San Giuseppe ci insegna a fidarci di Dio, oltre i nostri progetti

Oggi celebriamo con la Chiesa universale il Santo Patriarca Giuseppe. Formuliamo i più cari auguri a tutti i papà e a quanti portano il nome del Santo Sposo della Vergine Maria. Il suo esempio  e la sua intercessione ci ottengano la fiducia costante in Dio, che sempre è Padre amoroso e premuroso. 

Redazione SME

san giuseppe

“Il nostro modello è san Giuseppe: non temiamo di perdere ciò che amiamo”. Così Papa Francesco commentava la figura del padre putativo di Gesù in uno dei suoi Angelus.

“Egli stava seguendo un buon progetto di vita, ma Dio riservava per lui un altro disegno, una missione più grande”. Alla notizia di Maria che aspetta un bambino, Giuseppe decide, sicuramente con gran dolore, di “congedarla in segreto”. Il Papa esorta a meditare su queste parole, per capire quale sia stata la prova che Giuseppe ha dovuto sostenere nei giorni che hanno preceduto la nascita di Gesù. Una prova simile, per intensità, al sacrificio di Abramo, quando Dio gli chiese di rinunciare al figlio Isacco. E cioè “rinunciare alla cosa più preziosa, alla persona più amata. Giuseppe era un uomo che dava sempre ascolto alla voce di Dio, profondamente sensibile al suo segreto volere, un uomo attento ai messaggi che gli giungevano dal profondo del cuore e dall’alto. Non si è ostinato a perseguire quel suo progetto di vita, non ha permesso che il rancore gli avvelenasse l’animo, ma è stato pronto a mettersi a disposizione della novità che, in modo sconcertante, gli veniva presentata. E così è diventato ancora più libero e grande. Infatti, accettandosi secondo il disegno del Signore, Giuseppe trova pienamente se stesso, al di là di sé“. La sua apertura si rivela ancora di più nell’accettazione del messaggio angelico “Non temere di prendere Maria”. Afferma Papa Francesco: “Questa sua libertà di rinunciare a ciò che è suo, al possesso sulla propria esistenza, e questa sua piena disponibilità interiore alla volontà di Dio, ci interpellano e ci mostrano la via”.

Si dice che l’immagine che i bambini si fanno di Dio sia segnata da quella che hanno del loro padre.

Si dice che sia difficile trasmettere e proclamare che Dio è un buon padre se l’esperienza personale del padre ha lasciato segni negativi. Che uomo doveva essere Giuseppe, come ha gestito il suo ruolo di padre, quando si pensa al modo in cui il figlio che ha allevato parla del Padre dei cieli!

Certamente, nelle tante immagini utilizzate da Gesù per descrivere il Padre suo celeste ha fatto riferimento agli esempi concreti di vita quotidiana sperimentiati a Nazaret al fianco del giusto Giuseppe.

Cammino di Quaresima – pillole di Vangelo

In questo tempo di Quaresima, proponiamo alcune brevi riflessioni, a partire dal brano evengelico che la Liturgia ci propone ogni giorno.

Ogni giorno facciamo esperienza del fatto che il peccato non abbandona l’uomo. Nella Bibbia notiamo che il popolo d’Israele ha ben presente il sentimento della propria vergogna. Tuttavia, accanto alla vergogna del proprio peccato il popolo eletto ha la certezza profonda che la misericordia di Dio è più grande di ogni errore, di ogni
peccato. Questa misericordia fa rinascere continuamente il popolo, e ognuno di noi.

Questa misericordia, che ci precede e ci abbraccia, fa rinascere continuamente la Chiesa dentro il cuore dell’uomo e dentro la storia. Questa misericordia di Dio che è la grande permanenza di Dio nella vita del suo popolo diviene paradossalmente, ma realmente, la legge profonda della vita del cristiano.

Non siamo chiamati solo a sperimentare la misericordia di Dio ma a vivere questa stessa misericordia, in maniera iniziale, parziale, pur segnata da tante contraddizioni, ma comunque a vivere nella nostra vita la stessa misericordia di Dio. Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso».

E’ questo l’elemento dinamico propulsivo della vita cristiana.

Preghiera

Le tue parole, Signore, si ricapitolano in Amore e misericordia. Amore come dono gratuito e Misericordia come azione e dimostrazione concreta del tuo Amore. Fa’, o Signore, che tutto il nostro essere sia dono d’amore e di misericordia verso i nostri fratelli. Amen.

La Santità è una “vita bella”…!

Chi sono i Santi? Che cos’è la Santità? Perchè i cristiani ne parlano tanto? A queste domande cerchiamo di rispondere mentre con la Chiesa universale festeggiamo una moltitudine immensa di uomini e donne che solo Dio conosce. Eppure, a pensarci bene, anche noi abbiamo avuto a che fare con la santità vissuta…

Redazione SME

Nel giorno in cui gli antichi popoli Celti celebravano riti magici per ingraziarsi il popolo delle tenebre, noi cristiani abbiamo la gioia di festeggiare il destino luminoso di tanti fratelli e sorelle, e propriamente di quelli sconosciuti agli altri giorni di calendario, ma di cui ciascuno conserva nel cuore il ricordo perché hanno lasciato un solco nella nostra vita. Un parente, un amico, una catechista, un’insegnante, un sacerdote, una suora, un vicino di casa… Persone che non sono più fisicamente presenti, ma che hanno segnato la nostra vita, e soprattutto la nostra fede, mostrandoci la bellezza di una vita vissuta nell’amicizia col Signore. Uomini e donne che nell’ordinarietà della loro vita hanno riflettuto la luce, ci hanno fatto vedere com’è possibile stare al mondo, dare significato alla vita.

Sono questi i Santi che celebriamo in questi giorni: la santità sconosciuta ai molti, nota ai pochi!

Ognuno di noi – a pensarci bene – può dire di aver conosciuto un “Santo” o una “Santa”. Il ricordo di queste persone, comunisime, ci scalda il cuore, ci riempie di tenerezza e di gioia, mentre con gratitudine pensiamo alla loro vita, al loro passaggio nella nostra vita, che ha acceso in noi una fiammella che, con varie fatiche, cerchiamo di tenere accesa.

Questo l’invito che rivolgiamo a tutti i nostri lettori in questi giorni di festa: ripensiamo a quelle persone il cui ricordo vive nel nostro cuore, che hanno segnato in bene la nostra esistenza, che ci hanno dimostrato che seguire Gesù è bello, desiderabile e gratificante.

E teniamo viva la loro eredità.

Che cos’è, in fondo, questa santità di cui tanto parlano i cristiani? E’ una “vita riuscita”, una “vita bella”, vissuta in pienezza di significato, gustata e assaporata fino in fondo. I santi non sono “extraterrestri”, persone dotate di “superpoteri”, come vorrebbe farci credere un certo immaginario, sono uomini e donne come noi. I Santi sono uomini felici, sono uomini che hanno trovato il loro vero centro, per questo sono stati e sono felici.
“La prima qualità che si segnala nella vita dei santi è una forma di grande e ilare felicità, di sereno e totale abbandono, di serena e totale fiducia nel disegno che la vita, scendendo dalle mani di Dio, compone sui sentieri e sulle strade dell’uomo” (C. M. Martini).
Ai “santi” non  sono state risparmiate fatiche e difficoltà, essi hanno semplicemente avuto la chiave giusta per comprenderle, affrontarle e superarle. La santità, pertanto, è l’unica forma possibile al mondo di vincere la tristezza. Non è forse questo ciò che desidera ogni uomo? Il concetto si esprime perfettamente con un’equivalenza: santità = gioia di vivere.

A questo punto ci chiediamo: di chi è il merito della santità?  Due sono gli ingredienti che vanno mescolati bene, nelle giuste dosi e proporzioni: la grazia (l’aiuto dall’alto), che sempre ci precede, unita ad una scelta consapevole e volontaria (la libertà) di seguire fino in fondo, anche quando i “conti non tornano”, con la fiducia di un bambino. Cito a tal proposito una riflessione di Don Julian Carron: Il bambino sa di non sapere tante cose, ma una cosa la sa: che ci sono il papà e la mamma che le sanno, allora che problema c’è? Se io sono certo di questa Presenza (del Signore, ndr) che invade la vita, posso affrontare qualsiasi circostanza, qualsiasi ferita, qualsiasi obiezione, qualsiasi contraccolpo, qualsiasi attacco, perché tutto questo mi spalanca ad aspettare la modalità con cui il Mistero si farà vivo per suggerirmi la risposta – per accompagnarmi a entrare perfino nel buio -, che avverrà secondo un disegno che non è il mio”.

santi2012-600x250Cosa c’è di più bello che vivere nella fiducia di un bambino? Si tratta, per tornare all’immagine precedente, di custodire e alimentare quella fiammella accesa nella nostra vita da una Santità che ci ha contagiato, anche solo di striscio.  

(a.s.)

 

…ci sembra molto interessante proporre un breve passaggio delle riflessioni di Mons. Massimo Camisasca, Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla,  circa l’atteggiamento con cui possiamo adeguatamente disporci a vivere i prossimi appuntamenti. 

“Ci avviciniamo a due giorni importanti per i cristiani, ma più in generale per tutto il nostro popolo: la festa di Tutti i Santi e la Commemorazione dei Defunti, 1 e 2 novembre. Sono due giorni a cui la nostra gente guarda da tutto l’anno. Nei santi, sia quelli che vivono in cielo, sia quelli che vivono sulla terra, vediamo persone vere, realizzate, perché interamente dedicate a Dio e al bene dei loro fratelli. Nei nostri defunti, per cui preghiamo e a cui ci lega una profondo vincolo di gratitudine e di affetto, riconosciamo coloro che ci hanno preceduto e che ci attendono.

La Festa dei Santi è una festa di gioia e di luce. Quella dei morti è una giornata di mestizia serena, consapevole che non tutto finisce, ma che c’è una vita oltre la vita. Le nostre comunità sono chiamate a celebrare questi giorni con particolare attenzione e profondità. In modo speciale la Festa dei Santi non può essere in nessun modo sostituita da Halloween. in quelle celebrazioni pagane si festeggiano “una zucca vuota illuminata al suo interno, fantasiosi fantasmi e folletti, immaginari mostri, streghe e vampiri”. Il diffondersi di Halloween mostra che le nostre comunità hanno spesso perduto il senso della festa e anche l’occasione di far festa intorno agli eventi della vita di Gesù e dei santi. Occorre riscoprire la gioia della fede! Perché questo possa accadere è necessario che la fede torni ad essere un’esperienza viva, consapevole, capace di dare forma alla vita”.

 

Auxilium Christianorum, ora pro nobis!

Nel giorno in cui si celebra la Festa di Maria Ausiliatrice, chiediamo alla Vergine Maria l’aiuto per sostenere la nostra Fede nelle nostre famiglie, nelle nostre città e nel mondo intero.

Redazione SME

Il titolo di Ausiliatrice o Aiuto dei Cristiani, esisteva già fin dal 1500 nelle Litanie Lauretane. Papa Pio VII istituì la festa di Maria Ausilitrice nel 1814 e la fissò al 24 maggio.
E’ grazie a San Giovanni Bosco e alla costruzione del Santuario di “Maria Ausiliatrice”, voluto dalla stessa Vergine Maria, che il titolo di “Ausiliatrice” venne diffuso in tutta la Chiesa. Don Bosco raccomandava ai suoi Salesiani, di propagare la devozione alla Madonna con il titolo di Ausiliatrice, in qualunque parte del mondo si recassero .
Egli diceva: “La Madonna, vuole che la onoriamo sotto il titolo di Maria Ausiliatrice: i tempi corrono così tristi che abbiamo proprio bisogno che la Vergine SS. ci aiuti a conservare e difendere la fede cristiana. “
E ai suoi figli non si stancava di dire: :
“Quante grazie Ella (la Madonna) tiene preparate, ansiosa che qualcuno gliele domandi! Ricordatevi, o cari figliuoli, che la Vergine ha messe in serbo tutte quelle grazie che sono necessarie a ciascuno di noi per la nostra anima, pel nostro corpo, per i nostri genitori, parenti, amici. Per darcele aspetta solamente che le domandiamo. Se dunque Essa le tiene preparate, se è pronta a concederle a chi le domanda, con qual devozione noi non dovremo pregarla… Perciò se di cuore ci raccomanderemo a Lei, essa sarà pronta ad aiutarci, perchè  noi siamo in modo particolare suoi figli. Serviamoci dunque della buona occasione di questo suo mese… per raccomandarci alla Beata Vergine Ausiliatrice. Ella vi difenda, in tutti i pericoli della vita. Ella vi guidi alla meta a cui tende ogni nostro sforzo. Ciascuno di voi prenda buone propositi, cerchi di metterli in pratica e il Signore e Maria Santissima vi aiuteranno ad uscire illesi da ogni occasione di peccato.
Un sostegno grande per voi, figliuoli miei – diceva ai suoi ragazzi – è la devozione a Maria SS. Ella vi assicura che se sarete suoi devoti, oltre a colmarvi di benedizioni in questo mondo, per mezzo del suo patrocinio avrete il paradiso nell’altra vita. Siate dunque intimamente persuasi che tutte le grazie, le quali voi domanderete a questa buona Madre vi saranno concesse, purché non imploriate cosa che torni a vostro danno.”

“Quanto è mai dolce ed ad un tempo utile, rivolgersi al principio della giornata all’amabilissima nostra Madre Maria e, come teneri figli suoi, gettarci sul suo seno materno affinché ci difenda da ogni pericolo dell’amina e del corpo. Quale consolazione e conforto a metà della giornata, come a metà del cammino, salutare nuovamente questa tenerissima Madre, invocare il suo bel nome, il suo potente aiuto per poter continuare felicemente il viaggio. Quale gioia, al giungere della notte, abbandonarci nuovamente nelle braccia di questa amorosissima Madre e, tranquillamente, prendere sonno sul suo seno materno!”

Mi raccomando dunque che ciascuno preghi Maria Santissima. Questa Madre pietosa concede facilmente le grazie di cui abbisogniamo, e tanto più le spirituali. Essa in cielo è potentissima, e qualunque grazia domandi al suo Divin Figliuolo, le è subito concessa”.

Preghiera a Maria Ausiliatrice

                                (composta da San Giovanni Bosco)

 

O Maria, Vergine potente,
Tu grande illustre presidio della Chiesa;
Tu aiuto meraviglioso dei Cristiani;
Tu terribile come esercito schierato a battaglia;
Tu sola hai distrutto ogni eresia in tutto il mondo;
Tu nelle angustie, nelle lotte, nelle strettezze
difendici dal nemico e nell’ora della morte
accogli l’anima nostra in Paradiso!
Amen.

 

Anche in politica si può guardare all’altro come un bene…

A quasi due mesi dalle elezioni l’Itaila non ha ancora un governo, ma vive uno stallo istituzionale, senza prospettive concrete per il futuro. Può l’esperienza cristiana essere lievito anche in questa circostanza per superare barriere e steccati di partito? La risposta è in questa bellissima riflessione del Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, pubblicata oggi su Repubblica. Se la politica continua a dividere, la Chiesa insegna che l’unità è possibile.

di Don Julian Carron

Caro direttore, cercando di vivere la Pasqua nel contesto degli ultimi eventi accaduti nella Chiesa – dalla rinuncia di Benedetto XVI all’irruzione di papa Francesco -, non ho potuto evitare di pensare alla drammatica situazione in cui versa l’Italia per la difficoltà di uscire dalla paralisi che si è venuta a creare. Si è scritto molto su questo da parte di persone ben più autorevoli di me per le loro competenze in politica. Non ho alcuna soluzione strategica da suggerire. Mi permetto solo di offrire qualche pensiero, nel tentativo di collaborare al bene di una nazione alla quale mi sento ormai legato per tanti motivi.

Mi pare che la situazione di stallo sia il risultato di una percezione dell’avversario politico come un nemico, la cui influenza deve essere neutralizzata o perlomeno ridotta al minimo. Abbiamo nella storia europea del secolo scorso documentazione sufficiente di analoghi tentativi da parte delle differenti ideologie di eliminarsi a vicenda, che hanno portato alle immani sofferenze di intere popolazioni. Ma l’esito di questi sforzi ha portato a una constatazione palese: è impossibile ridurre a zero l’altro. È stata questa evidenza, insieme al desiderio dì pace che nessuno può cancellare dal cuore di ogni uomo, che ha suggerito i primi passi di quel miracolo che si chiama Europa unita. Che cosa permise ai padri dell’Europa di trovare la disponibilità a parlarsi, a costruire qualcosa insieme, perfino dopo la seconda guerra mondiale? La consapevolezza della impossibilità di eliminare l’avversario li rese meno presuntuosi,meno impermeabili al dialogo, coscienti del proprio bisogno; si cominciò a dare spazio alla possibilità di percepire l’altro, nella sua diversità, come una risorsa, un bene. Ora, dico pensando al presente, se non trova posto in noi l’esperienza elementare che l’altro è un bene, non un ostacolo, per la pienezza del nostro io, nella politica come nei rapporti umani e sociali, sarà difficile uscire dalla situazione in cui ci troviamo. Riconoscere l’altro è la vera vittoria per ciascuno e per tutti. I primi ad essere chiamati a percorrere questa strada, come è accaduto nel passato, sono proprio i politici cattolici, qualunque sia il partito in cui militano. Ma anche essi, purtroppo, tante volte appaiono più definiti dagli schieramenti partitici che dall’ autocoscienza della loro esperienza ecclesiale e dal desiderio del bene comune. Eppure, proprio la loro esperienza di essere «membri gli uni degli altri» (san Paolo) consentirebbe uno sguardo sull’altro come parte della definizione di sé e quindi come un bene. In tanti questi giorni hanno guardato la Chiesa e si sono sorpresi di come si sia resa disponibile a cambiare per rispondere meglio alle sfide del presente. In primo luogo, abbiamo visto un Papa che, al culmine del suo potere, ha compiuto un gesto assolutamente inedito di libertà – che ha stupito tutti – affinché un altro con più energie potesse guidare la Chiesa. Possiamo stati testimoni dell’ arrivo di Papa Francesco, che dal primo istante ci ha sorpreso con gesti di una semplicità disarmante, capaci di raggiungere il cuore di chiunque.

Negli ultimi anni la Chiesa è stata colpita da non poche vicende, a cominciare dallo scandalo della pedofilia; sembrava allo sbando, eppure anche nell’affrontare queste difficoltà è apparsa la sua diversità affascinante.

In che modo la vita della Chiesa può contribuire a misurarsi con l’attuale situazione italiana? Non credo intervenendo nell’agone politico come una delle tante parti e delle tante opinioni in competizione. Il contributo della Chiesa è molto più radicale. Se la consistenza di coloro che servono questa grande opera che è la politica è riposta solo nella politica, non c’è molto da sperare. In mancanza di un altro punto d’appoggio, si afferreranno per forza alla politica e al potere personale e, nel caso specifico, punteranno sullo scontro come unica possibilità di sopravvivenza. Mala politica non basta a se stessa. Mai come in questo momento risulta così evidente.

Nella sua povertà di realtà piena di limiti, la Chiesa continua a offrire agli uomini, proprio in questi giorni, l’unico vero contributo, quello per cui essa esiste e Papa Francesco lo ricorda di continuo: l’annuncio e l’esperienza di Cristo risorto.

È Lui l’unico in grado di rispondere esaurientemente alle attese del cuore dell’uomo, fino al punto di rendere un Papa libero di rinunciare per il bene del suo popolo.

Senza una reale esperienza di positività, in grado di abbracciare tutto e tutti,non è possibile ripartire. Questa è la testimonianza che tutti i cristiani, a cominciare da chi è più impegnato in politica, sono chiamati a dare, insieme a ogni uomo di buona volontà, come contributo per sbloccare la situazione: affermare il valore dell’altro e il bene comune al di sopra di qualsiasi interesse partitico.

Da Benedetto a Francesco: diversi e amati nella continuità della riforma…!

Lo Spirito di Cristo guida la Chiesa. Solo una lettura di fede può aiutare a comprendere i fatti che stiamo vivendo in questi giorni. I Papi sono segno della presenza straordinaria del Signore nella Chiesa. Ciascuno con la sua storia, il suo carattere e il suo modo di essere. A ciascuno è affidato un compito. Nella Chiesa c’è continuità. Continuità di riforma. Non riforma della fede. Non possiamo accettare, pertanto, letture semplicistiche e approssimative della nostra storia ecclesiale.

di Alessandro Scaccianoce

In meno di venti giorni la Chiesa Cattolica è passata dall’esperienza della Sede Vacante al Conclave, dallo smarrimento per la rinuncia di Papa Benedetto  all’entusiasmo per la nomina di Papa Francesco. Ci sembra utile, a questo punto, fare qualche riflessione sul susseguirsi di tali eventi che hanno occupato l’interesse di credenti e non, oltre che di osservatori di tutto il mondo.

Vi è un’unica certezza che può aiutarci a comprendere quanto accaduto e a leggere il succedersi degli eventi: Cristo guida la sua Chiesa!! E’ il Signore che conduce il suo corpo mistico nella storia. Nessun altro. Non ci sono calcoli umani o interessi di parte che reggano di fronte a simile fatto. La storia della Chiesa non è semplicemente la somma delle singole azioni individuali. La sua storia, la sua direzione, trascende l’operato degli uomini.

sinodo7Abbiamo sentito e letto commenti di ogni tipo in questi giorni. Tutto il mondo si è “occupato” di dire la sua sulla Chiesa Cattolica. Non solo opinioni, ma soprattutto giudizi, spesso sprezzanti, irrispettosi e irriguardosi della realtà soprannaturale che è la Chiesa. Perché non è possibile interpretare la Chiesa con le categorie umane. Tanto meno con le categorie della politica. Si sono immaginate lotte fratricide in Conclave tra i cardinali, cordate di potere, accordi sottobanco, fazioni di destra e di sinistra. I migliori osservatori pronosticavano un Conclave lungo e difficile. In realtà, dopo il quinto scrutinio, è stato eletto il 266° successore di Pietro con una stragrande maggioranza di ben oltre i due terzi, come ha lasciato intendere anche Papa Francesco.

Con gioia abbiamo potuto sperimentare che il nuovo Papa argentino ha riscosso da subito una grande “simpatia mediatica”. Giornali e giornalisti tradizionalmente ostili alla Chiesa Cattolica hanno cominciato a tesserne lodi sperticate, inneggiando – finalmente? – alla rottura e alla discontinuità. Soprattutto rispetto al predecessore. Quegli stessi giornali e giornalisti che, il 20 aprile 2005, all’indomani dell’elezione di Benedetto XVI, avevano scritto aspre critiche e commenti al limite dell’ingiuria riferiti al nuovo Papa.

Ogni gesto, ogni azione di Papa Francesco è stato letto e continuamente24286_499147143477098_1432050047_n interpretato come segno di questa rottura: “Papa Francesco ha chiesto di  pregare per sé”; “Papa Francesco non veste le scarpe di Prada”; “Papa Francesco vuole una Chiesa povera”; “Papa Francesco ha rinunciato agli orpelli”… In ciascuno di questi commenti è stato evidente il riferimento, neanche troppo velato, al vivente predecessore Benedetto. Uno dei maggiori giornali italiani ha titolato parlando della nascita di una “nuova chiesa”!

Da cattolici, fedeli al Papa, riteniamo di dover dire la nostra rispetto a questo entusiasmo laico che, più che animato da benevolenza verso Papa Francesco, sembra piuttosto ispirato da una carica ostile verso Papa Benedetto. Specialmente – e questo ci ferisce non poco – quando questi giudizi sommari sono giunti da persone credenti che da cronisti e commentatori si sono autoproclamati censori.

Ai laici entusiasti vogliamo poter dire (e ricordare ai cattolici censori) che nella Chiesa c’è continuità. Perché la Chiesa è del Signore. Il Papa di turno non annuncia nient’altro che Cristo. Il Vescovo di Roma non è assolutamente paragonabile ad un qualunque Capo di Stato che può decidere il proprio programma di governo in una direzione o in un’altra. Il “personalismo” nella Chiesa arriva fino ad un certo punto.  I ministri non rappresentano se stessi; sono emanazione del Signore e a lui rinviano.

Il programma della Chiesa l’ha dato Cristo a Pietro:  “Conferma i tuoi fratelli nella fede”, e a tutti gli Apostoli con lui: “Andate in tutto il mondo e fate discepoli tutti gli uomini, battezzandoli nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo”.

Pietro deve confermare la fede. E la fede è quella della Chiesa, definita e sancita nei secoli, racchiusa nel Simbolo. Compito del Papa non è accrescere il proprio consenso personale, a differenza che per qualunque uomo politico, ma essere trasparenza del Pastore eterno delle anime. Il Papa non ha il compito o la preoccupazione di legare la gente a sé. La scelta di fede (nell’anno della Fede giova ribadirlo), infatti, è adesione a Cristo, alla sua persona e alla sua verità. Il Papa può aiutare e sostenere tale scelta, ma non è ultimamente decisivo. In altri termini: chi crede non crede “per” il Papa o “nel” Papa, ma “con” il Papa.

Ovviamente ciascun uomo chiamato dallo Spirito a tale alto compito di guidare e reggere la barca del Signore agisce anche con tutto il suo patrimonio umano, portato delle sue esperienze e delle sua cultura. Ad esempio, Papa Francesco si caratterizza per la sua comunicabilità tutta latinoamericana, per uno stile immediato e informale, che è proprio di una cultura calda e amabile, come quella argentina. Ma lo stupore e la grata meraviglia per i suoi gesti non possono diventare sconfessione pubblica di un altro Santo Padre, che ci ha guidato negli scorsi 8 anni con mitezza e con profondissima sapienza. Anche lui ben consapevole che la Chiesa è di Cristo. Non coglie nel segno chi vorrebbe immaginare l’uno-contro-l’altro, magari in termini di Papa-antiPapa.

Chi si era affrettato a dipingere Papa Benedetto XVI come un “conservatore” dovette ricredersi davanti a tante scelte di innovazione del suo Pontificato, al suo dialogo schietto e sincero col mondo contemporaneo. D’altro canto, chi vorrebbe dipingere Papa Francesco come un “progressista” non coglierebbe nel segno, dimenticando che la dottrina della Chiesa non è a disposizione dei Papi. E il card. Bergoglio ha ampiamente dimostrato di essere uomo di misericordia, ma anche di verità…

Ci chiediamo: tanto entusiasmo del mondo laico e laicizzato per il nuovo Papa vorrà dire una conversione di massa a Cristo e al suo vangelo? Ce lo auguriamo. Purché non voglia essere, invece, un modo per voler dettare dall’esterno il contenuto stesso della fede cristiana. Capita spesso di sentire questo ritornello, che è stato ripetuto anche in questi giorni: “Occorre una Chiesa al passo coi tempi, rinnovata”. La Chiesa, sappiamo, è “semper reformanda”, ma ha contenuto essenziale che è “indisponibile”.

Anche tanta insistenza sulla “benvenuta e auspicata povertà”, anche nei riti, non può trascurare che la Chiesa ben distingue la povertà personale dal pauperismo, che è la povertà ostentata. Fior di Papi e di Santi hanno sempre coltivato uno stile sobrio, curando la carità nel segreto. Questo non contraddice allo splendore della liturgia. Perché nella liturgia – azione sacra per eccellenza (secondo la definizione concilare della Sacrosanctum Concilium) è racchiuso tutto il bene della Chiesa. Perciò non possiamo accettare che il mondo laico dia indicazioni approssimative sulle “cerimonie sacre” che si vorrebbero “semplificate”. Anche perché – come  insegna proprio San Francesco – la povertà si ferma ai piedi dell’altare: nella liturgia risplende il bello del vero. Perciò la Chiesa non può fare a meno della bellezza, come veicolo della verità. Non può essere altrimenti. Ce lo hanno insegnato i santi più amati di ogni tempo: San Francesco d’Assisi, San Giovanni Maria Vianney, la Beata Teresa di Calcutta.

Certi cattolici censori dovrebbero ricordare queste cose, allorché si trovano davanti ad un microfono…

D’altra parte, chi ha un po’ di buon senso, capisce che un copricapo, un candelabro o un calice, frutto di donazioni personali, manifestazioni di fede, ricchi di simbologia, non risolvono il problema della povertà nel mondo.

Ciò detto, lo ribadiamo: nella Chiesa c’è continuità, anzi c’è “continuità nella riforma”, come ebbe a dire Papa Benedetto nel discorso alla curia del dicembre 2005, a proposito dell’interpretazione del Concilio. Perciò non stupisce che per Papa Francesco il primo pensiero sia stato per il suo “venerato predecessore” e che Papa Benedetto all’atto della rinuncia ebbe a dichiarare la sua “incondizionata riverenza e obbedienza” al suo successore.

La Chiesa è di Cristo! Anche se cammina sulle gambe degli uomini. Egli la guida con il suo Spirito. E lo Spirito suscita all’occorrenza gli uomini necessari perché diano il loro proprio contributo in un particolare momento storico… Proprio quando tutti i media si affrettavano a dipingere le immoralità e le nefandezze degli uomini di Chiesa, abbiamo avuto la conferma (e la riprova) che nella Chiesa esiste (ancora!) la Santità! Lo abbiamo potuto vedere scorrendo le biografie dei tanti “papabili” che venivano prospettati…

Non possiamo in questo breve contributo analizzare i molti meriti del pontificato di Papa Benedetto, che solo la storia e il tempo ci aiuteranno a comprendere. Ma sappiamo nel nostro cuore il tanto bene che egli ha seminato, richiamando gli uomini del nostro tempo alla verità e alla libertà, con la profondità della sua parola e del suo magistero, con il suo esempio, con la sua azione mite e obbediente, fino alla rinuncia al governo. Gli siamo e restiamo grati, sapendo che la sua azione, come anche la sua rinuncia – lo abbiamo sempre sostenuto – sono frutto dell’azione del Signore. Ed è grazie a lui che oggi possiamo acclamare con gioia Papa Francesco. Diverso per temperamento e per carattere. Ma in continuità nell’essenziale annuncio del Vangelo. Appunto: DIVERSI E AMATI, perché sempre relativi a Cristo!

Pertanto, nella solennità di San Giuseppe, Patrono della Chiesa universale, mentre con sincero affetto rivolgiamo il nostro pensiero al Papa emerito, nel giorno del suo onomastico, riaffermiamo con forza il nostro amore alla Chiesa, e  con  i tanti uomini e donne che in questi giorni hanno affollato piazza San Pietro, gridiamo con gioia:

W i Papi… W il Papa!!!!