Primo Sabato di Marzo

Presidenza SME

a tutti i soci

Si ricorda ai carissimi fratelli e sorelle consociati, l’appuntamento di oggi 3 marzo, primo sabato di mese. Ci incontreremo in Basilica Santuaro elle ore 18,00 per la recita del S. Rosario e a seguire per la S. Messa vespertina; subito dopo, presso l’Aula Capitolare vivremo il consueto incontro formativo mensile curato dal P. Assistente  che in questa occasione verterà su: “Gesù Cristo patì sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto” (dal Credo – Catechismo Chiesa Cattolica). Al termine dell’incontro spirituale sarà presentato il programma del pellegrinaggio estivo “Ad Petri Sedem” in occasione del 10° Anniversario di fondazione dell’Associazione.

Si ricorda inoltre a tutti i Soci che si accettano ancora prenotazioni per il Ririto spirituale di Quaresima (Domenica 11 – PP. Passionisti, Mascalucia) e per il Pellegrinaggio in Cattedrale per il Rinnovo della Professione di Fede presso la Cattedra del Vescovo.

 

 

Il bisogno fondamentale: preti santi. Ma attenzione alle condanne aprioristiche

Riflessioni a margine degli episodi di cronaca che hanno riguardato alcuni preti italiani. Richiamo alla Santità  del sacerdozio di eminenti presuli italiani e osservazioni critiche su certe montature mediatiche.

di Alessandro Scaccianoce

Parole profetiche quelle che Mons. Mario Oliveri, Vescovo di Albenga-Imperia, ha indirizzato al clero nel suo messaggio spirituale per la Quaresima 2012. Avevamo già parlato di Mons. Oliveri, pochi giorni fa, per il fatto di essere tra i Vescovi più amati d’Italia.  Le sue parole colgono veramente nel segno, a proposito di episodi piuttosto sconvenienti, venuti a galla negli ultimi giorni a carico di alcuni preti. Prendendo le mosse dalla meditazione sulla conversione di San Paolo (Atti degli Apostoli, al cap. 26, vv. 14-18), Mons. Oliveri, uomo di profonda spiritualità e grande conoscitore dell’animo umano,  vede nell’esperienza umana dell’Apostolo delle genti il prototipo di ogni esperienza sacerdotale, di ogni attività pastorale e missionaria. “Nell’Apostolo Paolo – scrive il Vescovo – si concentra mirabilmente tutto il mistero della Redenzione che deve avvenire, realizzarsi in ogni uomo; si concentra tutto il mistero dell’Apostolato che avviene nella Chiesa e per mezzo della Chiesa; si esalta in maniera evidentissima la necessità della conversione di ogni uomo a Gesù Cristo e della necessità della fede in Lui perché avvenga la redenzione dell’uomo, del mondo”.

Dall’esperienza di Paolo, convertito e testimone, Mons. Oliveri trae spunto per rivolgersi ai Suoi sacerdoti e diaconi, con una mirabile esortazione: “Vogliamo perciò in questo santo Tempo, noi fatti partecipi dell’apostolato e della missione affidata da Dio a Paolo, agli Apostoli, riappropriarci della nostra somiglianza a Cristo, generata in noi dalla Grazia, e riappropriarci della nostra capacità ministeriale, essa pure generata in noi dalla Grazia(…). Risvegliamo in noi la convinzione che ad occhi chiusi non si può camminare, e che chi cammina senza la fede, senza la luce della fede, avanza ad occhi chiusi, verso dove? verso cosa?”. Da questo Mons. Oliveri ricava la prima indicazione pastorale: “vogliamo cogliere questo tempo di Quaresima come opportuno momento per riprendere con grande vigore la “praedicatio Christi”, riproponendo ai fedeli il contenuto della Fede, il vero contenuto di tutto il Credo Cattolico”. Ma accanto all’annuncio della fede, un altro compito è proprio dell’Apostolo. Scrive Mons. Oliveri: “esso è strettamente connesso con il primo, e consiste nell’offrire tutti i mezzi di Grazia necessari affinché chi per mezzo della fede passa dalle tenebre alla luce, passi anche dal potere di satana a Dio, ed ottenga la remissione dei peccati, e diventi erede appunto della vita eterna, possedendola già ora in germe, nella speranza”. Pertanto, il Vescovo di Albenga esorta: “Colgo l’occasione, cari Sacerdoti e Diaconi, per invitarvi con tutte le forze a rendere ben visibile ed evidente la stretta connessione tra il ministero dell’evangelizzazione e quello della santificazione; si esercita l’uno e l’altro congiuntamente; l’evangelizzazione conduce alla santificazione“. In questo forte richiamo ai compiti essenziali dei ministri ordinati, Mons. Oliveri conferma il suo grande radicamento nella fede del Signore, esortando il clero a vivere del rapporto speciale con Cristo: “Né si dimentichi che è proprio nei Sacramenti e in tutta la Liturgia che il ministro del Vangelo trova la fonte della propria santificazione e la forza di predicare agli altri, a chiunque altro, la fede, la propria fede, e di comunicare agli altri quello che egli stesso riceve continuamente dalla grazia dei sacramenti e di tutta la divina Liturgia”.

L’esortazione finale del suo messaggio per la Quaresima è un invito proprio a ritornare alle motivazioni della propria fede e a tener vivo il continuo movimento interiore verso Cristo dei sacerdoti, anche quando ciò significhi anticonformismo rispetto allo “spirito del mondo”: la continua “Conversio ad Christum” ed il lasciarsi riempire di Lui per essere “ministri e testimoni” di Lui e di tutte le cose da Lui rivelate, richiedono la “aversio” da noi stessi e dalle cose del mondo”.

Parole profetiche, queste, come dicevamo. Certamente animate dalla consapelovezza di un imperante secolarismo che si è infiltrato nella Chiesa e che è alla base di tante cadute di stile, o addirittura di atti infami, da parte di certi membri del clero, cui le cronache ci hanno – nostro malgrado – abituato. Siamo tutti ben consapevoli della fragilità umana e di quanto sia difficile oggi vivere valori opposti a quelli “urlati” dal mondo. Si fa presto, in tali casi, ad accusare il Vescovo di turno e a gettare discredito sull’intera istituzione Chiesa; ma ci pare opportuno precisare che il Vescovo non può, contestualmente all’ordinazione sacerdotale, trasferire all’ordinando la Santità.  Vegliare e vigilare, certo, è necessario, ma il rigore o, peggio, il clima del sospetto non possono essere la soluzione. Piuttosto, occorre recuperare  autorevolezza e credibilità da parte dei Pastori. Perché la riforma della Chiesa riguarda tutte le sfere.

Soprattutto, occorre esortare alla Santità.  Con ogni mezzo. Come fa il Santo Padre e come fanno molti Santi Vescovi. Alla voce di Mons. Oliveri si aggiunge, dall’altro capo dell’Italia, anche il richiamo di Mons. Nino Raspanti, Vescovo di Acireale, che sui fatti di cronaca esorta in questi termini: “La comunità diocesana deve rientrare in se stessa e impegnarsi nel cammino penitenziale della Quaresima appena iniziato per seguire senza esitazioni il Vangelo di Gesù e assumere le mentalità e i comportamenti che da questo derivano, per essere testimone credibile davanti alla società e a chiunque le chieda ragione della fede e dell’adesione al Cristo”. Già, perché puntare il dito contro gli altri è facile, ma la fede si testimonia personalmente. Soprattutto, bisogna diffidare dalle montature mediatiche fatte ad arte, quando i fatti potrebbero essere ben diversi da come si prospetta enfaticamente. In altri termini, la criminalizzazione aprioristica e spietata è un rischio da evitare. Non poche volte, infatti, dietro le accuse ci sono tentativi di screditare la Chiesa a partire da fatti lontani nel tempo e forse anche difficili da ricostruire nella loro verità. Perchè un signore, dopo 30 anni, dovrebbe rifarsi vivo e accusare un prete di averlo molestato, quando lo stesso prete fa rilevare che è stato lo stesso “allora ragazzo” a provocarlo per un episodio isolato? Perchè registrare e mettere in rete una pseudo dichiarazione che sa solo di attacco mirato? Davvero questo episodio di 30 anni fa gli avrebbe distrutto la vita?  O non si cerca, piuttosto, pubblicità? Fama? Soldi? Esiste il peccato, ma esiste la redenzione, il perdono.

Ci sembrano significative, in tale contesto di richiami all’essenzialità della figura e della missione sacerdotali, anche le parole del Card. Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna: questa è la necessità fondamentale del momento. Forse andiamo verso tempi in cui la Chiesa sarà qui in Occidente spogliata di molte cose. Ma essa può farne senza. Ma non può fare senza sacerdoti santi: capaci di santificare e di offrire “sacrifici secondo giustizia”. Di essi la Chiesa oggi ha soprattutto bisogno: il Signore che ce lo ispira, compia questo desiderio”.

Chiesa e ICI: a rischio scuole e asili cattolici

Redazione SME

Tra gli scopi del nostro spazio virtuale vi è quello di affermare la verità dei dati di fatto, contro le mistificazioni cui è soggetta, purtroppo, la Chiesa Cattolica, sempre più vittima di accuse ingiustificate e mistificatorie. Tra le tante polemiche montate ad arte, negli ultimi mesi il mondo laicista si è scatenato accusando la Chiesa di godere di ingiusti privilegi, come l’esenzione dal pagamento dell’ICI che avrebbe sottratto allo Stato italiano svariati “milioni di euro”. Si è visto, invece, che l’esenzione riguarda cifre assolutamente irrilevanti (si tratta di centinaia di miglialia di euro, briciole rispettto al bilancio dello Stato). Ma, come hanno detto più volte i Vescovi, non vi è nessun desiderio di godere di privilegi e tuttavia, invece di fare facile populismo, occorre tener conto del grande valore valore educativo e sociale svolto dalla Chiesa Cattolica in Italia (per restare nel nostro Paese) per leggere con uno sguardo più chiaro e approfondito il provvedimento del Governo italiano che, in questi ultimi giorni, ha suscitato non poche polemiche. Non si tratta di difendere privilegi, ma di riconoscere il valore sociale di certe attività, come scuole, asili, servizi Caritas. Anche in questo caso, infatti, non si può generalizzare indiscriminatamente. Proprio in nome di una sana laicità, che difenda il contributo di tutti alla crescita economica e sociale del Paese.

“È viva la nostra preoccupazione circa lo sviluppo delle decisioni che il governo vuole intraprendere circa la tassazione di nostri beni immobili”, ha dichiarato a riguardo don Lorenzelli SDB, Presidente Nazionale della Cism (Conferenza Italiana Superiori Maggiori). “Tale stato d’animo – precisa – non è espressione di una malinconica perdita di privilegi ottenuti nel tempo storico da parte dello Stato”, bensì di “un preoccupato sguardo sulla futura continuazione delle nostre numerose opere, che ricevevano dall’autorità statale un adeguato riconoscimento per l’opera sociale compiuta a beneficio dei propri cittadini”.

Ciò che preoccupa riguardo all’introduzione della tassazione Imu sui beni immobili della Chiesa, sono le scuole paritarie, “soprattutto quelle dell’infanzia che spesso suppliscono alla mancanza di asili pubblici”, come ha dichiarato il cardinale Tarcisio Bertone. Il segretario di Stato Vaticano ha, infatti, ricordato i “circa 15 mila servizi” sanitari e socio assistenziali con cui le opere della Chiesa contribuiscono al welfare italiano.

Anche il vicepresidente Pdl alla Camera, Maurizio Lupi, ha esposto le sua perplessità, in particolare riguardo al rischio chiusura degli asili nido parrocchiali “dove gli operai mandano i loro figli e che non possono ovviamente aumentare di 200 euro le rette”. Rischio che coinvolge anche le scuole degli ordini religiosi e le cooperative di genitori che “di Imu su vecchi edifici di vasta metratura dovrebbero pagare cifre insostenibili”. In questo caso non c’entrano niente i privilegi della Chiesa”, ha affermato l’on. Lupi, così si nega la funzione pubblica svolta da privati senza scopo di lucro. Il governo chiarisca, altrimenti mette in pericolo un servizio pubblico rivolto a tutti”.

D’accordo anche Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, che ha chiesto di distinguere le attività commerciali dai luoghi in cui “c’è supplenza caritatevole e assistenziale, dove si danno i pacchi della Caritas e nelle scuole dove si insegna ai nostri figli”.

Come non tenere conto, infatti, che la scuola paritaria, pubblica esattamente come la statale, fa risparmiare allo Stato 6 miliardi di euro all’anno? Ha senso farla chiudere? Sarebbe bene che il governo Monti tenesse presente che questa norma, se potrà portare qualche spicciolo nelle casse dello Stato, in breve tempo finirà per rivelarsi un formidabile boomerang, dato che le entrate previste sono davvero briciole a confronto dei nuovi oneri (e degli enormi problemi sociali) che lo Stato dovrà sostenere se gli enti scolastici cesseranno le loro attività.

Per ulteriori approfondimenti, vi segnaliamo:

http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-a-tutta-ici-contro-le-scuole-cattoliche-4632.htm

Domenica 11 marzo: ritiro di Quaresima presso il Santuario dell'Addolorata

Un’intensa giornata di riflessione e di comunione meditando il Messaggio di Papa Benedetto XVI per la Quaresima 2012, presso il Santuario dell’Addolorata dei PP Passionisti di Mascalucia.

Nel pomeriggio, nella Cattedrale di Catania, rinnovo della Professione di Fede dei Soci dell’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina” nel 10° anniversario di fondazone della stessa.

Un invito per tutta la Comunità ecclesiale!

Redazione SME

E' possibile un carnevale cristiano?

Un excursus sul Carnevale: da festa pagana a rito pre-quaresimale. La gioia e l’allegria non hanno nulla di disdicevole per il cristiano. Purché si tenga sempre presente il più grande rispetto per la dignità di ogni uomo. Questa festa nasconde un desiderio di gioia e di liberazione che tuttavia non può soddisfare. E, soprattutto, il Carnevale non deve diventare uno stile di vita… l’antico motto recita infatti: Semel in anno… licet insanire!

Redazione SME

“A Carnevale ogni scherzo vale”. Dietro questa manifestazione popolare si nasconde una tradizione molto antica, collegata addirittura a riti pagani. Le origini del Carnevale risalgono infatti ai riti di fertilità con cui i popoli antichi del Medio Oriente (Egiziani, Ittiti) cercavano di onorare i propri dèi. Nella Grecia antica in onore di Dioniso (il dio delle forze fruttifere della terra, della vegetazione e della vinificazione) veniva celebrata una grande festa religiosa (i Baccanali) che comprendeva balli osceni, riti orgiastici, un’esecuzione di brani burleschi e una processione mascherata, preceduta da un carro con sopra un gruppo in costume. Dato comune era l’uscir di senno, l’oblio della ragione e delle convenzioni sociali. Indossare maschere era un modo per negare sè stessi, la propria identità, uscire da sè stessi per essere altro, nella più assoluta libertà da imposizioni morali. Nell’antica Roma si celebrava una festa simile (i Saturnali) in onore di Saturno, dio del grano, della vegetazione e del vino. L’idea generale della festa era quella di invertire i ruoli sociali e di classe: i ricchi e i poveri potevano mangiare insieme, gli schiavi e i padroni festeggiavano nello stesso banchetto e, per non rovinare l’allegria, tutti nascondevano il volto dietro maschere. Alla fine dei Saturnali (che di solito duravano una settimana) si sceglieva uno pseudo-re, detto “il principe del Carnevale”, che veniva messo alla gogna e schernito in pubblico, sopra un carro decorato con immagini di divinità, statue e leggiadre presenze femminili. Per un cristiano era impensabile prendere parte a simili cerimonie. Le cronache narrano ad esempio che un legionario romano di nome Antonino, soldato al tempo di Diocleziano, attorno all’anno 303, pagò con il martirio il rifiuto di essere eletto “principe del Carnevale”.

Quando, sotto l’imperatore Costantino, il cristianesimo fu dichiarato religione di stato, si bandì il carnevale in quanto ritenuto una festa pagana. Tuttavia, a poco a poco, le usanze carnevalesche cominciarono a riemergere. La Chiesa Cattolica dichiarò che poteva partecipare al Carnevale chi fosse poi disposto ad osservare un periodo di digiuno di quaranta giorni prima di Pasqua. Da qui il termine “carnevale” o “carnem levare”, cioè dire addio alla carne nel periodo della Quaresima. Ma non mancarono eccessi. Si arrivò a celebrare messe e culti di Carnevale. Si riportano alcuni avvenimenti carnevaleschi dove al popolo era permesso fare di tutto a scapito di ogni elementare regola di civiltà e di buon gusto. Atteggiamenti grossolani e volgari, sbeffeggi alle autorità, profanazione di chiese ed ogni sorta di scurrilità venivano tollerate in nome del carnevale. Tanto che papa Carlo V nell’anno 1525 e Filippo V nell’anno 1916, allarmati dalla violenza di alcuni uomini, proibirono la celebrazione del carnevale.

Senza voler fare moralismo spicciolo o, peggio ancora, voler essere dei fustigatori di costumi fuori dal tempo, ci sembra  tuttavia opportuno richiamare   la distinzione tra la gioia cristiana (che nessuno può togliere, secondo la promessa di Gesù) e la gioia del mondo (effimera e illusoria). Resta sempre possibile, però pensare al Carnevale come ad un’occasione in cui si manifesta tutta la creatività umana, in grado di regalare anche un po’ di sana spensieratezza.

Celentano dal pulpito di Sanremo: "preti e frati parlano poco di Dio e del Paradiso"

di Alessandro Scaccianoce

In queste ore si sprecano fiumi di inchiostro sulla prima puntata del Festival di Sanremo, edizione 2012, che è stata caratterizzata da un’ora di telepredicazione del noto catautore Adriano Celentano. In questa sede non ci interessano le polemiche sul suo ingaggio – che non è certamente né il primo, né il più alto di quelli del settore (basti pensare al compenso previsto per il presentatore di turno, per l’ospite straniero, ecc.) -, non ci interessano le questioni politiche più o meno esplicite sottese al suo discorso, nè se abbia fatto bene al Festival o non lo abbia piuttosto danneggiato, trasformandolo in uno spettacolo che con la musica ha poco a che fare. Nel contesto di questo blog vogliamo sviluppare una riflessione a partire da alcune sue affermazioni riferite alle caratteristiche dell’annuncio cristiano. Celentano, senza mezza termini, e con toni forse da qualunquista, ha accusato preti e frati di non parlare a sufficienza di Dio e del Paradiso. Ha parlato espressamente di “preti incapaci di parlare ai poveri” (ma io dico a tutti) “e di far intravedere loro ciò per cui siamo nati, il traguardo ultimo: il Paradiso” e devo dire che ha una parte di ragione. Forse non era quello che ci si aspettava da lui, né Sanremo era l’occasione più adatta per dire queste cose. Tuttavia, si tratta di un richiamo importante, che non può essere trascurato. E’ un appello che scuote e interroga la pastorale delle nostra parrocchie. Di cosa parliamo quando facciamo catechesi? A cosa servono documenti pastorali, lettere, incontri, riunioni? Di cosa parlano certe, molte, tante omelie domenicali?  Occorre ritornare al centro dell’annuncio cristiano. E’ quanto il Santo Padre Benedetto XVI sta ripetendo sin dall’inizio del suo Pontificato. Non a caso la sua prima enciclica è risuonata quasi strana: “Deus caritas est!”. Dio è amore! Un verità tanto semplice che non è mai detta abbastanza. L’uomo ha bisogno di sentirsi ripetere queste cose; ha bisogno di sentirsi annunciare il senso della sua esistenza, che vive inserito in un progetto di amore che lo precede; ha bisogno di sentirsi dire che la vita è un dono e che siamo fatti per una realtà immensamente più grande. Se tutta la nostra vita fosse qui, come ha detto Celentano, allora sarebbe veramente tutto molto triste. Qualche benpensante, probabilmente, si sarà sentito disturbato da questo rimprovero di Celentano. A me, questo rimprovero è sembrato piuttosto un grido di aiuto!  Tornare all’annuncio non vuol dire rinunciare all’impegno nell’oggi per un mondo più giusto, come alcuni osservatori hanno cercato di dire per difendere una supposta offesa alla Chiesa. Un quotidiano di sinistra oggi titola: “L’ira della Chiesa contro Celentano”. Vorrei dire, piuttosto, che da queste parole la Chiesa non è stata affatto offesa. Anzi! Personalmente ringrazio Celentano per aver richiamato l’importanza di ridire ancora oggi all’uomo che Dio si è fatto uomo per salvarci, per liberarci dalla morte e dal peccato. Che è risorto e che ci chiama ad una vita nuova da risorti con Lui. Mi ha fatto davvero uno strano effetto  ascoltare da un cantante l’annuncio cristiano, in manirea imprecisa, ma certo appassionata. E’ stato un segno di grande speranza.

A margine delle sue “esternazioni” c’è anche la polemica sui giornali cattolici, Avvenire e Famiglia Cristiana, che secondo il nostro “dovrebbero essere chiusi” perché fanno politica e parlano poco di Dio. Ovviamente non vi è nessuna ragione per cui un giornale cattolico non possa parlare di politica… e un cantante invece sì… La questione, piuttosto, è che da un giornale cattolico ci si aspetterebbe che anche il discorso politico fosse inserito nel contesto di un più grande annuncio di fede. Altrimenti, come afferma con odio anticattolico il solito Odifreddi, si finisce per ridurre queste testate a strumenti per inseguire le accuse di turno, nel tentativo di arginare scandali e polemiche più o meno fondate. E, a dire il vero, l’impressione è che in alcuni casi certa stampa sedicente “cristiana”  sia stata animata  da sentimenti di “lotta ideologico-politica” piuttosto che dal sacro fuoco per la promozione e la difesa dei valori cristiani.