Auxilium Christianorum, ora pro nobis!

Nel giorno in cui si celebra la Festa di Maria Ausiliatrice, chiediamo alla Vergine Maria l’aiuto per sostenere la nostra Fede nelle nostre famiglie, nelle nostre città e nel mondo intero.

Redazione SME

Il titolo di Ausiliatrice o Aiuto dei Cristiani, esisteva già fin dal 1500 nelle Litanie Lauretane. Papa Pio VII istituì la festa di Maria Ausilitrice nel 1814 e la fissò al 24 maggio.
E’ grazie a San Giovanni Bosco e alla costruzione del Santuario di “Maria Ausiliatrice”, voluto dalla stessa Vergine Maria, che il titolo di “Ausiliatrice” venne diffuso in tutta la Chiesa. Don Bosco raccomandava ai suoi Salesiani, di propagare la devozione alla Madonna con il titolo di Ausiliatrice, in qualunque parte del mondo si recassero .
Egli diceva: “La Madonna, vuole che la onoriamo sotto il titolo di Maria Ausiliatrice: i tempi corrono così tristi che abbiamo proprio bisogno che la Vergine SS. ci aiuti a conservare e difendere la fede cristiana. “
E ai suoi figli non si stancava di dire: :
“Quante grazie Ella (la Madonna) tiene preparate, ansiosa che qualcuno gliele domandi! Ricordatevi, o cari figliuoli, che la Vergine ha messe in serbo tutte quelle grazie che sono necessarie a ciascuno di noi per la nostra anima, pel nostro corpo, per i nostri genitori, parenti, amici. Per darcele aspetta solamente che le domandiamo. Se dunque Essa le tiene preparate, se è pronta a concederle a chi le domanda, con qual devozione noi non dovremo pregarla… Perciò se di cuore ci raccomanderemo a Lei, essa sarà pronta ad aiutarci, perchè  noi siamo in modo particolare suoi figli. Serviamoci dunque della buona occasione di questo suo mese… per raccomandarci alla Beata Vergine Ausiliatrice. Ella vi difenda, in tutti i pericoli della vita. Ella vi guidi alla meta a cui tende ogni nostro sforzo. Ciascuno di voi prenda buone propositi, cerchi di metterli in pratica e il Signore e Maria Santissima vi aiuteranno ad uscire illesi da ogni occasione di peccato.
Un sostegno grande per voi, figliuoli miei – diceva ai suoi ragazzi – è la devozione a Maria SS. Ella vi assicura che se sarete suoi devoti, oltre a colmarvi di benedizioni in questo mondo, per mezzo del suo patrocinio avrete il paradiso nell’altra vita. Siate dunque intimamente persuasi che tutte le grazie, le quali voi domanderete a questa buona Madre vi saranno concesse, purché non imploriate cosa che torni a vostro danno.”

“Quanto è mai dolce ed ad un tempo utile, rivolgersi al principio della giornata all’amabilissima nostra Madre Maria e, come teneri figli suoi, gettarci sul suo seno materno affinché ci difenda da ogni pericolo dell’amina e del corpo. Quale consolazione e conforto a metà della giornata, come a metà del cammino, salutare nuovamente questa tenerissima Madre, invocare il suo bel nome, il suo potente aiuto per poter continuare felicemente il viaggio. Quale gioia, al giungere della notte, abbandonarci nuovamente nelle braccia di questa amorosissima Madre e, tranquillamente, prendere sonno sul suo seno materno!”

Mi raccomando dunque che ciascuno preghi Maria Santissima. Questa Madre pietosa concede facilmente le grazie di cui abbisogniamo, e tanto più le spirituali. Essa in cielo è potentissima, e qualunque grazia domandi al suo Divin Figliuolo, le è subito concessa”.

Preghiera a Maria Ausiliatrice

                                (composta da San Giovanni Bosco)

 

O Maria, Vergine potente,
Tu grande illustre presidio della Chiesa;
Tu aiuto meraviglioso dei Cristiani;
Tu terribile come esercito schierato a battaglia;
Tu sola hai distrutto ogni eresia in tutto il mondo;
Tu nelle angustie, nelle lotte, nelle strettezze
difendici dal nemico e nell’ora della morte
accogli l’anima nostra in Paradiso!
Amen.

 

Anche in politica si può guardare all’altro come un bene…

A quasi due mesi dalle elezioni l’Itaila non ha ancora un governo, ma vive uno stallo istituzionale, senza prospettive concrete per il futuro. Può l’esperienza cristiana essere lievito anche in questa circostanza per superare barriere e steccati di partito? La risposta è in questa bellissima riflessione del Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, pubblicata oggi su Repubblica. Se la politica continua a dividere, la Chiesa insegna che l’unità è possibile.

di Don Julian Carron

Caro direttore, cercando di vivere la Pasqua nel contesto degli ultimi eventi accaduti nella Chiesa – dalla rinuncia di Benedetto XVI all’irruzione di papa Francesco -, non ho potuto evitare di pensare alla drammatica situazione in cui versa l’Italia per la difficoltà di uscire dalla paralisi che si è venuta a creare. Si è scritto molto su questo da parte di persone ben più autorevoli di me per le loro competenze in politica. Non ho alcuna soluzione strategica da suggerire. Mi permetto solo di offrire qualche pensiero, nel tentativo di collaborare al bene di una nazione alla quale mi sento ormai legato per tanti motivi.

Mi pare che la situazione di stallo sia il risultato di una percezione dell’avversario politico come un nemico, la cui influenza deve essere neutralizzata o perlomeno ridotta al minimo. Abbiamo nella storia europea del secolo scorso documentazione sufficiente di analoghi tentativi da parte delle differenti ideologie di eliminarsi a vicenda, che hanno portato alle immani sofferenze di intere popolazioni. Ma l’esito di questi sforzi ha portato a una constatazione palese: è impossibile ridurre a zero l’altro. È stata questa evidenza, insieme al desiderio dì pace che nessuno può cancellare dal cuore di ogni uomo, che ha suggerito i primi passi di quel miracolo che si chiama Europa unita. Che cosa permise ai padri dell’Europa di trovare la disponibilità a parlarsi, a costruire qualcosa insieme, perfino dopo la seconda guerra mondiale? La consapevolezza della impossibilità di eliminare l’avversario li rese meno presuntuosi,meno impermeabili al dialogo, coscienti del proprio bisogno; si cominciò a dare spazio alla possibilità di percepire l’altro, nella sua diversità, come una risorsa, un bene. Ora, dico pensando al presente, se non trova posto in noi l’esperienza elementare che l’altro è un bene, non un ostacolo, per la pienezza del nostro io, nella politica come nei rapporti umani e sociali, sarà difficile uscire dalla situazione in cui ci troviamo. Riconoscere l’altro è la vera vittoria per ciascuno e per tutti. I primi ad essere chiamati a percorrere questa strada, come è accaduto nel passato, sono proprio i politici cattolici, qualunque sia il partito in cui militano. Ma anche essi, purtroppo, tante volte appaiono più definiti dagli schieramenti partitici che dall’ autocoscienza della loro esperienza ecclesiale e dal desiderio del bene comune. Eppure, proprio la loro esperienza di essere «membri gli uni degli altri» (san Paolo) consentirebbe uno sguardo sull’altro come parte della definizione di sé e quindi come un bene. In tanti questi giorni hanno guardato la Chiesa e si sono sorpresi di come si sia resa disponibile a cambiare per rispondere meglio alle sfide del presente. In primo luogo, abbiamo visto un Papa che, al culmine del suo potere, ha compiuto un gesto assolutamente inedito di libertà – che ha stupito tutti – affinché un altro con più energie potesse guidare la Chiesa. Possiamo stati testimoni dell’ arrivo di Papa Francesco, che dal primo istante ci ha sorpreso con gesti di una semplicità disarmante, capaci di raggiungere il cuore di chiunque.

Negli ultimi anni la Chiesa è stata colpita da non poche vicende, a cominciare dallo scandalo della pedofilia; sembrava allo sbando, eppure anche nell’affrontare queste difficoltà è apparsa la sua diversità affascinante.

In che modo la vita della Chiesa può contribuire a misurarsi con l’attuale situazione italiana? Non credo intervenendo nell’agone politico come una delle tante parti e delle tante opinioni in competizione. Il contributo della Chiesa è molto più radicale. Se la consistenza di coloro che servono questa grande opera che è la politica è riposta solo nella politica, non c’è molto da sperare. In mancanza di un altro punto d’appoggio, si afferreranno per forza alla politica e al potere personale e, nel caso specifico, punteranno sullo scontro come unica possibilità di sopravvivenza. Mala politica non basta a se stessa. Mai come in questo momento risulta così evidente.

Nella sua povertà di realtà piena di limiti, la Chiesa continua a offrire agli uomini, proprio in questi giorni, l’unico vero contributo, quello per cui essa esiste e Papa Francesco lo ricorda di continuo: l’annuncio e l’esperienza di Cristo risorto.

È Lui l’unico in grado di rispondere esaurientemente alle attese del cuore dell’uomo, fino al punto di rendere un Papa libero di rinunciare per il bene del suo popolo.

Senza una reale esperienza di positività, in grado di abbracciare tutto e tutti,non è possibile ripartire. Questa è la testimonianza che tutti i cristiani, a cominciare da chi è più impegnato in politica, sono chiamati a dare, insieme a ogni uomo di buona volontà, come contributo per sbloccare la situazione: affermare il valore dell’altro e il bene comune al di sopra di qualsiasi interesse partitico.

Da Benedetto a Francesco: diversi e amati nella continuità della riforma…!

Lo Spirito di Cristo guida la Chiesa. Solo una lettura di fede può aiutare a comprendere i fatti che stiamo vivendo in questi giorni. I Papi sono segno della presenza straordinaria del Signore nella Chiesa. Ciascuno con la sua storia, il suo carattere e il suo modo di essere. A ciascuno è affidato un compito. Nella Chiesa c’è continuità. Continuità di riforma. Non riforma della fede. Non possiamo accettare, pertanto, letture semplicistiche e approssimative della nostra storia ecclesiale.

di Alessandro Scaccianoce

In meno di venti giorni la Chiesa Cattolica è passata dall’esperienza della Sede Vacante al Conclave, dallo smarrimento per la rinuncia di Papa Benedetto  all’entusiasmo per la nomina di Papa Francesco. Ci sembra utile, a questo punto, fare qualche riflessione sul susseguirsi di tali eventi che hanno occupato l’interesse di credenti e non, oltre che di osservatori di tutto il mondo.

Vi è un’unica certezza che può aiutarci a comprendere quanto accaduto e a leggere il succedersi degli eventi: Cristo guida la sua Chiesa!! E’ il Signore che conduce il suo corpo mistico nella storia. Nessun altro. Non ci sono calcoli umani o interessi di parte che reggano di fronte a simile fatto. La storia della Chiesa non è semplicemente la somma delle singole azioni individuali. La sua storia, la sua direzione, trascende l’operato degli uomini.

sinodo7Abbiamo sentito e letto commenti di ogni tipo in questi giorni. Tutto il mondo si è “occupato” di dire la sua sulla Chiesa Cattolica. Non solo opinioni, ma soprattutto giudizi, spesso sprezzanti, irrispettosi e irriguardosi della realtà soprannaturale che è la Chiesa. Perché non è possibile interpretare la Chiesa con le categorie umane. Tanto meno con le categorie della politica. Si sono immaginate lotte fratricide in Conclave tra i cardinali, cordate di potere, accordi sottobanco, fazioni di destra e di sinistra. I migliori osservatori pronosticavano un Conclave lungo e difficile. In realtà, dopo il quinto scrutinio, è stato eletto il 266° successore di Pietro con una stragrande maggioranza di ben oltre i due terzi, come ha lasciato intendere anche Papa Francesco.

Con gioia abbiamo potuto sperimentare che il nuovo Papa argentino ha riscosso da subito una grande “simpatia mediatica”. Giornali e giornalisti tradizionalmente ostili alla Chiesa Cattolica hanno cominciato a tesserne lodi sperticate, inneggiando – finalmente? – alla rottura e alla discontinuità. Soprattutto rispetto al predecessore. Quegli stessi giornali e giornalisti che, il 20 aprile 2005, all’indomani dell’elezione di Benedetto XVI, avevano scritto aspre critiche e commenti al limite dell’ingiuria riferiti al nuovo Papa.

Ogni gesto, ogni azione di Papa Francesco è stato letto e continuamente24286_499147143477098_1432050047_n interpretato come segno di questa rottura: “Papa Francesco ha chiesto di  pregare per sé”; “Papa Francesco non veste le scarpe di Prada”; “Papa Francesco vuole una Chiesa povera”; “Papa Francesco ha rinunciato agli orpelli”… In ciascuno di questi commenti è stato evidente il riferimento, neanche troppo velato, al vivente predecessore Benedetto. Uno dei maggiori giornali italiani ha titolato parlando della nascita di una “nuova chiesa”!

Da cattolici, fedeli al Papa, riteniamo di dover dire la nostra rispetto a questo entusiasmo laico che, più che animato da benevolenza verso Papa Francesco, sembra piuttosto ispirato da una carica ostile verso Papa Benedetto. Specialmente – e questo ci ferisce non poco – quando questi giudizi sommari sono giunti da persone credenti che da cronisti e commentatori si sono autoproclamati censori.

Ai laici entusiasti vogliamo poter dire (e ricordare ai cattolici censori) che nella Chiesa c’è continuità. Perché la Chiesa è del Signore. Il Papa di turno non annuncia nient’altro che Cristo. Il Vescovo di Roma non è assolutamente paragonabile ad un qualunque Capo di Stato che può decidere il proprio programma di governo in una direzione o in un’altra. Il “personalismo” nella Chiesa arriva fino ad un certo punto.  I ministri non rappresentano se stessi; sono emanazione del Signore e a lui rinviano.

Il programma della Chiesa l’ha dato Cristo a Pietro:  “Conferma i tuoi fratelli nella fede”, e a tutti gli Apostoli con lui: “Andate in tutto il mondo e fate discepoli tutti gli uomini, battezzandoli nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo”.

Pietro deve confermare la fede. E la fede è quella della Chiesa, definita e sancita nei secoli, racchiusa nel Simbolo. Compito del Papa non è accrescere il proprio consenso personale, a differenza che per qualunque uomo politico, ma essere trasparenza del Pastore eterno delle anime. Il Papa non ha il compito o la preoccupazione di legare la gente a sé. La scelta di fede (nell’anno della Fede giova ribadirlo), infatti, è adesione a Cristo, alla sua persona e alla sua verità. Il Papa può aiutare e sostenere tale scelta, ma non è ultimamente decisivo. In altri termini: chi crede non crede “per” il Papa o “nel” Papa, ma “con” il Papa.

Ovviamente ciascun uomo chiamato dallo Spirito a tale alto compito di guidare e reggere la barca del Signore agisce anche con tutto il suo patrimonio umano, portato delle sue esperienze e delle sua cultura. Ad esempio, Papa Francesco si caratterizza per la sua comunicabilità tutta latinoamericana, per uno stile immediato e informale, che è proprio di una cultura calda e amabile, come quella argentina. Ma lo stupore e la grata meraviglia per i suoi gesti non possono diventare sconfessione pubblica di un altro Santo Padre, che ci ha guidato negli scorsi 8 anni con mitezza e con profondissima sapienza. Anche lui ben consapevole che la Chiesa è di Cristo. Non coglie nel segno chi vorrebbe immaginare l’uno-contro-l’altro, magari in termini di Papa-antiPapa.

Chi si era affrettato a dipingere Papa Benedetto XVI come un “conservatore” dovette ricredersi davanti a tante scelte di innovazione del suo Pontificato, al suo dialogo schietto e sincero col mondo contemporaneo. D’altro canto, chi vorrebbe dipingere Papa Francesco come un “progressista” non coglierebbe nel segno, dimenticando che la dottrina della Chiesa non è a disposizione dei Papi. E il card. Bergoglio ha ampiamente dimostrato di essere uomo di misericordia, ma anche di verità…

Ci chiediamo: tanto entusiasmo del mondo laico e laicizzato per il nuovo Papa vorrà dire una conversione di massa a Cristo e al suo vangelo? Ce lo auguriamo. Purché non voglia essere, invece, un modo per voler dettare dall’esterno il contenuto stesso della fede cristiana. Capita spesso di sentire questo ritornello, che è stato ripetuto anche in questi giorni: “Occorre una Chiesa al passo coi tempi, rinnovata”. La Chiesa, sappiamo, è “semper reformanda”, ma ha contenuto essenziale che è “indisponibile”.

Anche tanta insistenza sulla “benvenuta e auspicata povertà”, anche nei riti, non può trascurare che la Chiesa ben distingue la povertà personale dal pauperismo, che è la povertà ostentata. Fior di Papi e di Santi hanno sempre coltivato uno stile sobrio, curando la carità nel segreto. Questo non contraddice allo splendore della liturgia. Perché nella liturgia – azione sacra per eccellenza (secondo la definizione concilare della Sacrosanctum Concilium) è racchiuso tutto il bene della Chiesa. Perciò non possiamo accettare che il mondo laico dia indicazioni approssimative sulle “cerimonie sacre” che si vorrebbero “semplificate”. Anche perché – come  insegna proprio San Francesco – la povertà si ferma ai piedi dell’altare: nella liturgia risplende il bello del vero. Perciò la Chiesa non può fare a meno della bellezza, come veicolo della verità. Non può essere altrimenti. Ce lo hanno insegnato i santi più amati di ogni tempo: San Francesco d’Assisi, San Giovanni Maria Vianney, la Beata Teresa di Calcutta.

Certi cattolici censori dovrebbero ricordare queste cose, allorché si trovano davanti ad un microfono…

D’altra parte, chi ha un po’ di buon senso, capisce che un copricapo, un candelabro o un calice, frutto di donazioni personali, manifestazioni di fede, ricchi di simbologia, non risolvono il problema della povertà nel mondo.

Ciò detto, lo ribadiamo: nella Chiesa c’è continuità, anzi c’è “continuità nella riforma”, come ebbe a dire Papa Benedetto nel discorso alla curia del dicembre 2005, a proposito dell’interpretazione del Concilio. Perciò non stupisce che per Papa Francesco il primo pensiero sia stato per il suo “venerato predecessore” e che Papa Benedetto all’atto della rinuncia ebbe a dichiarare la sua “incondizionata riverenza e obbedienza” al suo successore.

La Chiesa è di Cristo! Anche se cammina sulle gambe degli uomini. Egli la guida con il suo Spirito. E lo Spirito suscita all’occorrenza gli uomini necessari perché diano il loro proprio contributo in un particolare momento storico… Proprio quando tutti i media si affrettavano a dipingere le immoralità e le nefandezze degli uomini di Chiesa, abbiamo avuto la conferma (e la riprova) che nella Chiesa esiste (ancora!) la Santità! Lo abbiamo potuto vedere scorrendo le biografie dei tanti “papabili” che venivano prospettati…

Non possiamo in questo breve contributo analizzare i molti meriti del pontificato di Papa Benedetto, che solo la storia e il tempo ci aiuteranno a comprendere. Ma sappiamo nel nostro cuore il tanto bene che egli ha seminato, richiamando gli uomini del nostro tempo alla verità e alla libertà, con la profondità della sua parola e del suo magistero, con il suo esempio, con la sua azione mite e obbediente, fino alla rinuncia al governo. Gli siamo e restiamo grati, sapendo che la sua azione, come anche la sua rinuncia – lo abbiamo sempre sostenuto – sono frutto dell’azione del Signore. Ed è grazie a lui che oggi possiamo acclamare con gioia Papa Francesco. Diverso per temperamento e per carattere. Ma in continuità nell’essenziale annuncio del Vangelo. Appunto: DIVERSI E AMATI, perché sempre relativi a Cristo!

Pertanto, nella solennità di San Giuseppe, Patrono della Chiesa universale, mentre con sincero affetto rivolgiamo il nostro pensiero al Papa emerito, nel giorno del suo onomastico, riaffermiamo con forza il nostro amore alla Chiesa, e  con  i tanti uomini e donne che in questi giorni hanno affollato piazza San Pietro, gridiamo con gioia:

W i Papi… W il Papa!!!!

Settimana di Passione: “Guariti dalle sue piaghe”

di Alessandro Scaccianoce

Con la V Domenica di Quaresima siamo entrati nel Tempo di Passione. L’itinerario battesimale che ha segnato la Quaresima fino a questo punto, adesso lascia il posto alla contemplazione della Passione del Signore. Uno spettacolo terribile e crudele, dal quale non sottraiamo neppure lo sguardo dei bambini, come si farebbe per qualsiasi altra immagine raccapricciante. Non si tratta di “immagini consigliate ad un pubblico adulto”, nè di “immagini sconsigliate ad un pubblico sensibile”. Anzi, con orgoglio, ancora una volta, siamo pronti ad offrire al mondo la visione dell’ “uomo dei dolori”, maltrattato, umiliato, piagato.  Sappiamo infatti che  «per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53, 5). A quelle piaghe torniamo a guardare sapendo che esse sono la fonte della nostre guarigione. Lo “scandalo della croce” resta tale, anche a distanza di 2000 anni. Per comprendere la crudezza delle torture inflitte al Signore Gesù può aiutare vedere queste immagini, in cui un uomo, legato ad un palo, viene frustato per aver disobbedito alla sharia. Ancora una volta la violenza dell’uomo sull’uomo, ingiusta, seppur ammantata di una apparente “giustizia”: http://video.corriere.it/video-choc-libia-alcuni-giovani-frustati-la-sharia/f7b4c0f6-8f32-11e2-95d7-5288341dcc81.

Ma – ci chiediamo – in che modo una ferita può guarire? Il mondo, infatti, giudica negativamente il dolore. La carne squarciata del Signore ci consente di guardare in profondità, oltre l’apparenza, e scoprire l’abisso di misericordia del cuore di Dio. Le sue ferite sono l’origine della nostra salvezza. Non per un gusto masochistico, ma perchè sono piaghe accettate e accolte nell’obbedienza di un amore che alla fine vince. Egli prende su di sè il male, per togliere il male dal mondo: “Alla prepotenza del Male ha opposto l’onnipotenza del suo Amore” (Benedetto XVI).

La salvezza viene dalla croce, ci insegna la fede. Cristo che abbraccia la croce, Maria che crocifigge il suo cuore insieme al corpo di Cristo. In un’aderenza totale alla realtà. Gesù e Maria ci insegnano a stare davanti alla realtà, a stare dinanzi alle circostanze. A non fuggire. Dinanzi allo smarrimento per un futuro che fa paura, incapaci di trarre lezioni dal passato, si può trovare forza entrando in profondità, nelle pieghe della storia, nelle piaghe del crocifisso.

“Dentro le tue piaghe dammi rifugio” è l’invocazione di un’antica preghiera. Da quelle piaghe è possibile guardare la storia, sapendo che c’è un Mistero più grande di noi che conduce la nostra vita. Nostro compito è aderirvi.

«Dalle sue piaghe siete stati guariti» (1Pt 2,24) ribadisce l’Apostolo Pietro. Cristo ha preso su di sé il male e l’ha sconfitto. Ha dimostrato che si può soffrire, ma che si può anche vincere la sofferenza, il male, il peccato.

«Per Cristo e in Cristo si illumina l’enigma del dolore e della morte» (Gaudium et Spes, 22).

La Madonna ha avuto tra le sue braccia la Misericordia di Dio fatta Uomo

Al primo Angelus del Santo Padre Francesco, recitato dal Palazzo Apostolico Vaticano, il Papa invoca la Misericordia Di Dio e presenta Maria, la Madre della Misericordia.

Redazione SME

Le parole di Francesco, Papa:

Fratelli e sorelle, buongiorno!
Dopo il primo incontro di mercoledì scorso, oggi posso rivolgere di nuovo il mio saluto a tutti! E sono felice di farlo di domenica, nel giorno del Signore! Copia di Icona di Maria SS. dell'ElemosinaQuesto è bello è importante per noi cristiani: incontrarci di domenica, salutarci, parlarci come ora qui, nella piazza. Una piazza che, grazie ai media, ha le dimensioni del mondo.
In questa quinta domenica di Quaresima, il Vangelo ci presenta l’episodio della donna adultera (cfr Gv 8,1-11), che Gesù salva dalla condanna a morte. Colpisce l’atteggiamento di Gesù: non sentiamo parole di disprezzo, non sentiamo parole di condanna, ma soltanto parole di amore, di misericordia, che invitano alla conversione. “Neanche io ti condanno: va e d’ora in poi non peccare più!” (v. 11). Eh!, fratelli e sorelle, il volto di Dio è quello di un padre misericordioso, che sempre ha pazienza. Avete pensato voi alla pazienza di Dio, la pazienza che lui ha con ciascuno di noi? Quella è la sua misericordia. Sempre ha pazienza, pazienza con noi, ci comprende, ci attende, non si stanca di perdonarci se sappiamo tornare a lui con il cuore contrito. “Grande è la misericordia del Signore”, dice il Salmo.
In questi giorni, ho potuto leggere un libro di un Cardinale – il Cardinale20130316_12696_papa_francesco_9b Kasper, un teologo in gamba, un buon teologo – sulla misericordia. E mi ha fatto tanto bene, quel libro, ma non crediate che faccia pubblicità ai libri dei miei cardinali! Non è così! Ma mi ha fatto tanto bene, tanto bene … Il Cardinale Kasper diceva che sentire misericordia, questa parola cambia tutto. E’ il meglio che noi possiamo sentire: cambia il mondo. Un po’ di misericordia rende il mondo meno freddo e più giusto. Abbiamo bisogno di capire bene questa misericordia di Dio, questo Padre misericordioso che ha tanta pazienza … Ricordiamo il profeta Isaia, che afferma che anche se i nostri peccati fossero rossi scarlatti, l’amore di Dio li renderà bianchi come la neve. E’ bello, quello della misericordia! Ricordo, appena Vescovo, nell’anno 1992, è arrivata a Buenos Aires la Madonna di Fatima e si è fatta una grande Messa per gli ammalati. Io sono andato a confessare, a quella Messa. E quasi alla fine della Messa mi sono alzato, perché dovevo amministrare una cresima. E’ venuta da me una donna anziana, umile, molto umile, ultraottantenne. Io l’ho guardata e le ho detto: “Nonna – perché da noi si dice così agli anziani: nonna – lei vuole confessarsi?”. “Sì”, mi ha detto. “Ma se lei non ha peccato …”. E lei mi ha detto: “Tutti abbiamo peccati …”. “Ma forse il Signore non li perdona …”. “Il Signore perdona tutto”, mi ha detto: sicura. “Ma come lo sa, lei, signora?”. “Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe”. Io ho sentito una voglia di domandarle: “Mi dica, signora, lei ha studiato alla Gregoriana?”, perché quella è la sapienza che dà lo Spirito Santo: la sapienza interiore verso la misericordia di Dio. Non dimentichiamo questa parola: Dio mai si stanca di perdonarci, mai! “Eh, padre, qual è il problema?”. Eh, il problema è che noi ci stanchiamo, noi non vogliamo, ci stanchiamo di chiedere perdono. Lui mai si stanca di perdonare, ma noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono. Non ci stanchiamo mai, non ci stanchiamo mai! Lui è il Padre amoroso che sempre perdona, che ha quel cuore di misericordia per tutti noi. E anche noi impariamo ad essere misericordiosi con tutti. Invochiamo l’intercessione della Madonna che ha avuto tra le sue braccia la Misericordia di Dio fatta uomo.

Povertà e ricchezza nella Chiesa

Di fronte alla profetica testimonianza di Papa Francesco, che sin dalla prima ora del suo Pontificato ha richiamato tutta la Chiesa e tutto il mondo al valore della povertà e dell’essenzialità, pubblichiamo questa preziosa riflessione per cercare di evitare alcune derive pauperiste e iconoclaste che stanno caratterizzando alcuni commentatori.  

“Vi prego, più che se riguardasse me stesso, che, quando vi sembrerà conveniente e utile, supplichiate umilmente i chierici di venerare sopra ogni cosa il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo e i santi nomi e le parole di lui scritte che consacrano il corpo. I calici, i corporali, gli ornamenti dell’altare e tutto ciò che serve al sacrificio, devono essere PREZIOSI. E se in qualche luogo trovassero il santissimo corpo del Signore collocato in modo miserevole, venga da essi posto e custodito in un luogo PREZIOSO, secondo le disposizioni della Chiesa, e sia portato con grande venerazione e amministrato agli altri con discrezione”.

San Francesco d’Assisi, Prima Lettera ai Custodi
(Fonti Francescane, 240-244)

di Corrado Gnerre

Perché la Chiesa che predica la povertà è tanto “ricca”? Ci sono almeno 4 considerazioni che si possono portare a chi muove ai cattolici questa critica, riflettendo su quel che veramente significano nella Chiesa “povertà” e “ricchezza”.

Una delle questioni che più frequentemente vengono proposte nelle ore di religione cattolica o negli incontri di catechesi è quella riguardante la cosiddetta “ricchezza” della Chiesa. Ma è mai possibile – si chiede solitamente – che la Chiesa possegga tanta ricchezza pur predicando la povertà?
E allora è bene chiarire alcuni punti per saper rispondere a questo interrogativo, che – come abbiamo già detto – è molto diffuso.
Divideremo il discorso in quattro punti:
1) la povertà non va confusa con il pauperismo;
2) la Verità non può essere separata dalla bellezza;
3) la ricchezza della Chiesa… non è della Chiesa;
4) la Chiesa non è del mondo, ma è nel mondo.

La povertà non va confusa con il pauperismo

Iniziamo con il primo punto. Prima di tutto va detto che la povertà non può essere confusa con il pauperismo. La povertà è un valore che deve essere tenuto in considerazione da tutti i cristiani. Tutti sono tenuti ad essere “poveri”, perché la povertà è rapportarsi nel modo corretto ai beni materiali, nel senso che questi beni non possono e non devono essere considerati “fini”, ma solo “mezzi”. Nelle Beatitudini (cf Lc 6) Gesù chiama i poveri «beati», mentre dice: «Guai a voi, ricchi». Ebbene, quella povertà e quella ricchezza non devono essere pensate in senso economico. Il “povero”, evangelicamente, non è colui che non possiede nulla, quanto colui che, pur possedendo, sa che quella ricchezza va considerata solo come mezzo per praticare il bene e avvicinarsi a Dio. Invece il “ricco”, in senso evangelico, non è colui che necessariamente possiede, bensì colui che è tanto pieno di sé da non saper far posto a Dio nella sua vita. Paradossalmente, se uno ha in tasca diecimila euro, ma fa di questa cifra non il fine della sua vita, ma un mezzo per praticare il bene, costui non è un ricco ma un povero. Se invece uno ha in tasca solo un euro, ma fa di questo misero euro il fine della sua vita, addirittura dichiarandosi disposto a calpestare anche la Legge di Dio pur di aumentare la sua “ricchezza”, costui non è un povero ma un ricco. Certo, è indubbio che chi possiede molto, più facilmente sarà tentato nell’orgoglio e nella presunzione; chi invece possiede di meno, più facilmente sceglierà l’umiltà e la semplicità; ma di qui a rilevare un automatismo ce ne corre.
Inoltre, come abbiamo accennato prima, va detto che non si può confondere la povertà con il pauperismo. Quest’ultimo è la povertà economica a tutti i costi. Ma ciò è lontano da una corretta prospettiva cristiana. Prendiamo san Francesco d’Assisi, prototipo della vera povertà. Questo grande Santo ci teneva a far capire ai suoi frati che la strada della loro povertà doveva essere considerata come una delle tante per arrivare in Paradiso, ma non l’unica strada. La necessaria strada per chi sceglieva la loro vita, ma non per gli altri. Tanto è vero che chi, tra i francescani, la pensò in maniera difforme dal Serafico Fondatore, finì con l’uscire dalla Chiesa e morire eretico.

La Verità non può essere separata dalla bellezza

Citiamo nuovamente san Francesco d’Assisi. Questo grande Santo pretendeva la massima povertà per i suoi frati, ma il massimo splendore per gli edifici ecclesiastici. Egli diceva che le chiese dovrebbero essere adornate di oro e di argento tanto è la Grandezza che contengono, ovvero il Santissimo Sacramento. I paramenti liturgici, che le clarisse del tempo di san Francesco cucivano, erano adornati di oro zecchino, perché così voleva il Serafico Padre. La bellezza, infatti, deve significare la Verità: “La povertà si ferma ai piedi dell’altare” (San Francesco d’Assisi). La Verità deve essere significata dalla bellezza. E la bellezza è anche maestosità, è anche “ricchezza”.
Nel Vangelo di San Giovanni (capitolo 12) vi è un episodio che per questa questione dice tutto: «Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”». L’Evangelista aggiunge che Giuda disse così non perché gli interessassero i poveri, ma perché era ladro e voleva frodare ciò che vi era in cassa. La risposta di Gesù è chiara: «Lasciala fare […]. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Dunque, ci sono dei momenti in cui bisogna donare agli altri, ma ci sono anche dei momenti in cui bisogna sottolineare con la ricchezza la grandezza del divino.
La bellezza ingentilisce gli animi, aprendoli anche alla sensibilità e quindi alla comprensione verso il prossimo. Creare bellezza è un atto di amore doveroso nei confronti di Dio. Voglio rendere partecipi i lettori di una considerazione che un grande storico cattolico, il compianto professor Marco Tangheroni (pisano doc), fece anni fa ad alcuni di noi. Egli ci raccontò che a Pisa, prima che costruissero la celeberrima Piazza dei Miracoli con il Duomo, il Battistero e il famosissimo Campanile (che poi è diventato la conosciutissima Torre Pendente) mancavano le fogne. Il popolo pisano, però, preferì costruire prima la Cattedrale e poi eventualmente pensare alle fogne. La scelta fu certamente imprudente… ma di grande generosità verso Dio. Verrebbe da pensare: ma che forse la Provvidenza abbia voluto ripagare la grande generosità dei Pisani del tempo? D’altronde, a differenza di altre città toscane, a Pisa se si toglie la Torre Pendente e Piazza dei Miracoli non rimane granché. Quella città è divenuta famosa in tutto il mondo per un fatto misterioso: il cedimento del terreno che ha permesso al Campanile non di schiantarsi al suolo, ma di rimanere sorprendentemente inclinato. E si badi: allora i sondaggi geologici li sapevano fare eccome… se è vero, come è vero, che tutto ciò che di grande costruivano è giunto intatto fino a noi malgrado molteplici terremoti.

La ricchezza della Chiesa… non è della Chiesa

In realtà la ricchezza della Chiesa non è della Chiesa. La ricchezza della Chiesa consiste soprattutto nelle opere d’arte, che, non solo non sono alienabili (nel senso che sono invendibili), ma che esistono grazie soprattutto alla generosità dei fedeli. Proprio dalle colonne di questo Settimanale lessi di un episodio capitato nell’Emilia del dopoguerra, gli anni del grande scontro fra cattolici e comunisti. Ebbene, in una cittadina del cuore dell’Emilia vi fu un convegno organizzato dall’allora partito comunista. Tra i relatori vi era un professore (ovviamente comunista) che iniziò ad attaccare la Chiesa soprattutto per una sua presunta ricchezza tenuta per sé senza darla ai poveri. Tra il pubblico vi erano due colti sacerdoti che cercarono di prendere la parola per fare da contraddittori, ma aggravarono la situazione perché intervennero utilizzando un linguaggio troppo teorico e teologico, così la gente che assisteva, semplice ed ignorante, non riuscì a capire. Provvidenza volle però che prendesse la parola anche un semplice parroco, che in dialetto parlò ai presenti. Egli si limitò a raccontare agli abitanti di quella cittadina un fatto accaduto anni fa e che tutti ricordavano molto bene. Si trattava di un operaio comunista, ateo, al quale si ammalò gravemente l’unica figliola. La moglie, ch’era credente, decise di chiedere alla Vergine, a cui era dedicato un famoso Santuario del posto, la grazia della guarigione. Il miracolo ci fu: la bambina guarì. L’operaio, allora, volle andare dal miglior gioielliere della città per far realizzare un bellissimo ex-voto d’oro. Il lavoro fu eseguito e l’uomo lo portò al rettore del Santuario. Però, dopo pochi giorni, l’operaio, passando dinanzi alla gioielleria, vide esposto in vetrina l’oggetto che aveva commissionato e consegnato al Santuario. Impazientito, chiese spiegazioni. Gli fu detto che il rettore lo aveva messo in vendita per costruire un oratorio per i fanciulli. L’uomo, giustamente, andò su tutte le furie: «Ecco, noi regaliamo alla Madonna… e i preti rivendono ciò che regaliamo!». E aveva ragione. Per quanto fosse buona l’intenzione del sacerdote, egli non poteva rivendere ciò che un fedele aveva regalato direttamente alla Vergine. Bastò il ricordo di questo episodio, perché tutti i presenti capissero il vero significato delle tante ricchezze della Chiesa.

La Chiesa non è del mondo, ma è nel mondo

È vero che il cassiere era Giuda Iscariota (perché evidentemente una certa inclinazione la doveva avere), ma Gesù stesso volle che gli Apostoli avessero una cassa. E ciò perché l’evangelizzazione, pur non essendo del mondo, avviene nel mondo. Se la Chiesa non avesse un’autonomia economica, dovrebbe dipendere da qualche realtà mondana. Ma, se così fosse, non sarebbe più libera nei suoi giudizi. Un piccolo esempio: un conto è se si ha un proprio stipendio, altro se si dipende totalmente da qualcuno che dà da mangiare e da bere. Nel secondo caso, se ci si dovesse accorgere che colui da cui si dipende è un poco di buono, potrebbe subentrare facilmente la tentazione di chiudere entrambi gli occhi convincendosi: se chi mi dà da vivere andrà in galera, chi mi sosterrà? Penso che come esempio sia abbastanza convincente.

articolo pubblicato su “Il Settimanale di Padre Pio”