22 Ott 2011
Nella memoria liturgica del Beato Giovanni Paolo II
di P. Mario Piatti icms
Giovanni Paolo II è stato un Papa santo non per l’impatto mediatico o per la sua straordinaria capacità di comunicazione, ma per il mistero avvenuto, di giorno in giorno, nel suo cuore, trasformato nel Cuore di Gesù e di Maria Santissima. Santo, non per aver conquistato la simpatia della gente, ma essersi lasciato conquistare da Cristo.
Nelle vivaci discussioni, che si intrecciano tra Gesù e i suoi interlocutori – così come sono riportate, in particolare, nel Vangelo di Giovanni – si delinea, con crescente chiarezza, la reale identità del Signore. Egli è vero uomo, del tutto “imparentato” con noi, in tutta la fragilità della nostra condizione (escluso il peccato, come preciserà la Lettera agli Ebrei); e, d’altra parte, appartiene totalmente al mondo di Dio: parla del Padre con una familiarità che sconcerta i suoi avversari; compie “segni” e prodigi attribuibili soltanto a Dio. Con sottile ironia, nel quarto Vangelo, proprio gli oppositori più tenaci e accaniti, con le loro provocatorie domande e con le loro contestazioni, contribuiscono a farci conoscere la persona di Gesù, rivelandone la identità, di vero Uomo e di vero Dio. “Chi sei tu? Che dici di te stesso?” domandano al Signore. “Quali sono le tue origini? Con quale autorità operi?”.
Noi pure siamo invitati a riflettere e a interrogarci sulla nostra “ascendenza”, sul “ceppo santo” da cui proveniamo. C’è qualcosa, infatti, anche nella nostra vita, che non è quantificabile secondo i criteri e i parametri umani e terreni; qualcosa, cioè, che non si può circoscrivere dentro i limiti della nostra intelligenza e che sfugge alle indagini più accurate, né si può ricondurre semplicemente ai nostri genitori o agli scarni dati registrati all’anagrafe. Si tratta di quella scintilla, unica e irripetibile, di Provvidenza e di Amore, che ci ha generati, per la quale siamo quello che siamo, al di là – o meglio attraverso – l’intreccio della nostra umanità, fatta di ossa, muscoli, fasci di desideri, di pulsioni e di passioni, che segnano e condizionano indiscutibilmente il nostro essere, ma non riescono a imprigionarlo né a esaurirlo. Il cammino della nostra esistenza è come un progressivo ritorno alla sorgente, da cui siamo scaturiti. È la riscoperta delle nostre radici, è un “reditus”, cioè un ritorno, al seno di Colui che ci ha creati e che ci attende nella eternità.
Giovanni Paolo II, ormai dichiarato beato, volle apporre l’espressione “Totus tuus” sul proprio stemma pontificio: Totus tuus, cioè tutto della Vergine, possesso di quel Cuore benedetto e Immacolato, che è stato tutto di Dio e che, perciò, si è totalmente donato anche ai suoi figli. Quella è la “ascendenza” più vera, più umana, più santa: la Vergine Maria. Quella è la beata radice che ci ha generati, ai piedi dell’albero della Croce, e che continua a germinare nella storia, visitandoci come Grazia e come luce di cristiana speranza.
“Chi vede me vede il Padre”, aveva detto Gesù ai suoi discepoli. Nei tratti di quel Papa indimenticabile si potevano scorgere i lineamenti propri della nostra Madre celeste: la sua ineffabile bontà, la sua dolcezza, il suo limpido candore, la sua sublime carità. “Totus tuus”: tanto da farsi piccolo con i più piccoli, teneramente amati e ricercati sempre, paternamente; “totus tuus”, per essere solidale con i poveri, con gli ammalati, con le vittime della violenza, della guerra, delle sciagure naturali; “totus tuus”, per rendersi “compagno di viaggio” dei giovani, ai quali il Papa dedicò ampio spazio di tempo e le sue migliori energie e con i quali condivise straordinarie esperienze, in tutti i continenti. “Totus tuus” per camminare, fianco a fianco, con le famiglie della odierna società, spesso in crisi e bisognose di riferimenti certi e di guide sagge e illuminate.
Il Cuore di Cristo e il Cuore di sua Madre sono il solo criterio di lettura credibile per provare a comprendere la vita di Giovanni Paolo II. La santità è un mistero inafferrabile agli occhi del mondo: qualcosa si percepisce all’esterno, se ne colgono i frutti, ma è infinitamente di più quanto resta nascosto, come radici di amore che affondano nel buon terreno della Grazia. È stato un Papa santo non per l’impatto mediatico, per la sua straordinaria capacità di comunicazione, ma per il mistero avvenuto di giorno in giorno nel suo cuore, trasformato nel Cuore di Gesù. Santo, non per aver conquistato la simpatia della gente, ma essersi lasciato conquistare da Cristo.
In un mondo che si emoziona facilmente, ma che dimentica in fretta, è quanto mai necessario imparare la lezione di vita e di fede di Papa Wojtyla. La risposta più bella, alla travolgente onda di amore che egli ha prodotto nella storia, è il rinnovato impegno della nostra vita. Se anche noi ci lasciamo conquistare da Cristo; se, come quel Vescovo, venuto nel 1978 “da un paese lontano”, anche ciascuno di noi – per quanto peccatore – può dire “Totus tuus” alla Vergine Maria, allora siamo sulla buona strada e l’esempio, il sacrificio eroico, il servizio instancabile alla Chiesa e al mondo di Giovanni Paolo II non saranno stati vani.
21 Ott 2011
di Simone Chiappetta
Senza scandalizzarsi è gioia, poco più a sud dell’Italia, per la cattura e uccisione di Mu’ammar Gheddafi
Clacson che suonano a festa, centralini telefonici impazziti, gente per strada con bandiere e striscioni. Non è la festa per una partita di calcio, ma l’entusiasmo per la fine di una dittatura.
Certo, suona strano lo schiamazzo di gioia accanto ai primi fermo-immagine che girano in rete del volto insanguinato di Mu’ammar Gheddafi, poco prima della sua morte. Suona strana l’esultanza libica, quasi ignara degli interessi “stretti” nel gemellaggio occidentale, ma suona ugualmente strano non immaginarsi cosa voglia dire per un popolo “schiavizzato” all’obbedienza del regime, respirare aria di libertà, cominciare a sperare in un futuro diverso.
La stessa sensazione è leggibile nelle parole dei cattolici di Tripoli: «è la fine di un incubo – racconta al SIR padre Alan Archebuche, direttore di Caritas Libia – Da più di un’ora la gente esulta per le strade, ci sono caroselli di gioia, spari in aria. Anche qui arrivano notizie contrastanti, alcuni dicono che è stato ferito alle gambe, altri che è stato ucciso, ma la gente sta festeggiando. Se la notizia è vera è molto positiva, perché aiuterà a normalizzare la situazione e a cominciare una nuova vita, a stabilire un nuovo governo democratico, che non sarebbe stato possibile prima, senza la cattura di Gheddafi».
Nessuna parola di misericordia, nessuna battuta di tristezza, ma solo la nota positiva di una storia così triste che non ha più lacrime per la morte, che non ha più pietà per il dolore. Una storia che ha cancellato per un momento la tristezza per le perdite e celebra la gioia della “risurrezione”. Sembra di sentire le parole evangeliche delle donne che tornano dal sepolcro quando padre Archebuche continua affermando: «sono molto contento, ora speriamo di poter cominciare una nuova vita».
Niente scandali, niente volti infastiditi dai sorrisi, niente ipocrisie cristiane. Non siamo in Libia e abbiamo solo immaginato la carica disumanizzante di una tirannia. E la distanza da quello“Yawp” – direbbe il protagonista dell’Attimo Fuggente – dal quel grido interiore singolare la fa proprio la geografia. «Di fronte alla morte di un uomo – precisa quasi a dimostrazione delle mie sensazioni monsignor Tommaso Caputo, nunzio apostolico in Libia, ma che libico evidentemente non è – debbono sempre prevalere i sentimenti di pietà cristiana, oltre che umana. Non si può quindi gioire per un epilogo, la morte del colonnello Gheddafi, che s’inquadra ancora nel segno di un conflitto protrattosi per un lungo periodo e che ha causato il sacrificio di molte vite umane. Nel momento in cui si pone mano alla ricostruzione del Paese, a tutti i livelli – prosegue -, a cominciare dall’assetto statale, l’obiettivo di una riconciliazione nazionale appare come la possibilità alla quale legare l’esigenza di una giustizia sociale e del rispetto della dignità di ogni persona, come premesse essenziali per un ordinato ed equo sviluppo sociale».
20 Ott 2011

Un impegno comune per la pace
Invitate le aggregazioni ecclesiali
Redazione SME
Si terrà a Catania il 26 ottobre prossimo una Giornata di riflessione, dialogo e marcia per la pace nel mondo a 25 anni dall’ incontro di Giovanni Paolo II con i leader religiosi di tutto il mondo. Il programma sarà il seguente: Ore 20.00, Chiesa San Biagio – Piazza Stesicoro con intervento della Comunità di S.Egidio su “Lo Spirito di Assisi”. Riflessione di Fra’ Salvatore Frasca, Guardiano della Comunità dei Frati Minori di Catania, già frate della Comunità francescana di Biancavilla sul tema della giornata “Pellegrini della verità, pellegrini della pace”. Ore 20.30: Inizio marcia silenziosa fino alla Chiesa Santuario San Francesco d’Assisi e lettura dell’ “Impegno comune per la pace”. Saranno presenti anche alcuni esponenti di religioni diverse.
19 Ott 2011
Benedetto XVI all’udienza generale: l’uomo spesso dimentica la bontà di Dio, che invece resta fedele in ogni tempo.
Radio Vaticana – Redazione SME
Con una riflessione basata sul Salmo 136 e in più parti argomentata a braccio, Benedetto XVI si è rivolto alle crica 30 mila persone in Piazza San Pietro proponendo all’udienza generale un’ampia spiegazione del Salmo denominato “Grande Hallel”, che canta la bontà di Dio e i suoi prodigi nella storia del popolo d’Israele.
Notando come, in duemila anni, la bontà di Dio abbia sempre accompagnato anche la storia della Chiesa, il Papa ha sottolineato fra l’altro che una delle prerogative di Dio è quella di “donare”. Ed ha soggiunto: il Dio che ha creato i cieli e la terra e le grandi luci celesti è Colui che “colma l’universo con la sua presenza di bene prendendosi cura della vita e donando pane”. Quel “pane di vita”, l’Eucaristia, che ci accompagna nella nostra esistenza di credenti, “anticipando la gioia definitiva del banchetto messianico nel Cielo”.
18 Ott 2011
L’intervento del presidente della CEI, Card. Angelo Bagnasco al Forum di Todi
Redazione SME

- nella foto: Giuseppe Santangelo, Card. Angelo Bagnasco, Don Ambrogio Monforte.
lunedì, 17 ottobre 2011. Il ruolo dei cristiani in politica e nella società è stato l’oggetto dell’intervento di apertura del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Angelo Bagnasco, in occasione del Forum del Mondo del Lavoro.
“Che dei cristiani si incontrino per ragionare insieme sulla società portando nel cuore la realtà della gente e i criteri della Dottrina sociale della Chiesa, è qualcosa di cui tutti dovrebbero semplicemente rallegrarsi”, ha esordito Bagnasco.
La Dottrina Sociale riporta i cristiani alle origini, ovvero alla vocazione di Pietro “chiamato ad attraversare il mare del tempo, a camminare sulle acque fidandosi di Cristo senza mai distogliere gli occhi da Lui”.
Parimenti i cattolici impegnati in politica al giorno d’oggi devono essere nel mondo ma non del mondo, altrimenti rimarranno “incapaci di servire gli uomini”.
“È la sapienza della croce – ha poi osservato il cardinale – che ha ispirato e sostenuto, nelle diverse epoche, la presenza dei cattolici nelle istituzioni pubbliche e nel tessuto sociale del Paese; che ha contribuito in modo determinante a costruire l’anima dell’Italia prima ancora che l’Italia politica”.
Ciò è avvenuto “dopo l’unificazione, a fronte di situazioni difficili e gravi”, durante “la ricostruzione del Paese, per l’elaborazione di un nuovo ordine costituzionale, per la promozione della libertà e lo sviluppo della società italiana” e non è mancato neppure il loro “convinto apporto per l’apertura verso un’Europa unita, e per la salvaguardia della pace nel mondo”. “Questa storia è nota a tutti – ha proseguito Bagnasco – e sarebbe ingiusto dimenticarla o sminuirla”.
“L’esperienza insegna da sempre – ha aggiunto il presidente della CEI – che, in ogni campo, non sono l’organizzazione efficiente o il coagulo di interessi materiali o ideologici che reggono gli urti della storia e degli egoismi di singoli o di parti, ma la consonanza delle anime e dei cuori, la verità e la forza degli ideali”.
La politica ha dunque, “la grande e difficile responsabilità di promuovere il bene comune” e in ciò la Chiesa la sostiene “riconoscendole la gravità del compito, le conquiste di volta in volta raggiunte per il bene della società, e sostenendo con la forza della preghiera coloro che hanno abbracciato questo servizio con onestà e impegno”.
“L’assenteismo sociale – ha proseguito Bagnasco – è un peccato di omissione”, se si considera che il riconoscimento di Gesù nell’Ostia Santa, comporta il riconoscimento “nel fratello che soffre, che ha fame e sete, che è forestiero, ignudo, malato, carcerato”, come quattro mesi fa aveva osservato papa Benedetto XVI (Omelia Corpus Domini, 23.6.2011).
Il bene dell’umanità è qualcosa che “è dato dalla fede, che si rivela pienamente in Gesù, ma che – in misura – è avvicinabile dalla ragione pensante e aperta”. Fermo restando “che non tutte le concezioni antropologiche sono equivalenti sotto il profilo morale; da umanesimi differenti discendono conseguenze opposte per la convivenza civile”, ha precisato Bagnasco.
“Se si concepisce l’uomo in modo individualistico – ha aggiunto – come oggi si tende, come si potrà costruire una comunità solidale dove si chiede il dono e il sacrificio di sé?”.
Il bene comune, ha osservato il capo dei vescovi italiani, “comporta tutte le dimensioni costitutive dell’uomo, quindi deve riconoscere anche la sua apertura a Dio, la sua dimensione religiosa”. Quindi la “la religione non è un problema per la società moderna ma, al contrario, una risorsa e una garanzia”.
La Chiesa, da parte sua, “non cerca privilegi, né vuole intervenire in ambiti estranei alla sua missione, ma deve poter esercitare liberamente questa sua missione”.
Bagnasco ha poi chiarito il principio di laicità dello Stato, inteso “come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica ma non da quella morale”. La laicità positiva è dunque qualcosa che “deve misurarsi con l’uomo per ciò che è in se stesso universalmente, cioè con la sua natura”.
Riguardo al momento politico ed economico attuale, “quanto più le difficoltà culturali e sociali sono gravi, i cristiani tanto più si sentono chiamati in causa per portare il loro contributo specifico, chiaro, e deciso, senza complessi di sorta e senza diluizioni ingiustificabili, poiché l’uomo non è un prodotto della cultura, come si vuole accreditare”.
In questo quadro, sul versante dell’etica sociale, la Chiesa Cattolica italiana offre una “sensibilità” e una “presenza costante” che è “sotto gli occhi di tutti e nessuno la può, nella sua millenaria storia, onestamente negare”.
I meriti della Chiesa in ambito sociale non devono però far perdere di vista quella che Bagnasco ha definito “una specie di metamorfosi antropologica”, ovvero la minaccia alle “sorgenti stesse dell’uomo: l’inizio e la fine della vita umana, il suo grembo naturale che è l’uomo e la donna nel matrimonio, la libertà religiosa ed educativa che è condizione indispensabile per porsi davanti al tempo e al destino”.
Se una società calpesta i principi non negoziabili “finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell’uomo”, ha detto Bagnasco citando la Caritas in Veritate di Benedetto XVI.
Al punto che “la nostra Europa, come l’intero Occidente segnato da una certa cultura radicale fortemente individualista, si trova da tempo sullo spartiacque tra l’umano e il suo contrario”.
Alle accuse di chi considera il cristianesimo una religione intollerante che vorrebbe “imporre, nella sfera politica e civile, in un contesto pluralistico e complesso, dei valori confessionali”, il cardinale Bagnasco, citando il recente discorso del Santo Padre al Parlamento tedesco, ha precisato che esso rimanda “alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto” e “all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio”.
In conclusione Bagnasco ha sottolineato che il bene comune si realizza soltanto “nella verità e nella verità intera” senza compromessi e che i cristiani sono tenuti a portare a tutti il “bagaglio dottrinale, morale e sociale” che la loro fede ispira “con la coerenza della vita”, con un “entusiasmo” capace di “sprigionare quelle energie propositive che scopriamo con commozione nei loro cuori”.
17 Ott 2011
Dagli insegnamenti di Don Giuseppe Tomaselli SdB, biancavillese.
Uno degli affari più importanti della vita è la scelta dello stato. Guai a chi sbaglia la strada assegnata dalla Divina Provvidenza! Chi si mette in uno stato contrario al volere di Dio, potrà salvarsi ancora, ma con molta difficoltà.
Negli anni giovanili, prima di scegliere uno stato si preghi molto la Madonna, per ottenere i lumi necessari, si facciano atti dï ossequio particolare e novene alla Madre del Buon Consiglio. Non mancherà la Santissima Vergine di assistere, anche prodigiosamente, – i suoi figli. devoti.
[…] Anche le grazie temporali si possono domandare alla Madonna, ma in seconda linea. D’ordinario, chi chiede degnamente i favori spirituali e vive nell’amicizia di Dio, ottiene facilmente anche le grazie temporali.
San Giovanni Bosco lavorava per la gloria di Dio; il suo sforzo quotidiano era di combattere il peccato e portare anime al Signore. Metteva ogni sua impresa nelle mani della Madonna, sicuro di non fallire. Nelle gravi necessità della vita, alzava la mente ed il cuore alla Beata Vergine e ne esperimentava la materna protezione anche nei bisogni temporali.
Un giorno era a colloquio con una persona. Sopraggiunse un Superiore dell’Oratorio.
– Don Bosco, il panettiere quest’oggi non vuole mandare il pane ai nostri ricoverati: Abbiamo con lui un debito di trenta mila lire. –
Don Bosco, devotissimo della Madonna, non si turbò. Nel suo cuore nutriva la fiducia che Maria Ausiliatrice avrebbe pensato ai suoi figli. Intanto, dove pigliare trenta mila lire? … In quei tempi questa somma era ingente!…
Qualche istante dopo si bussò alla porta ed entrò uno sconosciuto con una lettera in mano. – Manda, disse questi, la presente lettera una signora, la quale non vuole essere conosciuta. –
Don Bosco aprì la lettera e vi trovò trenta mila lire con la seguente motivazione: Reverendo, faccia di questa somma ciò che vuole. –
Don Bosco si commosse e pianse, esclamando: Oh, come è buona la Madonna! … Ha pensato al pane dei suoi figliuoli –
[Brano tratto da “Vera devozione a Maria”, di Don Giuseppe Tomaselli, Imprimatur Can. Carciotto Vic. Gen., Catania 13 maggio 1952].