I Santi, modelli efficaci per la Nuova Evangelizzazione

La solennità di tutti i Santi del Paradiso e il Sinodo dei Vescovi concluso domenica scorsa in Vaticano

I santi sono dei “modelli efficaci” per la Nuova Evangelizzazione. Lo afferma il Sinodo dei Vescovi nella Proposizione 23 consegnata a Papa Benedetto XVI.

Redazione SME

“La santità – si legge – è una parte importante di ogni impegno evangelizzatore per colui che evangelizza e per il bene di coloro che sono evangelizzati”. Si tratta di un messaggio che è in perfetta armonia con la festa di Tutti i Santi, che la Chiesa celebra domani, 1° novembre.
I padri sinodali dedicano l’intera Proposizione 23 alla santità dei nuovi evangelizzatori. “La chiamata universale alla santità è costitutiva della Nuova Evangelizzazione, che vede nei santi dei modelli efficaci della varietà di forme in cui questa vocazione può essere realizzata”, scrivono i padri sinodali.
“Ciò che è comune nelle diverse storie della santità è la sequela di Cristo; essa si esprime in una vita di fede attiva nella carità che è una proclamazione privilegiata della Chiesa”, continuano i padri.
Il Sinodo individua nella Vergine Maria il modello di tutti i santi: “Noi riconosciamo in Maria un modello di santità che si manifesta negli atti di amore, che vanno fino al dono supremo di se stesso”.
La Proposizione 22 evoca la “conversione” e il “rinnovamento nella santità” necessario nei nuovi evangelizzatori. “Il dramma di sempre e l’intensità dello scontro tra il bene e il male, tra la fede e la paura, dovrebbero essere presentati come il fondamento essenziale, un elemento costitutivo della chiamata alla conversione a Cristo”. Questa lotta prosegue a un livello naturale e soprannaturale. “Ma quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!” (Mt 7,14).
Numerosi vescovi hanno parlato del bisogno di un rinnovamento nella santità della loro propria vita, se vogliono essere degli agenti veramente efficaci della Nuova Evangelizzazione.
I padri sinodali insistono sulla necessità di questa “conversione personale e comunitaria”, e anche di una conversione “pastorale”. Anita Bourdin, osservatrice presso la Santa Sede ha curato queste riflessioni.

Chi è il Papa? Perchè volergli bene?

In preparazione al pellegrinaggio promosso dalla nostra Associazione alla sede di Pietro, pubblichiamo di seguito una approfondita riflessione teologica sul ruolo dell’Apostolo Pietro e dei Suoi successori, per riscoprire le ragioni della nostra Fede Cattolica.

Il pellegrinaggio romano, infatti, che avrà le due tappe significative della SANTA MESSA VOTIVA DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO in rito Romano Antico nella Basilica Vaticana (martedì 31 luglio) e la partecipazione all’UDIENZA GENERALE DI PAPA BENEDETTO XVI a Castel Gandolfo (mercoledì 1 agosto) vuole essere un’occasione per esprimere al Santo Padre la nostra devozione, il nostro amore e la nostra preghiera, perché continui a guidare il Gregge del Popolo di Dio con sicura fermezza e solida speranza.

 Potremmo considerarla un’efficace definizione dei discepoli di Gesù: «quelli con Pietro». E, insieme, l’evocazione di quanto sia determinante stare con Pietro per vivere l’esperienza salutare di stare con Gesù e per continuare a cercarlo come l’Amore della nostra vita.

«Pietro e quelli che erano con lui» (Lc 9,32): oppressi dal sonno, si svegliano e vedono la gloria di Gesù, quale esito felice della passione di amore, compimento di tutta la legge e di ogni profezia.

Stando con Pietro, oppressi dal sonno, e non solo dal sonno, ci destiamo e vediamo e godiamo la bellezza di stare con Gesù…

«Simone e quelli con lui» (Mc 1,36) si mettono a cercare Gesù, lo cercano nel suo ritiro sul monte della comunione con il Padre. Trovandolo in preghiera, gli confessano e gli attestano che «tutti» lo cercano.

Stando con Pietro, ci mettiamo a cercare Gesù; da Lui già chiamati e attratti, ci poniamo responsabilmente a servizio di quella ricerca di Lui che anima segretamente il cuore di ogni uomo…

Fraintendimenti e debolezze

Siamo ben avvertiti delle difficoltà sollevate in rapporto al ministero petrino e al suo valore ecclesiale: tra mormorazioni e adulazione si rischia di smarrire il significato di Pietro e dello stare con lui, mettendo a repentaglio così la verità dello stare con Gesù. Anche tra quelli che oggi sono con Pietro non mancano obiezioni e fraintendimenti che vanno intercettati. Fonte remota di ciò sembra essere il rivolgimento moderno contro l’autorità, ogni autorità: in specie quella primaziale. Nello scenario di tante democrazie, più o meno recenti, sembra pretesa esorbitante parlare di «sommo pontefice», di «potestà suprema» o di «gerarchia». Si obietta che un assolutismo petrino offusca la sovranità di Gesù Cristo e si paventa che il primato soffochi la responsabilità personale della fede di ognuno e la libertà di coscienza di ogni fedele. Talvolta un’istintiva diffidenza nei confronti dell’autorità porta uomini e donne sinceramente impegnati nella vita di fede a equivocare il giusto primato della coscienza: secondo tale equivoco, la coscienza non può accettare di declinarsi e formarsi in ascolto, docilità e ossequio, poiché tutto ciò striderebbe con la responsabilità e la dignità individuali. Così, gli atti e le parole del Papa vengono quasi immediatamente sentiti quale conferma di proprie idee e sensibilità o quale opinione estranea alle proprie logiche di pensiero e alla propria lettura della fede, rischiando di ammantare le proprie idee di ciò che, in fondo e giustamente, non si intende riconoscere all’autorità del Papa e di chicchesia: l’assolutismo. Nell’intimo della coscienza si concede così al Papa lo status di opinion leader, riservando agli atti e alle parole del suo ministero una sorta di plauso selettivo: il quale avviene in base alla corrispondenza di quella «opinione» alle proprie convinzioni personali, forse più propense a cercare sintonie con le pur ricche voci dei tempi che a coltivare la docilità alla Parola eterna di Dio. Del resto, sempre tra quelli che sono con Pietro, è dato di percepire atteggiamenti che non rendono ragione del servizio petrino nella chiesa: e finiscono per rendere ancor più ostica la sua comprensione nel contesto odierno. Alcuni sembrano attribuire al Papa prerogative divine o, magari in relazione al carisma dell’infallibilità, una conoscenza straordinaria, dell’intera verità del mistero di Dio e del suo Cristo: si direbbe, una sorta di devozione che rischia di riservare al Papa un’indebita adulazione. Questo risulta particolarmente urtante per la sensibilità dell’uomo adulto; e insidioso per la bellezza della fede cristiana che adora Dio nella carne benedetta del Figlio Gesù. Come Pietro con Cornelio, il quale si era prostrato ai suoi piedi adorandolo, il Papa entrando nelle nostre case ci dice «Anch’io sono un uomo» e ci annuncia Gesù Cristo, Signore di tutti (cfr. At 10,26.36). In fondo, più che la figura propria del ministero petrino, ciò che urta le coscienze è la concreta modalità in cui il ministero petrino è stato a volte esercitato lungo i secoli: sappiamo quanto sinuosa sia stata l’attrazione verso modelli di sovranità mondana e di monarchia assoluta. Nella mentalità di tanti, ostili o devoti che siano, ancora permane una carente immagine del ministero petrino: risalente in larga misura ad un modello di suprema auctoritas più legato ai protocolli della sovranità mondana che ispirato alla memoria apostolica della stessa auctoritas del Signore Gesù. 

L’ascolto si fa supplica e invito affinché il ministero papale e il suo concreto esercizio siano non più occasione e motivo di dolorose lacerazioni dell’unica Chiesa di Cristo, ma servizio decisivo perché tutti siano una cosa sola, secondo l’amore orante dello stesso Cristo: «Lo Spirito Santo ci doni la sua luce, ed illumini tutti i pastori e i teologi delle nostre Chiese, affinché possiamo cercare, evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri» (Ut unum sint 95).

 

2. Pietro e quelli con lui nella grazia dell’Eucaristia

Il Vaticano II, in uno dei suoi momenti più delicati, ha inteso raccogliere il senso profondo dell’autorità nella Chiesa attraverso l’espressione «comunione gerarchica»; non già alludendo ad un generico «potere sacro e piramidale» di alcuni su altri, secondo l’accezione più diffusa del termine «gerarchia». Piuttosto, vi si dice del «principio sacro» della comunione che è la Chiesa, vi si dice del principio sacro che fonda e regola l’autorità nella Chiesa così che essa sia sacramentalmente espressione della stessa autorità del Signore Gesù. La comunione è autenticamente apostolica proprio in quanto istituita nella sua origine sacra che è la Pasqua di Gesù: nella memoria eucaristica della Pasqua trova la sua origine la communio di quanti amano il Signore. Nell’ottica della ecclesiologia di comunione e riannodando l’Eucaristia al suo frutto proprio che è la Chiesa, la Lumen Gentium precisa la collegialità episcopale in termini di «comunione gerarchica», esplicitando per cinque volte nel cap. III la formula «con il Papa» (una volta «sotto il Papa»). «Fate questo in memoria di me»: la Chiesa è l’umanità che, nella sua verità originaria, quella dei figli di Dio e dei fratelli, si ritrova nell’obbedienza grata a questo comando. Il pane spezzato è partecipazione al corpo offerto di Cristo; il calice benedetto è partecipazione al sangue versato di Cristo. Partecipiamo dunque al sacrificio suo, alla sua carità  incondizionata «fino alla croce». Ciò, in primo luogo, si realizza nell’obbedienza al suo comandamento nuovo: l’amore fraterno nella misura e nella forma del suo amore per noi. La comunione ecclesiale ha qui la sua origine «sacra», indisponibile, sempre differente rispetto a moduli mutuati dall’aggregarsi degli uomini. Nell’Eucaristia, il Signore Gesù trasmette ai Dodici la sua potestas, il suo potere divino di Figlio, quello appunto che compie l’amore nel sacrificio di sé: così che tutti godano della gloria pasquale precisamente condividendo il suo sacrificio, la sua incondizionata dedizione nell’annunciare il Vangelo di Dio e nel liberare ogni uomo dalle catene del male. Il ministero del Papa non vanta altra origine che questa: egli, nella celebrazione eucaristica, partecipa al sacrificio di Gesù nella forma concreta dell’assunzione e dell’esercizio dello stesso servizio in cui Pietro ha vissuto la sua comunione con Gesù. Si tratta di quel servizio che, coerentemente alla singolare potestas conferita a Pietro da Gesù, è essere roccia per la Chiesa, pescando gli uomini alla vita nuova, confermando i fratelli, pascendo le pecore di Gesù.

Nell’Eucaristia la Chiesa è istituita quale comunione degli uomini che partecipano al sacrificio di Gesù; in questa comunione e a favore di essa, la grazia eucaristica costituisce alcuni nel ministero episcopale/apostolico. Per la comunione al corpo e al sangue di Cristo i discepoli tutti sono trasformati dallo Spirito in «un solo corpo», ciascuno secondo il suo modo proprio di partecipare allo stesso amore di Cristo; per questo, è in unione con il Papa, con il Vescovo di ogni Chiesa particolare e con tutti l’ordine sacerdotale che la Chiesa viene resa perfetta in quell’amore. Finché questa unione fosse precaria o, peggio, simulata; finché in questa comunione mancasse qualcuno…: per questo mai smetteremo di invocare la piena accoglienza del dono della perfetta comunione nell’amore. Dentro l’unico ministero episcopale/apostolico, nell’Eucaristia viene confidata al Papa quella potestas peculiare che corrisponde alla posizione voluta da Gesù per Pietro tra gli apostoli e nella Chiesa primitiva. La potestas petrina, in tutto il suo spessore di carità per i fratelli e per tutti e in tutta la sua rilevanza istituzionale, «sgorga direttamente dal mistero eucaristico»

In una lettera del 2001 al metropolita ortodosso Damaskinos, il card. J. Ratzinger riconduceva il ministero petrino e la sua primazialità al loro principio eucaristico, cogliendo così il senso profondo del «primato di onore» e della «giurisdizione universale» del Papa: […] l’«onore» del primo non deve essere inteso nel senso dell’onore protocollare mondano, ma l’onore nella Chiesa è il servizio, è l’onore  dell’obbedienza di fronte a Cristo. E l’«amore-agape» non è un sentimento non vincolante, meno ancora un’organizzazione sociale, ma, alla fin fine, un concetto eucaristico […]. Se la Chiesa nella sua realtà più profonda viene a coincidere con l’eucaristia, allora nella «presidenza dell’amore» c’è una responsabilità per l’unità che ha significato intraecclesiale […]. Il Papa non è un monarca assoluto, la cui volontà è legge, ma, proprio all’opposto, egli deve sempre tentare di resistere alle sue disposizioni personali e richiamare la Chiesa alla misura dell’obbedienza; per questo però, deve essere lui stesso il primo ad obbedire.

 

3. Pietro e quelli con lui nel NT

Nel mistero eucaristico, dunque, il Papa riceve la sua particolare potestas nella Chiesa e per la Chiesa: per quella grazia, il Papa vive il sacrificio di Gesù secondo la forma e le funzioni di quel servizio che era stato affidato a Pietro dallo stesso Gesù. La tradizione viva della Chiesa ha sempre custodito l’attestazione neotestamentaria come decisiva per riconoscere la figura propria del ministero petrino: e ancora ci chiede di mandarla a memoria.

La tradizione neotestamentaria.

Nel loro insieme, i testi ci riferiscono chiaramente delrilievo preminente di Pietro all’interno dei Dodici e della primitiva comunità apostolica. Le varie testimonianze evangeliche convergono a tratteggiare Pietro come «primo» tra i discepoli (cfr. Mt 10,2); primo ad essere chiamato, secondo i sinottici; primo, con il suo nome «Simone», a comparire nelle liste, peraltro non identiche, dei Dodici; primo a prendere la parola nel confronto tribolato tra Gesù e i discepoli, quasi loro portavoce in una singolare familiarità con Gesù. Pietro spicca come rappresentante dell’esigenza dei discepoli di comprendere il loro servizio di responsabilità obbediente al Signore (cfr. Lc 12,41). Con Giacomo e Giovanni, egli accompagna Gesù nell’anticipazione della gloria sul monte (cfr. Mc 9,2ss) e tra gli ulivi della passione (cfr Mc 14,33ss): anche lì, è lui a prendere la parola, è a lui che Gesù dice della loro incapacità di vegliare. A Pietro Gesù affida una missione peculiare, servizio decisivo a favore degli altri discepoli, suoi fratelli, e della Chiesa tutta di Gesù: al punto che questi lo riconosceranno davvero «roccia», secondo quel nome così gravido del senso profondo della sua persona e del suo ministero. Su di lui sono rivolti sguardi e memorie nei giorni santi della Pasqua di Gesù e della sua Chiesa: nella sua fede fragile e ardimentosa proclama fedeltà a Gesù sino alla morte, vacilla, cade. Le lacrime amare gli preparano occhi e cuore a vedere Gesù risorto: tradizione tanto importante quanto antica di un primo darsi a vedere del Signore a Pietro (cfr. 1Cor 15,3-7; Lc 24,33s).

Nella forza dello Spirito, Pietro svolge la missione affidatagli da Gesù: secondo Atti, nella primitiva comunità apostolica, egli presiede alla reintegrazione del collegio apostolico, suo è il primo discorso missionario della Chiesa nel fuoco della Pentecoste, egli trascina la Chiesa ad affrontare con coraggio evangelico le avversità dei poteri umani, egli custodisce la santità della comunità dei credenti, è lui ancora che introduce alla missione ai gentili, sulle sue labbra la prima formulazione delle decisioni (dógmata) del «concilio» di Gerusalemme circa le condizioni dell’accesso dei gentili al Vangelo di Gesù.

Due conferme autorevoli. Tra quelli che erano con Pietro raccogliamo due voci autorevoli che a loro modo confermano il rilievo preminente di Pietro e del suo ministero. Sappiamo come il quarto vangelo metta in evidenza la figura del discepolo amato: ora, ciò che sorprende è che l’esaltazione del discepolo amato avviene precisamente in relazione a Pietro. Così è nell’annuncio del tradimento (cfr. Gv 13,23ss); così il mattino di Pasqua nella corsa dei due al sepolcro (cfr. Gv 20,2ss). Così in quella terza volta che il Signore si manifestò ai discepoli sul lago: dal gettarsi in acqua di Pietro, questa volta sulla parola credente del discepolo amato, al suo interrogare Gesù circa quel discepolo che rimane con Pietro e con tutta la Chiesa fino alla venuta del Signore (cfr. Gv 21,1-23). E non si dimentichi la cura puntuale dell’evangelista nell’illustrare alla sua comunità e a tutti il significato di cui è carico il nome Cefa, «che si traduce Pietro», così come, appena prima, si era premurato di fare per il titolo di Messia, «che tradotto è Cristo» (cfr. Gv 1,41s). Ecco una luminosa conferma di quanto la tradizione neotestamentaria ci consegna nel suo insieme: perché tanto interesse per Pietro in un testo evangelico redatto sotto l’ascendente così rilevante del discepolo amato e, tra l’altro, già molti anni dopo la morte di Pietro?  L’altra conferma, diremmo indiretta, ci viene da Paolo, in particolare dalla apologia del suo Vangelo e del suo ministero in Gal 1-2. Già si intuisce l’importanza di Pietro dal fatto che Paolo, fiero come era del Vangelo ricevuto «per rivelazione di Gesù Cristo», si risolve a salire a Gerusalemme (cfr. Gal 1,18) per informare Pietro; e poi, una seconda volta, sale a Gerusalemme, non già per ricevere il Vangelo, ma perché il suo Vangelo sia riconosciuto nella sua oggettiva conformità alla memoria apostolica di Pietro e delle altre colonne della Chiesa madre. Paolo non vuole «correre invano» (cfr. Gal 2,1s). Questa autorità di Pietro non è però così umanamente monolitica da impedire a Paolo di affrontare apertamente Pietro ad Antiochia (cfr. Gal 2,11ss). Di fronte  all’atteggiamento di Pietro con i pagani convertiti, Paolo fiuta simulazione e ipocrisia: e non tace proprio perché, con Pietro di mezzo, c’era tanto in gioco. Con la franchezza della sua passione apostolica, Paolo lascia trapelare quanto Pietro fosse determinante per le Chiese: Pietro non era un apostolo qualsiasi, il suo sbandare rispetto alla «verità del Vangelo», proprio perché lui a deviare, stava trascinando nell’ipocrisia gli altri fratelli e lo stesso Barnaba.

Quattro parole principali di Gesù. La tradizione viva della Chiesa, anche nella sua diffusione popolare, ha custodito il senso imperdibile del ministero di Pietro e dei suoi successori riconoscendo l’eccellenza di quattro testi: 1. la chiamata ad essere «pescatore di uomini» (Lc 5,1-11), 2. il compito di «confermare i fratelli» (Lc 22,31s), 3. l’investitura cosiddetta pastorale in rapporto alla triplice professione di amore (Gv 21,15-23), 4. il conferimento del primato nella funzione di «roccia» e nel servizio delle «chiavi» (Mt 16,13-23).

1. L’immagine del pescatore di uomini in Lc 5,1-11 evoca lo spessore missionario di Pietro: con pennellate da artista, Luca rende al vivo, nel suo stato nascente, la dedizione apostolica di Pietro. Già è dalla barca di Pietro che Gesù offre a tutti la bellezza inedita del suo insegnamento: la sua parola introduce nella verità di Dio e dell’uomo, liberando gli uomini dalle tenebre e dall’ombra della morte. Una volta riconosciuta la sua miseria al cospetto della santità del Signore, Pietro è introdotto nella stessa missione messianica di Gesù che viene per «cercare e salvare tutto ciò che è perduto» (cfr. Lc 19,10). Così Pietro, seguendo Gesù, pescherà gli uomini «alla vita»; sperimentando quella fecondità della missione che viene dall’ascolto docile della parola del Signore, in fondo come Maria (cfr. Lc 1,31; 5,7.9).

2. Se in Lc 5 riconosciamo il Pietro missionario, in Lc 22,31s ecco che si profila il Pietro che conferma i fratelli: in filigrana scorgiamo il ministero esercitato da Pietro nella primitiva comunità apostolica in vista del perseverare dei fratelli nella verità del Vangelo tra tentazioni e persecuzioni. Nell’orizzonte della passione di Gesù, le parole di Gesù «evidenziano che la fede personale di Pietro e il suo pentimento debbono fortificare i discepoli angosciati per l’opposizione pubblica incarnata in Satana». La vocazione è solenne («Simone, Simone…»): Pietro riceve il mandato di confermare i fratelli. Quel «confermare» è lo stesso verbo che in Lc 9,51 tratteggia il volto di Gesù «indurito» nell’orientarsi verso Gerusalemme. Pietro confermerà i fratelli come «indurendone» il volto, così che esso, nel tempo della grande tribolazione della Chiesa, sia sempre più risolutamente orientato verso Gerusalemme, verso la Pasqua di Gesù. In vista della comprensione del compito affidato da Gesù a Pietro, è bene mettere in risalto due note fondamentali. In primo luogo, la fede di Pietro non viene meno per la preghiera di Gesù: la fede di Pietro viene garantita dal «desiderio ardente» di Gesù di mangiare la Pasqua con i suoi, di «passare al Padre» non da solo, ma con i suoi discepoli. La preghiera di Gesù in quella notte e in ogni notte della storia fonda e sostiene la fede di Pietro e, quindi, la sua capacità di confermare nella stessa fede i fratelli. Ancora, le parole di Gesù dicono dell’intimo nesso tra  «conversione» e compito di «confermare i fratelli»: più precisamente, la conversione è la condizione per confermare i fratelli. Ciò significa che la preghiera di Gesù fonda e alimenta la fede di Pietro proprio quale incessante e umile dinamica di conversione all’indisponibile oggettività del Vangelo. Mentre in Lc 22 la supplica di Gesù fonda la fede di Pietro, in Mt 16,13-23 Gesù attribuisce la professione di fede di Pietro alla rivelazione del Padre.

4. Le parole del primato possono essere lette come esplicitazione della fioritura ministeriale della fede di Pietro, così come voluta da Gesù. Snodo nevralgico di dolorose divisioni, crocevia di pazienti cammini ecumenici, il testo sprigiona il suo senso intorno a due immagini e disegnando una tensione. La prima  immagine è quella della roccia. Proprio per il suo riconoscimento credente della verità di Gesù, Pietro è roccia per la Chiesa: pietra angolare, garanzia di stabilità posta dal Signore per la sua casa ecclesiale (cfr. Mt 7,24-27), ma anche, non per carne e sangue, bensì per grazia di Dio, «roccia santa». Vi si evoca infatti la roccia su cui si fonda il tempio, dimora di Dio; la roccia che, al centro del mondo, respinge le realtà avverse che minacciano e si avventano sull’opera di Dio. Con questa parola venne dunque attribuita a Pietro, secondo il modo di esprimersi simbolico della lingua ebraica, la posizione della roccia cosmica, che secondo un’altra tradizione veterotestamentaria (Is 28) spetta al Messia stesso. Con ciò gli venne affidato un compito che  comprendeva niente meno che una continuazione dell’opera del Messia stesso. In questo simbolismo si inserisce anche l’espressione concernente le «porte dell’Ade», la cui potenza non infrangerà la resistenza della roccia […]. Da questo punto di vista l’ufficio di Pietro, e con esso la comunità dei credenti, vengono sottratti alla potenza di ciò che è caduco, e la fondazione di Cristo viene dichiarata come definitiva e permanente.

Con la seconda immagine, quella delle chiavi del Regno dei cieli, a Pietro Gesù affida il potere sulla casa di Davide, sull’Israele nuovo che è la Chiesa; mostrando così l’intimo legame tra la Chiesa e quel Regno di Dio di cui essa è germe e segno e strumento. Guardandosi dalla logica degli scribi che chiudono il Regno agli uomini, non vi entrano e non vi lasciano entrare quanti lo desiderano (cfr. Mt 23,13s), Pietro deve sovrintendere all’accesso degli uomini al Regno che già si dà nella concreta vita della Chiesa di Gesù; in lui il servizio di governare, perché ciascuno entri nel Regno attraverso l’adesione sincera a Gesù e la partecipazione alla vita comunitaria, prospettando e definendo, nel dispiegare il depositum fidei e nell’ordinare la disciplina fraterna, le condizioni evangeliche perché questo effettivamente avvenga. Certamente, la consegna delle chiavi e il detto sul «legare e sciogliere» immettono Pietro in quel supremo ministero magisteriale e disciplinare che ha il suo cuore incandescente nel perdono (cfr. Gv 20,23). Lui lo sa bene; lui che aveva salito il monte della gloria del Figlio ancora tramortito da quel «Satana!» rivoltogli da Gesù, lui che aveva versato lacrime battesimali allo sguardo del suo Signore rinnegato, lui sa bene che nel Regno si entra sempre e soltanto perdonati e che la Chiesa, comunità del Regno, non è conventicola di perfetti, ma la comunione eucaristica dell’umanità vera. Veri perché umilmente consapevoli della propria miseria, veri perché eucaristicamente disposti al perdono di Dio e, quindi, al perdono reciproco che restituiscono la bellezza di figli. Ma ecco la tensione. «La carne e il sangue» alzano la voce: e questa voce Pietro oppone a Gesù che confida a lui e agli altri la forma della sua missione di Messia e, pertanto, la forma della missione di Pietro e della Chiesa tutta. Allora quel «Beato sei tu» diventa un «Satana!»; la «roccia» si muta in «pietra d’inciampo» che fa rovinare l’opera di Gesù; la docilità alla rivelazione del Padre è scalzata da un pensare mondano.

Colui che, per dono di Dio, può essere solida roccia, è di per se stesso una pietra sulla strada, che induce il piede ad inciampare. La tensione tra il dono che proviene dal Signore e le proprie capacità diventa così evidente da destare scalpore; qui viene in qualche modo anticipato tutto il dramma della storia del papato, nel corso della quale ci imbattiamo sempre in entrambi gli elementi: quello per cui il papato, grazie a una forza che non gli deriva da se stesso, rimane il fondamento della Chiesa e quello per cui nello stesso tempo singoli papi, per le caratteristiche tipiche della loro umanità, diventano sempre nuovamente scandalo, perché essi vogliono precedere Cristo, piuttosto che seguirlo; perché essi credono, con la loro logica umana, di dovergli preparare quella strada che invece solo lui può determinare […].

3. La professione di fede di Mt 16 diventa in Gv 21,15-23 professione di amore, cui corrisponde una investitura pastorale da parte di Gesù. Ancora risuonano gli echi del rinnegamento, nel contesto di una refezione pasquale: da lì viene la peculiare potestas di Pietro, così come la potestas di ciascuno. Gesù sa che il servizio pastorale di Pietro soltanto può fondarsi sull’amore per lui, il Signore: «Mi ami tu?» Ciò che determina la qualità evangelica del ministero petrino è ultimamente non la dedizione al gregge, ma l’amore per il Signore. L’amore per Gesù è la condizione per adempiere bene al compito di pascolare il gregge. A questa condizione, il ministero di Pietro riserverà alle pecore le cure del Pastore Bello (cfr. Gv 10), dal chiamarle una ad una per nome all’esporre la vita per loro perché godano della vita divina, dal condurle fuori dai recinti di morte al guidarle verso i pascoli della libertà dei figli: così che stiano sempre nella mano del Signore, poiché esse sono sue. Nulla di simbolico in quel «dare la vita» per le pecore; anzi, vi è tutto il drammatico spessore della croce, per Gesù e, in lui, per Pietro. Vi è il lasciarsi rivestire dal Signore in un abbandono di amore che dà corpo alla incondizionata dedizione per il gregge, tra ladri e lupi e mercenari. Questo amore conduce Pietro a «dare gloria a Dio» al modo del Pastore Bello: il martirio (cfr. Gv 21,18s).

Il martirio e poi… Pietro va,… dove non vuole, condotto dal Signore, dall’obbedienza a lui. Va verso quella morte di croce che aveva paventato per Gesù e per sé, e che aveva rifiutato nel suo pensare mondano, rimproverando Gesù e, poi, brandendo una spada. Lasciata la comunità di Gerusalemme, esercitato il suo ministero di «roccia» ad Antiochia, sperimentata l’amarezza di tornare ad essere «pietra d’inciampo» (cfr. Gal 2), Pietro giunge a Roma, vi esercita il suo ministero apostolico secondo l’intenzione del Signore, e lì lo compie nel martirio, sigillo del suo amore per il Signore, pienezza del suo partecipare alla dedizione del Pastore Bello per le pecore di ogni ovile. Lì continua il suo ministero, come per una sua presenza mistica nei suoi successori, vescovi di Roma: il martirio di Pietro in Roma determina il luogo della prosecuzione della sua funzione nella Chiesa e per la Chiesa. Del resto, l’eucaristia celebrata è memoria del sacrificio di Gesù e, in esso, del sangue di Pietro e di Paolo. Per questo, chi guida quella Chiesa presiedendo la sua eucaristia, viene introdotto dal Signore Gesù non in una generica partecipazione al suo sacrificio di amore, ma in quella partecipazione particolare che si dà nell’assunzione del servizio apostolico preminente che Pietro, proprio in quanto l’aveva ricevuta da Gesù, aveva vissuto sino al martirio. Evidentemente non avremo un secondo Pietro che succeda al pescatore di Galilea in tutte le sue prerogative. Chi succede a Pietro non vede il Signore risorto, non è testimone oculare di quanto avvenne dal battesimo di Giovanni sino al giorno dell’ascensione di Gesù al cielo: questi tratti fondanti del ministero di Pietro sono infatti storicamente irripetibili. Secondo la volontà del Signore di fondare la sua Chiesa avviene invece una successione a Pietro nel suo ufficio di «confermare i fratelli nella fede», di «pascere» l’intero gregge del Signore, di essere «roccia» per la Chiesa: compiti le cui forme concrete di esercizio e i cui contorni istituzionali verranno via via a definirsi in rapporto al diffondersi missionario e allo strutturarsi della Chiesa lungo la storia.

 

4. “Cristo ci lascia Pietro come vicario del suo amore” (S. Ambrogio)

L’istituzione del servizio primaziale del Vescovo di Roma, attestata in vari modi già nei primissimi secoli, è conforme alla volontà di Gesù di edificare la sua Chiesa sulla roccia che è Pietro e sugli apostoli con lui. La Chiesa vive perché il Signore la vivifica nella sua Pasqua; nella grazia eucaristica della Pasqua, la Chiesa si ritrova fondata e plasmata proprio secondo quelle garanzie di fedeltà al Vangelo che Gesù aveva stabilito in Pietro e in «quelli con lui»: vincoli perennemente validi che, nel ministero del Papa e nel ministero dei vescovi con lui, operano come essenziali per il procedere della Chiesa nella sua verità. Per irrobustire l’affetto filiale e fraterno per il Papa e per sentire con la Chiesa il valore singolare del suo ministero, ci affidiamo a tre segni che, davvero, stanno all’inizio del ministero petrino del Vescovo di Roma: l’imposizione del pallio, la consegna dell’anello del pescatore, l’insediamento sulla cathedra. L’unica funzione di «roccia» viene a declinarsi in questi compiti simboleggiati dai tre segni evidenziati nell’inizio del pontificato: la cathedra, attraverso il «conferma i tuoi fratelli» di Lc 22, esprime il servizio primaziale della custodia della fede autentica in comunione con il collegio episcopale; il pallio, evocando il «pasci le mie pecore» di Gv 21, indica la cura pastorale per l’autentica unità cattolica del gregge del Signore; l’anello del pescatore, ricordando il conferimento della missione in Lc 5, rimanda al compito di guida suprema della Chiesa nella sua sollecitudine missionaria a favore di tutti gli uomini.

Il Papa conferma i fratelli nella fede autentica. Il Papa esercita la sua funzione di roccia per la Chiesa custodendo la fede nella sua genuinità apostolica. Quanto Stefano affermava nella controversia sul battesimo degli eretici ben riferisce di questa potestas magisteriale del Vescovo di Roma: «Nessuna novità, ma restare nella tradizione». Non certo avendo in orrore la docile e creativa obbedienza allo Spirito nel dire oggi la fede cristiana, ma vigilando gelosamente su quel depositum fidei cui nulla si può togliere né aggiungere, mentre di esso viene invece doverosamentepromossa la comprensione saporosa e feconda; in questo modo, nella Chiesa mai si saprà altro che «Gesù Cristo e questi crocifisso» (cfr.1Cor 2,2), e tutto quanto si osservi e si definisca in rapporto a tempi e lingue nuovi sarà ancorato e orientato a questo unico sapere della fede. Ireneo, in tempi di dottrine vane, lo sapeva bene: «Con tale Chiesa [quella di Roma], a causa della sua preminenza, deve essere in accordo ogni Chiesa, cioè i credenti in ogni luogo, poiché in essa […] è stato conservato ciò che a partire dagli apostoli è tradizione». Il supremo zelo dottrinale del Papa è a servizio di questo: che Gesù Cristo, nella sua indisponibile oggettività, …proprio Lui e non altri, sia «il pastore e vescovo» delle anime tutte (cfr. 1Pt 2,25).  È così decisivo questo suo servizio della verità della fede, che il Papa, e il collegio dei vescovi con lui, a certe condizioni, giungono a definire in modo infallibile aspetti importanti della fede e della morale, sempre per assicurare il retto procedere della Chiesa nella verità del Vangelo. Investendo in certi casi il carisma dell’infallibilità, il Papa interpreta il mistero di Gesù Cristo così che i fedeli sappiano bene che quelle implicazioni del mistero di Gesù Cristo fatte oggetto di definizione sono esenti da errori in virtù di una speciale assistenza dello Spirito Santo: quello stesso Spirito che custodisce la Chiesa tutta nella sua indefettibile fedeltà al Signore. In forza di questo suo servizio dell’oggettività della fede, il Papa garantisce la Chiesa nella sua missione  propria: quella di «perpetuare e trasmettere tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede» (Dei Verbum 8), ovvero la missione di annunciare e testimoniare il mistero di Gesù Cristo che l’ha istituita quale umanità nuova nella sua Pasqua.

Così Benedetto XVI spiegava il senso di questo servizio dell’oggettività della fede, nella Messa del suo insediamento sulla cathedra romana (7 maggio 2005):

Questo è il compito di tutti i Successori di Pietro: essere la guida nella professione di fede in Cristo, il Figlio del Dio vivente. La Cattedra di Roma è anzitutto Cattedra di questo credo. Dall’alto di questa Cattedra il Vescovo di Roma è tenuto costantemente a ripetere: Dominus Iesus – “Gesù è il Signore”, come Paolo scrisse nelle sue lettere ai Romani (10,9) e ai Corinzi (1Cor 12,3). Ai Corinzi, con particolare enfasi, disse: “Anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra… per noi c’è un solo Dio, il Padre…; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui” (1 Cor 8,5). La Cattedra di Pietro obbliga coloro che ne sono i titolari a dire – come già fece Pietro in un momento di crisi dei discepoli – quando tanti volevano andarsene: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6,68ss). Colui che siede sulla Cattedra di Pietro deve ricordare le parole che il Signore disse a Simon Pietro nell’ora dell’Ultima Cena: “….e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli….” (Lc 22,32). Colui che è il titolare del ministero petrino deve avere la consapevolezza di essere un uomo fragile e debole – come sono fragili e deboli le sue proprie forze – costantemente bisognoso di purificazione e di conversione. Ma egli può anche avere la consapevolezza che dal Signore gli viene la forza per confermare i suoi fratelli nella fede e tenerli uniti nella confessione del Cristo crocifisso e risorto […].

Il Vescovo di Roma siede sulla sua Cattedra per dare testimonianza di Cristo. Così la Cattedra è il simbolo della potestas docendi, quella potestà di insegnamento che è parte essenziale del mandato di legare e di sciogliere conferito dal Signore a Pietro e, dopo di lui, ai Dodici […]. «La missione del Vescovo di Roma nel gruppo di tutti i Pastori consiste appunto nel “vegliare” (episkopein) come una sentinella, in modo che, grazie ai Pastori, si oda in tutte le Chiese particolari la vera voce di Cristo-Pastore. Così, in ciascuna delle Chiese particolari loro affidate si realizza l’una, sancta, catholica et apostolica Ecclesia. Tutte le Chiese sono in comunione piena e visibile, perché tutti i Pastori sono in comunione con Pietro, e così nell’unità di Cristo» (Ut unum sint 94).

La facoltà di insegnare, nella Chiesa, comporta un impegno a servizio dell’obbedienza alla fede. Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo […]. Il Papa è consapevole di essere, nelle sue grandi decisioni, legato alla grande comunità della fede di tutti i tempi, alle interpretazioni vincolanti cresciute lungo il cammino pellegrinante della Chiesa. Così, il suo potere non sta al di sopra, ma è al servizio della Parola di Dio, e su di lui incombe la responsabilità di far sì che questa Parola continui a rimanere presente nella sua grandezza e a risuonare nella sua purezza, così che non venga fatta a pezzi dai continui cambiamenti delle mode. La Cattedra è – diciamolo ancora una volta – simbolo della potestà di insegnamento, che è una potestà di obbedienza e di servizio, affinché la Parola di Dio – la sua verità! – possa risplendere tra di noi, indicandoci la strada. Ma, parlando della Cattedra del Vescovo di Roma, come non ricordare le parole che Sant’Ignazio d’Antiochia scrisse ai Romani? Pietro, provenendo da Antiochia, sua prima sede, si diresse a Roma, sua sede definitiva. Una sede resa definitiva attraverso il martirio con cui legò per sempre la sua successione a Roma. Ignazio, da parte sua, restando Vescovo di Antiochia, era diretto verso il martirio che avrebbe dovuto subire in Roma. Nella sua lettera ai Romani si riferisce alla Chiesa di Roma come a “Colei che presiede nell’amore”, espressione assai significativa. Non sappiamo con certezza che cosa Ignazio avesse davvero in mente usando queste parole. Ma per l’antica Chiesa, la parola amore, agape, accennava al mistero dell’Eucaristia. In questo Mistero l’amore di Cristo si fa sempre tangibile in mezzo a noi. Qui, Egli si dona sempre di nuovo […].

Presiedere nella dottrina e presiedere nell’amore, alla fine, devono essere una cosa sola: tutta la dottrina della Chiesa, alla fine, conduce all’amore. E l’Eucaristia, quale amore presente di Gesù Cristo, è il criterio di ogni dottrina.

Il Papa pasce il gregge del Signore nell’unità cattolica. Pascere il gregge significa donare la vita affinché le pecore tutte siano effettivamente del Signore Gesù e non di altri: e lui seguano, distinguendone bene la voce. Il compito di pastore del Papa, lungi dall’offuscare il Pastore supremo (cfr. 1Pt 5,4), ne irraggia la cura premurosa verso le pecore tutte, ciascuna nella sua condizione concreta. Praticando secondo il cuore di Dio questa sollecitudine pastorale, il Papa ama il gregge affidatogli conducendolo fuori da ogni ovile di schiavitù e inedia e difendendolo dalle molteplici rapacità mondane e religiose che assaltano anime e corpi; accompagna il gregge ai pascoli del nutrimento della Parola e dell’Eucaristia. E si dedica, nella sua «presidenza della carità (fraterna)», a vegliare sull’unità della Chiesa promovendo la pluriformità che di quella unità originaria è gemmazione e a quella unità essenzialmente concorre. Pertanto, «sempre unito» con il collegio dei vescovi, il Papa attende alla «unità di fede e di comunione» (Lumen Gentium,18) della Chiesa intera: in lui riconosciamo «il perpetuo e visibile principio e il fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli» (Lumen Gentium 23). Ricordando quanto Giovanni Paolo II nella Ut unum sint abbia insistito sull’urgenza di individuare le forme di questo «servizio di amore» a favore dell’unità dei cristiani, lasciamo che la parola di Benedetto XVI illustri il senso di questo aspetto del ministero petrino a partire dal suo simbolo che è il pallio (Omelia nella Messa di inizio del Ministero Petrino, 24 aprile 2005):

Il primo segno è il Pallio, tessuto in pura lana, che mi viene posto sulle spalle. Questo antichissimo segno, che i Vescovi di Roma portano fin dal IV secolo, può essere considerato come un’immagine del giogo di Cristo, che il Vescovo di questa città, il Servo dei Servi di Dio, prende sulle sue spalle. Il giogo di Dio è la volontà di Dio, che noi accogliamo. E questa volontà non è per noi un peso esteriore, che ci opprime e ci toglie la libertà. Conoscere ciò che Dio vuole, conoscere qual è la via della vita – questa era la gioia di Israele, era il suo grande privilegio. Questa è anche la nostra gioia: la volontà di Dio non ci aliena, ci purifica – magari in modo anche doloroso – e così ci conduce a noi stessi. In tal modo, non serviamo soltanto Lui ma la salvezza di tutto il mondo, di tutta la storia. In realtà il simbolismo del Pallio è ancora più concreto: la lana d’agnello intende rappresentare la pecorella perduta o anche quella malata e quella debole, che il pastore mette sulle sue spalle e conduce alle acque della vita. La parabola della pecorella smarrita, che il pastore cerca nel deserto, era per i Padri della Chiesa un’immagine del mistero di Cristo e della Chiesa. L’umanità – noi tutti – è la pecora smarrita che, nel deserto, non trova più la strada. Il Figlio di Dio non tollera questo; Egli non può abbandonare l’umanità in una simile miserevole condizione. Balza in piedi, abbandona la gloria del cielo, per ritrovare la pecorella e inseguirla, fin sulla croce. La carica sulle sue spalle, porta la nostra umanità, porta noi stessi – Egli è il buon pastore, che offre la sua vita per le pecore. Il Pallio dice innanzitutto che tutti noi siamo portati da Cristo. Ma allo stesso tempo ci invita a portarci l’un l’altro. Così il Pallio diventa il simbolo della missione del pastore […]. La santa inquietudine di Cristo deve animare il pastore: per lui non è indifferente che tante persone vivano nel deserto […]. La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza. Il simbolo dell’agnello ha ancora un altro aspetto. Nell’Antico Oriente era usanza che i re designassero se stessi come pastori del loro popolo. Questa era un’immagine del loro potere, un’immagine cinica: i popoli erano per loro come pecore, delle quali il pastore poteva disporre a suo piacimento. Mentre il pastore di tutti gli uomini, il Dio vivente, è divenuto lui stesso agnello, si è messo dalla parte degli agnelli, di coloro che sono calpestati e uccisi. Proprio così Egli si rivela come il vero pastore: “Io sono il buon pastore… Io offro la mia vita per le pecore”, dice Gesù di se stesso (Gv 10,14s). Non è il potere che redime, ma l’amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell’umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini. Una delle caratteristiche fondamentali del pastore deve essere quella di amare gli uomini che gli sono stati affidati, così come ama Cristo, al cui servizio si trova. “Pasci le mie pecore”, dice Cristo a Pietro, ed a me, in questo momento. Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza, che egli ci dona nel Santissimo Sacramento. Cari amici – in questo momento io posso dire soltanto: pregate per me, perché io impari sempre più ad amare il Signore. Pregate per me, perché io impari ad amare sempre più il suo gregge – voi, la Santa Chiesa, ciascuno di voi singolarmente e voi tutti insieme. Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi. Preghiamo gli uni per gli altri, perché il Signore ci porti e noi impariamo a portarci gli uni gli altri.

Il Papa guida la Chiesa nella sua sollecitudine missionaria a favore di tutti gli uomini. Per il suo ministero compete al Papa di guidare le Chiesa, configurata come unità cattolica, nella missione del Vangelo. Il Papa è investito in maniera singolare del compito di «pescare gli uomini»; in lui continua la missione ricevuta e esercitata da Pietro, quella di presiedere all’andare missionario della Chiesa, nella consapevolezza grata e lieta che Gesù è il Signore di tutti. L’esercizio di questa presidenza si svolge anche nel discernimento e riconoscimento dell’autenticità del Vangelo che le Chiese, in ogni luogo, comunicano agli uomini; così come nella promozione di quella missione che, essendo intrinseca alla natura della Chiesa, non può essere sospesa o maldestramente eseguita. In particolare, spetta al Papa, proprio in quanto successore del Pietro «pescatore di uomini», la responsabilità di ascoltare e raccogliere dalle Chiese tutte la testimonianza delle meraviglie che Dio opera attraverso l’azione missionaria, così che, nella trama dell’unità cattolica, ogni Chiesa si senta incentivata a cercare una pratica missionaria sempre più coerente con la stessa missione del Redentore. Se ogni vescovo è chiamato, in quanto «uomo cattolico», alla cura abituale e quotidiana della Chiesa locale e alla sollecitudine per tutta la Chiesa, al Papa compete quella «potestà suprema» che regola in ultima istanza la vita di ogni Chiesa locale e l’operare di ogni vescovo: non per il gusto mondano della competizione, né per il piacere di un potere assoluto, ma «in vista del bene della Chiesa» (Lumen Gentium, Nota esplicativa previa 3). Allora, esortate e consolate dal «pescatore di uomini», le Chiese, gettando le reti della parola e della testimonianza, sperimenteranno l’efficacia evangelica della missione che trova il suo principio e il suo criterio nell’obbedienza mariana alla Parola del Signore. Lì sta la condizione prioritaria della fecondità della missione ecclesiale; fecondità che, realizzata dalla forza della Parola del Signore e non da accorgimenti meramente umani, onora e alimenta la comunione delle Chiese tutte. Il segno dell’anello del pescatore viene così interpretato da Benedetto XVI:

Il secondo segno, con cui viene rappresentato nella liturgia odierna l’insediamento nel Ministero Petrino, è la consegna dell’anello del pescatore. La chiamata di Pietro ad essere pastore, che abbiamo udito nel Vangelo, fa seguito alla narrazione di una pesca abbondante: dopo una notte, nella quale avevano gettato le reti senza successo, i discepoli vedono sulla riva il Signore Risorto. Egli comanda loro di tornare a pescare ancora una volta ed ecco che la rete diviene così piena che essi non riescono a tirarla su; 153 grossi pesci: “E sebbene fossero così tanti, la rete non si strappò” (Gv 21,11). Questo racconto, al termine del cammino terreno di Gesù con i suoi discepoli, corrisponde ad un racconto dell’inizio: anche allora i discepoli non avevano pescato nulla durante tutta la notte; anche allora Gesù aveva invitato Simone ad andare al largo ancora una volta. E Simone, che ancora non era chiamato Pietro, diede la mirabile risposta: Maestro, sulla tua parola getterò le reti! Ed ecco il conferimento della missione: “Non temere! D’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5,1-11).

Anche oggi viene detto alla Chiesa e ai successori degli apostoli di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo – a Dio, a Cristo, alla vera vita. I Padri hanno dedicato un commento molto particolare anche a questo singolare compito. Essi dicono così: per il pesce, creato per l’acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all’uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. E’ proprio così – nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. E’ proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita […]. Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, presi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con lui. Il compito del pastore, del pescatore di uomini può spesso apparire faticoso. Ma è bello e grande, perché in definitiva è un servizio alla gioia, alla gioia di Dio che vuol fare il suo ingresso nel mondo.

Vorrei qui rilevare ancora una cosa: sia nell’immagine del pastore che in quella del pescatore emerge in modo molto esplicito la chiamata all’unità. “Ho ancora altre pecore, che non sono di questo ovile; anch’esse io devo condurre ed ascolteranno la mia voce e diverranno un solo gregge e un solo pastore” (Gv 10,16), dice Gesù al termine del discorso del buon pastore. E il racconto dei 153 grossi pesci termina con la gioiosa constatazione: “sebbene fossero così tanti, la rete non si strappò” (Gv 21,11). Ahimè, amato Signore, essa ora si è strappata! vorremmo dire addolorati. Ma no – non dobbiamo essere tristi! Rallegriamoci per la tua promessa, che non delude, e facciamo tutto il possibile per percorrere la via verso l’unità, che tu hai promesso. Facciamo memoria di essa nella preghiera al Signore, come mendicanti: sì, Signore, ricordati di quanto hai promesso. Fa’ che siamo un solo pastore ed un solo gregge! Non permettere che la tua rete si strappi ed aiutaci ad essere servitori dell’unità!

Che questa comprensione del ministero del Papa ci conduca a far nostre le parole di un parroco delle nostre terre, amante del Signore e della sua Chiesa: il suo vivissimo senso della fede nel Signore dentro l’appartenenza responsabile e docile alla Chiesa rafforzi in tutti la disposizione ad un’accoglienza grata e cordiale del successore di Pietro… Quanto don Primo Mazzolari (in “Anch’io voglio bene al Papa”) diceva di Pio XII, in un’autentica dichiarazione di amore, lo diciamo, insieme alla Chiesa tutta, di Benedetto XVI:

Solo colui che ama Cristo, può custodire e pascere le sue pecorelle, perché solo colui che ama Cristo può essere riconosciuto dalle sue pecorelle: perché solo colui che ama, vede nelle anime il Cristo e le sa rispettare, aiutare, venerare come membra stesse di lui; perché solo colui che ama, può mutare l’autorità in servigio. Pietro ha un cuore, il suo gran cuore. Cristo glielo prende, lo accende della sua carità e lo inserisce nella pietra, ve lo crocifigge sopra. La chiesa è in queste due realtà: cuore e pietra. Chi separa l’una dall’altra, commette un orribile sacrilegio. Nessuno potrà togliere alla chiesa la fermezza nel testimoniare la verità, perché nessuno potrà togliere dal cuore l’amore […]. Il cuore della chiesa batte col cuore di Pietro, ama col cuore di Cristo. Nel cuore di Pio XII batte il cuore di Pietro, ama il cuore di Cristo. Riposando su quel povero cuore stanco e sofferente – tutti i grandi cuori sono cuori sofferenti – si riposa sul cuore di Cristo.

Liberamente tratto da un articolo di don Mario Antonelli

Dieci anni dell'Associazione "Maria SS. dell'Elemosina"

Una riflessione sulla nascita dell’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina” di Biancavilla, ad opera di uno dei soci fondatori, che è stato anche primo Segretario.

 di Alessandro Scaccianoce

L’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina” nasce il 29 giugno 2002 a Biancavilla, mediante la sottoscrizione comune di una dichiarazione di intenti da parte di oltre 30 soci fondatori.

Lo scopo principale dell’Aggregazione è promuovere il culto alla Madonna dell’Elemosina, Patrona e Protettrice di Biancavilla, atrtaverso la cura delle celebrazioni in suo onore e attraverso iniziative finalizzate a tenere viva la fede e la memoria storica dei benefici elargiti dalla Madre del Signore sulla città e sul popolo di Biancavilla e la plurisecolare devozione dei fedeli biancavillesi che si è concretizzata in opere d’arte, monumenti e brillanti figure di uomini e donne che hanno illustrato la nostra cittadina nel panorama culturale (penso al prof. G. Sangiorgio), religioso (su tutti Mons. A. Distefano), politico (l’on. Uccellatore e il sindaco Dino laudani) e civile italiano. 

L’Associazione, per questi motivi, raccoglie e valorizza tutto il patrimonio devozionale che si è espresso nei secoli, dandogli una forma concreta e nuova, nel contesto pluriforme e anche un po’ dispersivo della società globalizzata in cui si rende necessario ravvivare la fede, tenerla viva ed alimentarla, perchè “nessuno può credere da solo, come nessuno può vivere da solo” (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica).

In altri termini, nel contesto della realtà ecclesiale di Biancavilla, articolata – spesso parcellizzata – in parrocchie e gruppi parrocchiali, oltre alle antiche confraternite, l’Associazione rappresenta un modo nuovo di esprimere la lunga, costante ed ininterrotta devozione mariana del popolo biancavillese. Essa consente di ritrovarsi insieme, recuperando un’identità religiosa e cittadina insieme. Per tale via, quel sentimento antico, che si perpetua e si trasmette quasi “geneticamente” di padre in figlio, di viscerale amore alla Madonna dell’Elemosina, è diventato ad un certo punto un elemento di aggregazione, proprio sulla scorta del rinnovamento spirituale auspicato dal Grande Giubileo dell’Anno 2000.

Pertanto, continuiamo a ripetere – proprio perché ne siamo convinti –  che l’Associazione è frutto eminente della devozione alla Madonna e, in ultima analisi, è stata ispirata e voluta dalla Madonna stessa, perché è l’amore per Lei che da dieci anni continua a raccogliere uomini e donne diversissimi per età, formazione e cultura, in una forma (quella associativa) che favorisse ed accrescesse questo stesso amore, in quel legame evangelico che è “più forte della carne e del sangue” (“Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli?”).

Con tale consapevolezza, possiamo ben dire che, al compimento di questi dieci anni ci ritroviamo a celebrare non tanto ciò che noi abbiamo fatto per la Madonna, in suo onore,  ma il mare di grazie, di favori e di benevolenza che Ella ha profuso, attraverso la forma dell’Associazione, a quanti si sono accostati al suo cuore materno, con semplicità e stupore. Da qui il motto elaborato per questo evento: “Opus tuum nos, o Maria” (“Siamo opera tua, o Maria”) e che da oggi diventa il motto che si associa al logo identificativo della nostra Realtà Associativa.

Quante consolazioni la Madonna ha donato ai suoi devoti, quanti momenti di gioia, di comunione e di sincera fratellanza ha regalato alla nostra Aggregazione in questi dieci anni! Anche lacrime condivise, per quei compagni di cammino che ci hanno lasciato per entrare nella vita definitiva. Certo, non sono mancate incomprensioni e tensioni, dovute alle nostre debolezze e alle nostre miserie. Anche in tali occasioni la nostra Associazione ha sperimentato che la radice, il fondamento dello “stare insieme” non è nella nostra bravura o nella nostra abilità organizzativa, ma nell’essere fondata su un esclusivo, sincero, tenero e filiale affetto alla Madonna della Misericordia. Lei, prima di tutto, prima di ogni nostra azione e ogni nostro progetto, Lei sopra ogni nostro calcolo o desiderio, sopra i sentimenti di gelosia o di rivalsa, che talvolta si radicano nel nostro misero cuore. Perché essere membri dell’Associazione non vuol dire affatto essere migliori degli altri. Ma essere disposti a ricominciare dopo ogni errore, a rialzarsi dopo ogni caduta, a lasciarsi plasmare dall’azione del Signore che ci interpella e ci chiama ogni giorno ad una novità di vita.

Al compimento di questo primo traguardo, possiamo guardare avanti con fiducia e speranza, sapendo che la nostra Madre del cielo ci precede e ci accompagna… e continua a pregare noi! Non siamo soli nel nostro cammino terreno, e tantomeno nella nostra esperienza di fede. La Madonna, proprio Lei, ci ha messo accanto tanti fratelli e sorelle che costituiscono una “compagnia di vita buona”, che ci aiutano e ci sostengono, rispetto ai quali possiamo farci “prossimo”. Ed è questa, credo, la dimensione più bella della nostra Associazione. Poi ci sono le processioni, le iniziative culturali e di carità, i pellegrinaggi, le pubblicazioni, il sito… Ma tutto è un “di cui”, un derivato della misericordia del Signore, di cui abbiamo fatto esperienza in carne e ossa.

Sotto il manto della Madonna – quel manto simboleggiato dallo scapolare – non siamo soli. Non solo c’è posto per tutti nel Suo cuore ma, per il semplice fatto di confidare nel Suo cuore, ci ritroviamo al fianco di molti fratelli e sorelle. E in questi dieci anni lo abbiamo ben sperimentato.

La devozione al Cuore Immacolato di Maria

Memoria mariana di origine devozionale, istituita da Pio XII, la celebrazione della festa del Cuore Immacolato di Mariaci invita a meditare sul mistero di Cristo e della Vergine nella sua interiorità e profondità. Maria, che custodisce le parole ed i fatti del Signore meditandoli nel suo cuore (Lc 2,19), è dimora dello Spirito Santo, sede della sapienza (Lc 1,35), immagine e modello della Chiesa che ascolta e testimonia il messaggio del Signore (cfr Lc 11,28). (Mess. Rom.)

Il promotore della festa liturgica del Cuore Immacolato di Maria fu San Giovanni Eudes (1601-1680) che già verso il 1643, la cominciò a celebrare con i religiosi della sua congregazione. Nel 1668 le festa e i testi liturgici furono approvati dal cardinale legato per tutta la Francia, mentre Roma si rifiutò più volte di confermare la festa. Fu solo dopo l’introduzione della festa del S. Cuore di Gesù nel 1765, che verrà concessa qua e là la facoltà di celebrare quella del Cuore di Maria, tanto che anche il Messale romano del 1814 la annovera ancora tra le feste “pro aliquibus locis”. Papa Pio XII estese nel 1944 la festa a tutta la Chiesa, a perenne ricordo della Consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria, da lui fatta nel 1942. Il Culto del Cuore Immacolato di Maria ha ricevuto un forte impulso dopo le apparizioni di della Madonna a Fatima del 1917.

La vicinanza delle due feste riconduce a S. Giovanni Eudes, il quale nei suoi scritti non separò mai i due Cuori di Gesù e di Maria e sottolinea l’unione profonda della madre col Figlio di Dio fatto carne, la cui vita pulsò per nove mesi ritmicamente con quella del cuore di Maria.
La Liturgia della festa sottolinea il lavorio spirituale del cuore della prima discepola di Cristo e presenta Maria come protesa, nell’intimo del suo cuore, all’ascolto e all’approfondimento della parola di Dio. Maria medita nel suo cuore gli eventi in cui è coinvolta insieme a Gesù, cercando di penetrare il mistero che sta vivendo: conservare e meditare nel suo cuore tutte le cose, le fa scoprire la volontà del Signore, come un pane che la nutre nell’intimo, come un’acqua zampillante in un fecondo terreno. Con questo suo modo di agire, Maria ci insegna a nutrirci in profondità del Verbo di Dio, a vivere sfamandoci e abbeverandoci di lui e soprattutto a trovare Dio nella meditazione, nella preghiera e nel silenzio. Maria, infine, ci insegna a riflettere sugli avvenimenti della nostra vita quotidiana e a scoprire in essi Dio che si rivela, inserendosi nella nostra storia.

ESAME DI COSCIENZA PER I SACERDOTI

Esame proposto dalla Congregazione per il Clero a tutti i sacerdoti, da compiersi in particolare nel giorno della solennità del Sacro Cuore, giornmata di preghiera per la santificazione dei sacerdoti.

1. «Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità » (Gv 17,19)

Mi propongo seriamente la santità ne l mio sacerdozio? Sono convinto che la fecondità del mio ministero sacerdotale viene da Dio e che, con la grazia dello Spirito Santo, devo identi ficarmi con Cristo e dare la mia vita per la salvezza del mondo?

2. «Questo è il mio corpo » (Mt 26,26)

Il Santo Sacrificio della Messa è il centro della mia vita interiore? Mi preparo bene, celebro devotamente e dopo, mi raccolgo in ringraziamento? La Messa costituisce il punto di riferimento abituale nella mia giornata per lodare Dio, ringraziarlo dei suoi benefici, ricorrere alla sua benevolenza e riparare per i miei peccati e per quelli di tutti gli uomini?

3. «Lo zelo per la tua casa mi divora » (Gv 2,17)

Celebro la Messa secondo i riti e le norme stabilite, con autentica motivazione, con i libri liturgici approvati? Sono attento alle sacre spec ie conservate nel tabernacolo, rinnovandole periodicamente? Conservo con cura i vasi sacri? Porto con dignità tutte le vesti sacre prescritte dalla Chiesa, tenendo presente che agisco in persona Christi Capitis?

4. «Rimanete nel mio amore » (Gv 15,9)

Mi procura gioia rimanere davanti a Gesù Cristo presente nel Santissimo Sacramento, nella mia meditazione e silenziosa adorazione? Sono fedele alla visita quotidiana al Santissimo Sacramento? Il mio tesoro è nel tabernacolo?

5. «Spiegaci la parabola » (Mt 13,36)

Faccio ogni giorno la mia meditazione con attenzione, cercando di superare qualsiasi tipo di distrazione che mi separi da Dio, cercando la luce del Signore che servo? Medito assiduamente la Sacra Scrittura? Recito con attenzione le mie preghiere abituali?

6. È necessario « pregare sempre, senza stancarsi » (Lc 18,1)

Celebro quotidianamente la Liturgia delle Ore integralmente, degnamente, attentamente e devotamente? Sono fedele al mio impegno con Cristo in questa dimensione importante del mio ministero, pregando a nome di tutta la Chiesa?

7. «Vieni e seguimi » (Mt 19,21)

È, nostro Signore Gesù Cristo, il vero amore della mia vita? Osservo con gioia l’impegno del mio amore verso Dio nella continenza celibataria? Mi sono soffermato coscientemente su pensieri, desideri o atti impuri; ho tenuto conversazioni sconvenienti?

Mi sono messo nell’occasione prossima di peccare contro la castità? Ho custodito il mio sguardo? Sono stato prudente nel trattare con le varie categorie di persone? La mia vita rappresenta, per i fedeli, una testimonianza del fatto che la purezza è qualcosa di possibile, di fecondo e di lieto?

8. «Chi sei Tu? » (Gv 1,20)

Nella mia condotta abituale, trovo elementi di debolezza, di pigrizia, di fiacchezza? Le mie conversazioni sono conformi al senso umano e soprannaturale che un sacerdote deve avere? Sono attento a far sì che nella mia vita non si introducano particolari super ficiali o frivoli? In tutte le mie azioni sono coerente con la mia condizione di sacerdote?

9. «Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo » (Mt 8,20)

Amo la povertà cristiana? Ripongo il mio cuore in Dio e sono distaccato, interiormente, da tutto il resto? Sono disposto a rinunciare, per servire meglio Dio, alle mie comodità attuali, ai miei progetti personali, ai miei legittimi affetti? Possiedo cose super flue, ho fatto spese non necessarie o mi lascio prendere dall’ansia del consumismo? Faccio il possibile per vivere i momenti di riposo e di vacanza alla presenza di Dio, ricordando che sono sempre e in ogni luogo sacerdote, anche in quei momenti?

10. «Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli » (Mt 11,25)

Ci sono nella mia vita peccati di superbia: difficoltà interiori, suscettibilità, irritazione, resistenza a perdonare, tendenza allo scoraggiamento,ecc.? Chiedo a Dio la virtù dell’umiltà?

11. «E subito ne uscì sangue e acqua » (Gv 19,34)

Ho la convinzione che, nell’agire « nella persona di Cristo », sono direttamente coinvolto nel medesimo Corpo di Cristo, la Chiesa? Posso dire sinceramente che amo la Chiesa e che servo con gioia la sua crescita, le sue cause, ciascuno dei suoi membri, tutta l’umanità?

12. «Tu sei Pietro » (Mt 16,18)

Nihil sine Episcopo niente senza il Vescovo – diceva Sant’Ignazio di Antiochia: queste parole sono alla base del mio ministero sacerdotale? Ho ricevuto docilmente comandi, consigli o correzioni dal mio Ordinario? Prego specialmente per il Santo Padre, in piena unione con i suoi insegnamenti e intenzioni?

13. «Che vi amiate gli uni gli altri » (Gv 13,34)

Ho vissuto con diligenza la carità nel trattar e con i miei fratelli sacerdoti o, al contrario, mi sono disinteressato di loro per egoismo, apatia o noncuranza? Ho criticato i miei fratelli nel sacerdozio? Sono stato accanto a quanti soffrono per la malattia fi sica o il dolore morale? Vivo la fraternità affinché nessuno sia solo? Tratto tutti i miei fratelli sacerdoti e anche i fedeli laici con la stessa carità e pazienza di Cristo?

14. «Io sono la via, la verità e la vita » (Gv 14,6)

Conosco in profondità gli insegnamenti della Chiesa? Li assimilo e li trasmetto fedelmente? Sono consapevole del fatto che insegnare ciò che non corrisponde al Magistero, sia solenne che ordinario, costituisce un grave abuso, che reca danno al le anime?

15. «Va’ e d’ora in poi non peccare più » (Gv 8,11)

L’annuncio della Parola di Dio porta i fe deli ai sacramenti. Mi confesso con regolarità e con frequenza, conformemente al mio stato e alle cose sante che tratto? Celebro con generosità il sacramento della riconciliazione? Sono ampiamente disponibile alla direzione spirituale dei fedeli dedicandovi un tempo specifico? Preparo con cura la predicazione e la catechesi? Predico con zelo e con amore di Dio?

16. «Chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui » (Mc 3,13)

Sono attento a scorgere i germi di voca zione al sacerdozio e alla vita consacrata? Mi preoccupo di diffondere tra tutti i fedeli una maggiore coscienza della chiamata universale alla santità? Chiedo ai fedeli di pregare per le vocazioni e per la santificazione del clero?

17. «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire » (Mt 20,28)

Ho cercato di donarmi agli altri nel quotid iano, servendo evangelicamente? Manifesto la carità del Signore anche attraverso le opere? Vedo nella Croce la presenza di Gesù Cristo e il trionfo dell’amore? Impronto la mia quotidianità allo spirito di servizio? Considero anche l’esercizio dell’autorità legata all’ufficio una forma imprescindibile di servizio?

18. «Ho sete » (Gv 19,28)

Ho pregato e mi sono sacrificato veramente e con generosità per le anime che Dio mi ha affidato? Compio i miei doveri pastorali? Ho sollecitudine anche per le anime dei fedeli defunti?

19. «Ecco il tuo figlio! Ecco la tua madre! » (Gv 19,26-27)

Ricorro pieno di speranza alla Santa Vergine, Madre dei sacerdoti, per amare e far amare di più suo Figlio Gesù? Coltivo la pietà mariana? Riservo uno spazio in ogni giornata per il Santo Rosario? Ricorro alla Sua materna intercessione nella lotta contr o il demonio, la concupiscenza e la mondanità?

20. «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito » (Lc 23,44)

Sono sollecito nell’assistere ed amministrare i sacramenti ai moribondi? Considero nella mia meditazione personale, nella catechesi e nella ord inaria predicazione la dottrina della Chiesa sui Novissimi? Chiedo la grazia della perseveranza finale ed invito i fedeli a fare altrettanto? Offro frequentemente e con devozione i suffragi per le anime dei defunti?

Amore, Consacrazione e Riparazione: le caratteristiche della devozione al Cuore di Cristo

 

La  devozione al Sacro Cuore è una norma direttiva di vita, una nuova concezione della vita e del mondo. Essa impegna l’intera vita di un cattolico. e la trasforma, col tempo, in un nuovo modo di vivere. È un modo di concepire la vita che si adatta benissimo al nostro tempo.
L’immagine del S. Cuore non è affatto la cosa più importante. Ciò che è più importante è il concetto della vita del Cattolicesimo.

 1 – Concezione immanente del mondo

Il mondo oggi vive solo per il proprio interesse. È talmente preso dai piccoli interessi della vita materiale che non ha nemmeno il tempo di pensare a Dio e di occuparsi della vita soprannaturale.
Il pericolo maggiore del momento presente è la separazione tra la religione e la vita. La religione nel pensiero o nel cuore per qualche momento; il resto per la vita, gli affari, il proprio comodo.

2 – La rivelazione del S. Cuore per me

Nel mondo ora descritto ecco comparire la devozione al S. Cuore, come un bagliore che illumina e ci mostra il significato profondo delle cose. Come all’improvviso, il mondo cambia ai nostri occhi. Si ha la percezione che qualsiasi azione morale ha un senso molto più profondo, che non possiamo scherzare con la nostra vita di santità, che siamo uniti a Gesù Cristo in intima relazione.
In mezzo a questo mondo le cui azioni non sembrano aver valore alcuno appare davanti a noi come un richiamo: «Tutto ciò è una operazione al Cuore di Cristo».
Certo ogni cosa ha questa conseguenza. Essa è una realtà e in tal modo «per me» il mondo  cambia totalmente  aspetto.
Questa concezione del mondo può arrivare a trasformare completamente un uomo.
Come agli Apostoli che stavano nel cenacolo a porte chiuse, così come forse viviamo noi, chiusi in una gretta osservanza delle leggi di Dio e della chiesa, improvvisamente Gesù Cristo compare e con la sua presenza dice: «Perché mi avete dimenticato? Non sapevate che io sono vivo? Perché mi considerate morto? Ho ancora parte nella vostra vita. Sono vivo: guardate le mie mani e il mio cuore».
Il mondo cambia ai nostri occhi dal momento che ci è mostrato il fine delle cose e delle azioni: sia nei nostri riguardi, sia, soprattutto, riguardo a Gesù.
Da questa luce e da questa visione inizia per noi un genere di vita nuovo. Infatti per l’anima in questo mondo altro non esiste che se stessa e Gesù: le altre anime e le altre cose tutte esistenti, essa deve considerarle unicamente attraverso Gesù Cristo ed in quanto le conducono a Lui.

3 – Punti fondamentali della devozione al S. Cuore

Ci sembra che la rivelazione del Cuore di Cristo e il suo significato si possa racchiudere in due principi, dai quali deriva una norma di azione racchiusa nei concetti di Consacrazione e di Riparazione in unione al sacrificio di Cristo.

Primo Principio – Cristo mi ama adesso

Devozione al S. Cuore significa dare a Cristo il posto che Gli spetta nel mondo e nella nostra vita. Perché Gesù non può essere sostituito, anche con la figura del più grande santo e con la Madonna stessa. Cristo personalmente continua a reclamare da noi un amore assoluto come lo esigeva nella sua vita.
Il Cattolicesimo consiste precisamente non solo nell’evitare il peccato ma in un dialogo continuo con una persona viva, Gesù Cristo, che ci è molto vicino, più vicino di quello che possiamo immaginare.
Questo concetto della vita ci mostra che tutto proviene da Gesù che ci ama, al momento presente. Non ci amò solamente nella sua vita mortale fino a dare il suo sangue per noi, ma oggi e adesso pensa continuamente a noi, a te, a me.
La realtà della grazia è una realtà di oggi ed è Gesù Cristo che ad ogni momento sceglie ed invia le grazie che ognuno di noi riceve.

Secondo Principio – Gesù Cristo gode e soffre adesso

Le nostre azioni sono o una gioia o una vera ferita al Cuore di Cristo. Non solo perché nella sua vita mortale Egli le vide tutte e Gli furono causa di gioia e di dolore, ma anche perché adesso Gesù Cristo ne risente. Ora Gesù non può più soffrire nel Suo corpo fisico, può invece gioire e godere. Ogni azione buona Gli reca un piacere. Si rallegra nel vedermi entrare in una chiesa come farebbe un amico a cui facessi visita.
I nostri peccati invece, benché non possano in Lui causare dolore alcuno, dato che Egli è per la sua glorificazione impassibile, sono però oggetto della sua intima compassione; e una vera ferita è perciò causa di sofferenza per il suo Mistico Corpo. Noi che apparteniamo alla chiesa cattolica siamo una sola cosa, e le azioni di ognuno di noi influiscono sull’intero Corpo Mistico. Dio ha voluto che dalla nostra perfezione dipendesse la salvezza di molte anime.
Il peccatore ha perso per la vita soprannaturale ogni diritto e non ha nemmeno la possibilità di esprimere un desiderio efficace di essere liberato dal peccato. Un tale desiderio è frutto infatti della misericordia divina e Dio può far dipendere la concessione di questa grazia dalle nostre preghiere e opere buone. Dio non invia alla Sua Chiesa molte grazie perché i nostri peccati realmente glielo impediscono. Il corpo Mistico soffre realmente dei peccati di ognuno di noi.

L apparizione sulla via di Damasco non era un semplice simbolo. Il Cuore di Cristo ferito ci mostra questa vera sofferenza. Non solo i dolori che patì durante la sua vita sulla terra, ma anche quelli attuali nel Suo Corpo mistico, e il suo sentimento di attuale compassione per i peccati e le sofferenze delle sue membra.

Come rispondere all’amore di Cristo

Illuminata dal Cuore di Cristo ogni cosa, sia essa piacevole o meno, ci appare in ultima analisi come proveniente sempre dall’amore di Cristo, ogni umana azione ci si mostra come indice dello stato dei nostri rapporti con Cristo: risposta negativa o positiva nel nostro colloquio con il Figlio di Dio.
Se noi fossimo veramente convinti di ciò, se avessimo questo grande amore a Gesù Cristo ci sarebbe quasi impossibile dimenticarlo. Non saremmo capaci di passare davanti ad una chiesa e di non entrare a salutarLo, come del resto riterremmo psicologicamente impossibile comportarci così con nostro fratello.
Quando avremo trovato il valore di tutte le cose di questo mondo, avremo capito innanzi tutto il valore della nostra esistenza. Motivo del nostro agire ci apparirebbe, quale in realtà è, il dare una risposta positiva a Gesù Cristo arrecandogli così una nuova gioia.

Consacrazione e riparazione

Apparteniamo al Signore: «Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore» (Rm. 14, 8).
Convinti di ciò dobbiamo offrirci al Signore: «Prendi e ricevi le mie azioni e la mia persona; disponi di tutto me stesso per la tua gloria». Realizzeremo così la nostra Consacrazione come la cosa più naturale. Ci sarà più facile psicologicamente l’evitare il peccato che può offenderlo, giungendo così a vivere la riparazione negativa. Ci sentiremo spinti ad amare Cristo e a servirlo in modo da compensare la dimenticanza di tanti uomini, realizzando così la riparazione affettiva. Sapremo dare uno scopo alle nostre difficoltà e sofferenze offrendole a Cristo in riparazione dei nostri peccati e di quelli degli altri, attuando lo spirito di riparazione afflittiva, in unione al sacrificio di Cristo in Croce che si rinnova quotidianamente sugli altari.
La consacrazione assume così un aspetto di riparazione e la riparazione compenetrandoci sempre più a Gesù Cristo completa e perfeziona la nostra consacrazione stessa.
Per la nostra unione con Cristo, Egli vive in noi e noi siamo le sue immagini nel mondo, i testimoni della sua presenza nella Chiesa. Dopo esserci offerti con Cristo nella Messa, ed esserci uniti al Suo sacrificio, Egli viene a noi nella Comunione, per trasformarci in Sé. Ecco lo scopo del nostro intimo rapporto con Cristo: trasformarci in Lui per essere sempre più e sempre meglio i suoi visibili rappresentanti. La nostra trasformazione in Gesù Cristo deve infatti trasparire nelle nostre azioni esterne; la nostra vita deve essere una visibile rivelazione che indichi agli uomini il valore delle cose e del mondo intero. Gli uomini devono finalmente accorgersi che noi siamo veramente morti a noi stessi ed al mondo della corruzione affinché Cristo viva in noi.

Preghiamo con fervore Dio, Padre nostro e Padre di Cristo, che si degni di concederci la grazia di avere una personale rivelazione del Cuore di Gesù, nel senso sopra spiegato, in modo che noi sappiamo realizzare nella nostra vita una reale devozione quale è voluta dal Padre, e amata dal Cuore del Figlio.
«Nessuno conosce il Figlio all’infuori del Padre» (Mt. 11, 27). Domandiamogli che ci comunichi questa conoscenza, con le parole dallo Spirito Santo ispirate a S. Paolo: «Piego le ginocchia davanti al Padre del Signor nostro Gesù Cristo… affinché Egli dimori nei (vostri) cuori per mezzo della Fede… radicati e fondati nell’Amore». (Ef. 3,14).

“In Corde Jesu”
La devozione al Sacro Cuore di Gesù
di P. Louis Mendizabal S.J.