbero state ma non erano un motivo per dire “no”.  Maria non ha comprato un’assicurazione sulla vita e per questo è l’influencer di Dio, ribadisce.

Dire “sì” significa abbracciare la vita come viene

“Questa sera ascoltiamo anche come il ‘sì’ di Maria riecheggia e si moltiplica di generazione in generazione”, prosegue Francesco. A dimostrarlo sono proprio le testimonianze ascoltate all’inizio della Veglia, a partire da quella della coppia di sposi, Erika e Rogelio, madre e padre di una bimba con la sindrome di down diagnosticata prima della sua nascita, Ines, che oggi ha due anni e otto mesi. Prima del suo arrivo, di fronte alle notizie e alle difficoltà che si presentavano, “avete detto come Maria ‘avvenga per noi’”, ricorda Francesco: “avete deciso di amarla”. Davanti alla vita fragile, “avete creduto che il mondo non è soltanto per i forti”, dice il Papa ringraziandoli, accompagnato dagli applausi dei presenti.  “Dire ‘sì’ al Signore significa avere il coraggio di abbracciare la vita come viene, con tutta la sua fragilità e piccolezza e molte volte persino con tutte le sue contraddizioni e mancanze di senso, con lo stesso amore con cui ci hanno parlato Erika e Rogelio”, sottolinea:

Prendere la vita come viene significa abbracciare la nostra patria, le nostre famiglie, i nostri amici così come sono, anche con le loro fragilità e piccolezze. Abbracciare la vita si manifesta anche quando diamo il benvenuto a tutto ciò che non è perfetto, a tutto quello che non è né puro o né distillato, ma non per questo è meno degno di amore. Forse che qualcuno per il fatto di essere disabile o fragile non è degno d’amore? Vi chiedo: un disabile, una persona con una disabilità, una persona fragile è degna di amore? [rispondono: sì!] Non si sente bene … [rispondono ancora: sì!] Mi avete capito. Un’altra domanda, vediamo come mi rispondete: qualcuno per il fatto di essere straniero, di avere sbagliato, di essere malato o in una prigione non è degno d’amore? [rispondono: sì!]

Solo quello che si ama può essere salvato

È stato Gesù stesso infatti ad abbracciare il lebbroso come il fariseo e il peccatore e perfino, perdonandoli, coloro che lo stavano mettendo in croce. “Solo quello che si ama può essere salvato” e “solo quello che si abbraccia può essere trasformato”, sottolinea infatti il Papa: noi siamo stati salvati perché Lui ci ama e ci salva. Parole che ricordano gli stessi gesti di Francesco in questa GMG: gli incontri con i giovani, in particolare, venerdì, l’abbraccio con i giovani detenuti a Pacora, e domani quando vedrà i giovani malati assistiti alla Casa Hogar del Buen Samaritano Juan Diaz.




Dio ci abbraccia sempre e ci aiuta a rialzarci

Il Papa vuole infatti ricordare ai giovani che “l’amore del Signore è più grande di tutte le nostre contraddizioni, fragilità e meschinità” e, proprio attraverso queste, Lui vuole scrivere questa storia d’amore. Come con Pietro dopo i suoi rinnegamenti, così il Signore “ci abbraccia sempre, sempre” dopo le nostre cadute, aiutandoci a rialzarci: “perché la vera caduta, quella che può rovinarci la vita – ricorda – è rimanere a terra e non lasciarsi aiutare”. “Nell’arte dell’ascesa, la vittoria non è nel non cadere, ma nel non rimanere caduto”, evidenzia Francesco citando un canto alpino.

Per sognare il futuro devo sapere per chi vivo

E’ la testimonianza di Alfredo, giovane panamense di 20 anni, ad offrire poi al Papa lo spunto per riflettere sui problemi che vivono i ragazzi. Primo di 7 fratelli, a 16 anni per la difficile situazione economica della famiglia, deve lasciare gli studi e inizia a lavorare, ma anche quel progetto finisce e si ritrova nel tunnel della droga. Un percorso difficile, lungo il quale conosce anche il carcere, ma la luce torna sul suo cammino quando viene accolto dalla Fondazione Giovanni Paolo II. In fondo, Alfredo ha vissuto l’esperienza di vivere “senza lavoro, senza istruzione, senza comunità, senza famiglia”: un’esperienza che Papa Francesco riassume nei “quattro ‘senza’”,  che uccidono, per cui la nostra vita resta senza radici e si secca. Una riflessione che deve spingere gli anziani ad interrogarsi su quali radici si stiano dando ai giovani:

Com’è facile criticare i giovani e passare il tempo mormorando, se li priviamo di opportunità lavorative, educative e comunitarie a cui aggrapparsi e sognare il futuro! Senza istruzione è difficile sognare il futuro; senza lavoro è molto difficile sognare il futuro; senza famiglia e senza comunità è quasi impossibile sognare il futuro. Perché sognare il futuro significa imparare a rispondere non solo perché vivo, ma per chi vivo, per chi vale la pena di spendere la mia vita. E questo dobbiamo offrirlo noi, noi anziani, dando loro lavoro, istruzione, comunità e opportunità.

Ai più grandi il Papa chiede: cosa fai per generare futuro per i giovani di oggi?

Per sentirsi amati non basta la “rete”

Una volta alcuni giovani gli chiesero perché oggi tanti ragazzi fanno fatica a credere o evitano di impegnarsi nella vita. Francesco domandò cosa ne pensassero loro e lo colpì particolarmente una risposta: “Molti di loro sentono che, a poco a poco, per gli altri hanno smesso di esistere, si sentono molte volte invisibili”. “E’ la cultura dell’abbandono”, spiega. Molti non hanno spazi reali a partire dai quali sentirsi interpellati: “Come penseranno che Dio esiste se loro stessi, questi giovani, da tempo hanno smesso di esistere per i loro fratelli?”. Così li si sta spingendo a cadere preda della droga e di qualsiasi cosa che li possa distruggere. Per questo il Papa di nuovo esorta a domandarsi cosa facciamo per i giovani: “Li critico, o non mi interessa? Li aiuto, o non mi interessa? E’ vero che per me hanno smesso di esistere da tempo?”. Per sentirsi amati, infatti, non basta stare tutto il giorno connessi: sentirsi considerati è più grande che stare nella “rete”, serve trovare spazi in cui sentirsi “parte di una comunità più grande”.

Questo lo hanno capito molto bene i santi, come don Bosco che non andò a cercare i giovani in qualche posto lontano ma imparò a vedere quello che accadeva nella città e vide centinaia di bambini e giovani abbandonati, senza scuola, senza lavoro, senza una comunità. Molti criticavano quei giovani. Don Bosco, invece, li guardò con gli occhi di Dio e abbracciò la vita come si presentava e poi fece il secondo passo: creò per loro una comunità, una famiglia in cui, con lavoro e studio, si sentissero amati. I giovani infatti vanno guardati con gli occhi di Dio.

Costruttori di comunità ecclesiali

Il Papa pensa anche a tanti centri che in America Latina fanno proprio questo: sanno che per l’albero c’è speranza e può rinnovarsi e germogliare, sempre si può cominciare di nuovo “quando c’è una comunità”, il calore di una casa dove mettere radici e dove poter scoprire di essere amato e donato per una missione:

Il Signore si fa presente per mezzo di volti concreti. Dire “sì” come Maria a questa storia d’amore è dire “sì” ad essere strumenti per costruire, nei nostri quartieri, comunità ecclesiali capaci di percorrere le strade della città, di abbracciare e tessere nuove relazioni. Essere un “influencer” nel secolo XXI significa essere custodi delle radici, custodi di tutto ciò che impedisce alla nostra vita di diventare “gassosa” ed evaporare nel nulla. Voi anziani, siate custodi di tutto ciò che ci permette di sentirci parte gli uni degli altri, custodi di tutto ciò che ci permette di appartenerci reciprocamente.




Questa è stata l’esperienza di Nirmeen Odeh, la giovane cristiana palestinese, che ha parlato prima del suo discorso. La ragazza si riavvicina alla fede nel 2016 durante la GMG di Cracovia: “Ha incontrato una comunità viva, gioiosa” – sottolinea il Papa – che l’ha fatta sentire parte di essa.

Per un mondo migliore servono persone che dicano “sì” all’amore di Dio

Il gesuita cileno Sant’Alberto Hurtado, vissuto nella prima metà del ‘900, una volta si domandò: “Il progresso della società, sarà solo per arrivare a possedere l’ultimo modello di automobile o acquistare l’ultima tecnologia sul mercato? In questo consiste tutta la grandezza dell’uomo? Non c’è niente di più che vivere per questo?”. Interrogativi che Papa Francesco rivolge ai giovani nella Veglia della GMG 2019 per ribadire loro che sono stati creati per qualcosa di più grande, come hanno compreso Maria e le stesse persone che hanno dato la loro testimonianza stasera, e pertanto hanno detto: “Avvenga per me”.

Il Vangelo ci insegna che il mondo non sarà migliore perché ci saranno meno persone malate, meno persone deboli, meno persone fragili o anziane di cui occuparsi e neppure perché ci saranno meno peccatori, no: non sarà migliore per questo, iI mondo ma sarà migliore quando saranno di più le persone che, come questi amici che ci hanno parlato, sono disposte e hanno il coraggio di dare alla luce il credere nel domani e credere nella forza trasformatrice dell’amore di Dio. A voi giovani chiedo: volete essere “influencer” nello stile di Maria [rispondono: sì!], che ebbe il coraggio di dire “avvenga per me”? Solo l’amore ci rende più umani, non i litigi, non lo studio soltanto: solo l’amore ci rende più umani, più pieni, tutto il resto sono buoni ma vuoti placebo.




Pregate per me perché anche io dica: avvenga per me secondo la tua parola

Avviandosi alla conclusione del suo forte discorso, il Papa si sofferma sull’adorazione al Santissimo, ultima parte della Veglia. Stando faccia a faccia con Gesù, il Papa invita i giovani ad aprirgli il cuore” perché “vi spinga – dice – ad abbracciare la vita con tutta la sua fragilità, con tutta la sua piccolezza”, ma anche la sua bellezza.

Non abbiate paura di dire a Gesù che anche voi desiderate partecipare alla sua storia d’amore nel mondo, che siete fatti per un “di più”!

E “in quel faccia a faccia” con Gesù, il Papa chiede ai giovani di pregare anche per lui: “perché anch’io non abbia paura di abbracciare la vita, perché sia capace di custodire le radici e dica con Maria: ‘Avvenga per me secondo la tua parola!’”.

A concludere la Veglia è l’adorazione al Santissimo. Sul mosaico di giovani di diversi Paesi e culture, scende il silenzio. Poi alcune preghiere, in varie lingue – per le famiglie, la vita religiosa, la vita sacerdotale e per i missionari – quindi la Benedizione con il Santissimo e, infine, la preghiera a Maria che durante questa notte continua ad accompagnare le vostre preghiere, ricorda Francesco alle migliaia di giovani che, in vista della Messa di domani, passeranno la notte al Campo San Juan Pablo II – Metro Park, con il corpo nei loro sacchi a pelo e il cuore in attesa.




Fonte: https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2019-01/papa-francesco-panama-gmg-2019-veglia-giovani.html

“Sforzatevi di entrare per la porta stretta”

Riflessione spirituale a conclusione del tempo dell’Indulgenza Plenaria per il 70° anniversario dell’Incoronazione dell’Icona di Maria SS. dell’Elemosina – Madre della Divina Misericordia. Celebrazione Eucaristica di Ringraziamento. Biancavilla, 31 ottobre 2018.

di don Agrippino Salerno*

Immagine di repertorio (G. Stissi – Archivio SME)

Carissimi fratelli e sorelle,

oggi concludiamo questo tempo storico con il dono dell’indulgenza plenaria concessaci dal Santo Padre Francesco attraverso la Penitenzieria Apostolica. Questo dono, in occasione del 70° anniversario dell’incoronazione della nostra venerata Icona della Madre della Misericordia, venerata con il titolo di “Elèusa”-“Elemosina”.

Abbiamo fatto tesoro della sapienza della Chiesa che ci ha permesso di attingere al tesoro della misericordia di Dio. Il Vangelo di oggi ci permette di riflettere sulla pienezza della vita cristiana che è la “santità” e nel medesimo tracciare la via della salvezza.

Il cammino di Gesù si concluderà nella città di Gerusalemme. Già il “camminare” è indicativo di un movimento ad “intra” ed ad “extra” della Chiesa che guarda alla Gerusalemme celeste, pieno compimento della salvezza.

Con Gesù gli Apostoli camminano verso questa meta e lungo il cammino un tale – racconta l’evangelista Luca – gli si avvicina e gli chiede: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?» (13,23). Gesù non risponde direttamente alla domanda: non è importante sapere il numero dei salvati, ma piuttosto è importante conoscere “il come salvarci” e i mezzi a disposizione per raggiungere la perfezione cristiana.

Non dimentichiamo che siamo stati creati da Dio per conoscerlo, amarlo, servirlo in questa vita e goderlo nell’eternità. Questi quattro verbi sintetizzano bene tutto il nostro impegno cristiano nella luce della Fede, Speranza e Carità.

Nella domanda ineludibile del “tale”, anonimo, possiamo rientrare tutti noi, possiamo identificare le tante nostre domande esistenziali a cui spesso non sappiamo rispondere con sapienza. Spesso si vuole una risposta pronta e efficace pensando che la salvezza è magari frutto di una formula magica. A quella domanda “del tale” del vangelo Gesù risponde dicendo: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno» (v. 24). Che cosa vuol dire Gesù? Quale il senso di questa risposta insolita? Qual è la porta per la quale dobbiamo entrare? E perché Gesù parla di una porta stretta?

L’immagine della porta ritorna varie volte nel Vangelo e richiama la saggezza biblica e la tradizione cristiana della casa, del focolare domestico. La Famiglia oggi è la “piccola Chiesa domestica”. Gesù ci dice che c’è una porta che ci fa entrare nella grande famiglia di Dio Padre, nella corrispondenza della luce dello Spirito Santo per sperimentare la profonda comunione con la Santissima Trinità.

Questa porta è Gesù stesso (cfr Gv 10,9). Lui è la porta. Lui è il passaggio obbligatorio per la salvezza e la piena realizzazione della vita di sequela che ci permette di rimanere nella Santità battesimale. Per mezzo di Gesù siamo condotti al Padre. Un solo Signore, una sola fede, un solo Battesimo.

Questa porta che è Gesù, ha per noi credenti una caratteristica unica: non è mai chiusa ed è aperta sempre a tutti, senza distinzione, senza esclusioni, senza privilegi.  Gesù non esclude nessuno: “non sono venuto per i sani ma per i malati” o ancora: “sono venuto per i peccatori perché abbiano la vita in abbondanza”.

La più grande tentazione dell’uomo peccatore oggi è dubitare della grazia del perdono di Dio. Solo la misericordia di Dio ci restituisce la dignità perduta con il peccato: “purificami o Signore, sarò più bianco della neve”. Mai dubitare che la porta della misericordia di Dio sia chiusa o che Dio ci rifiuti!

Non possiamo avere paura: Lui ci aspetta. “spalancate le porte a Cristo, è Lui il Redentore!” Tutti siamo continuamente invitati a varcare la porta che è Cristo, a varcare la porta della fede, ad entrare nella sua vita, e a farlo entrare nella nostra vita, perché Lui ci trasformi, ci rinnovi, ci doni gioia piena e duratura.

Al giorno d’oggi si varcano le  porte che non ci danno la vera salvezza. Sono oggi le “porte” del consumismo e del relativismo che promettono una felicità non vera e solo temporanea. L’esperienza della non soddisfazione della vita stessa ci porta a riconoscere come queste “false porte” non hanno sbocco alla vita della perfezione. L’uomo cresce sempre più nella delusione e nell’illusione.

Solo Gesù è certezza: “Io sono la Via, La Verità e la Vita”.

Ma Gesù ci domanda: noi per quale porta vogliamo entrare? E chi vogliamo far entrare per la porta della nostra vita? Vorrei dire con forza: non abbiamo paura di varcare la porta della fede in Gesù, di lasciarlo entrare sempre di più nella nostra vita, di uscire dai nostri egoismi, dalle nostre chiusure, dalle nostre indifferenze verso gli altri. Perché Gesù illumina la nostra vita con una luce che non si spegne più. Non è un fuoco d’artificio, non è un flash! No, è una luce di certezza, che dura sempre e ci da la vera pace.

Certo quella di Gesù è una porta stretta, non perché sia una porta  di tortura o una porta impossibile o degradante della dignità umana.

Immagine di repertorio (G. Stissi – Archivio SME)

E’ stretta, come dice Gesù, perché richiede un impegno totale, costante ed integrale della nostra persona. Dobbiamo aderire alla persona stessa di Cristo!  Egli ci chiede di aprire il nostro cuore a Lui, di riconoscerci peccatori, bisognosi della sua salvezza, del suo perdono, del suo amore, di avere l’umiltà di accogliere la sua misericordia e farci rinnovare da Lui.

Gesù nel Vangelo ci dice che l’essere cristiani non è avere un’«etichetta!»  Siete cristiani di etichetta o di verità?Ognuno risponda nell’intimità della nostra preghiera con Gesù. Chiediamolo ricevendolo nella SS. Eucaristia. Ribadiamo ancora questa domanda ineludibile durante l’adorazione che vivremo dopo.

Non vogliamo essere cristiani di facciata ma Cristiani di verità, di cuore. Essere cristiani è vivere e testimoniare la fede nella preghiera, nelle opere di carità, nel promuovere la giustizia, nel compiere il bene. Per la porta stretta che è Cristo deve passare tutta la nostra vita!

Alla Vergine Maria, Madre dell’Elemosina, porta del cielo, che ci introduce nel cuore di Cristo misericordioso, chiediamo che ci aiuti a varcare la porta della Fede, per essere plasmati dal suo Figlio nello Spirito Santo  per essere trasformati a sua immagine e divenire sempre più il suo “corpo mistico” sulla terra. La nostra esistenza “trasformata”, possa pronunciare il credo di Maria Santissima Eccomi sono la serva del Signore, sia fatta la Tua volontà”.

Ringraziamo il Signore per questo speciale tempo di “Misericordia” e facciamo tesoro di quanto il Signore ci ha dato in questi mesi per divenire sempre più “fermento per il Regno di Dio”.

* Prevosto Parroco, Basilica Collegiata Santuario “S. Maria dell’Elemosina” –  Biancavilla (Catania).

                                                       

 

La ricorrenza liturgica della Madonna dell’Elemosina

All’indomani dall’ultima forte scossa di terremoto, avvenuta ieri 9 ottobre sera, Biancavilla celebra la ricorrenza liturgica della Madre di Dio dell’Elemosina, così come decretato nel 1981 dalla Congregazione vaticana per il Culto divino.

Alle ore 19 è stata officiata una Celebrazione Eucaristica presso la Chiesa del Purgatorio presieduta da don Carmelo Tomasello, con molta partecipazione popolare. In questa ricorrenza si è pregata ancora una volta la Madre della Misericordia, affinché protegga la sua terra di Biancavilla e sollevi le preoccupazioni dei tanti cittadini assillati dai recenti avvenimenti tellurici.

Alla fine della celebrazione sono state distribuite le ultime copie dei depliant commemorativi del 70° anniversario dell’incoronazione della Sacra Icona della Vergine dell’Elemosina.